Uccidere il re
Come la decapitazione del leader nemico è passata da tabù diplomatico a spettacolo di potere — e perché la letteratura empirica suggerisce che non funziona
A Wellington, secondo una storia di cui gli storici discutono l’autenticità, si racconta che durante la battaglia di Waterloo un ufficiale si avvicinò al duca per riferirgli che le truppe britanniche avevano Napoleone nel mirino dall’altra parte del campo. Il duca rifiutò di dare l’ordine di sparare. Uccidere il comandante nemico non sarebbe stato un gesto da gentiluomini, e avrebbe gettato un’ombra sulla vittoria. Duecento anni dopo, l’Operazione Epic Fury ha aperto il 28 febbraio 2026 con l’eliminazione deliberata, rivendicata e spettacolarizzata della Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran. La scelta di Wellington è diventata anacronistica. Questo articolo esamina come e perché.
Nota metodologica: Questo articolo ha un taglio storico-analitico e non operativo. Le fonti primarie includono il Financial Times (Martin Sandbu, “The decapitation dilemma”, 28 marzo 2026), la ricerca empirica di Jenna Jordan (Leadership Decapitation: Strategic Targeting of Terrorist Organizations, Stanford University Press, 2019), il saggio di Stacie Goddard e Abraham Newman (”Further Back to the Future: Neo-Royalism, the Trump Administration, and the Emerging International System”, International Organization, 2025) e l’analisi giuridica di Margot Donzé (Verfassungsblog, 15 marzo 2026). Le valutazioni sull’efficacia della decapitazione applicata al caso iraniano sono analisi dell’autore, non previsioni operative.
La mattina del 28 febbraio 2026, il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato pubblicamente che l’ayatollah Ali Khamenei era stato ucciso da un attacco israeliano. Non era un comunicato diplomaticamente sobrio: era un’affermazione orgogliosa, diffusa in tempo reale, concepita per essere amplificata. Pochi giorni dopo, il ministro della Difesa israeliano minacciava esplicitamente di assassinare il successore, chiunque esso fosse. Donald Trump ha aggiunto una motivazione personale: Khamenei stava cercando di ucciderlo, e lui l’aveva preceduto. La grammatica di queste dichiarazioni non appartiene al lessico della politica internazionale contemporanea. Appartiene a qualcosa di molto più antico.
Come si è trasformata la decapitazione del capo di uno Stato nemico da tabù diplomatico codificato a strumento rivendicato pubblicamente, accompagnato da conferenze stampa trionfali? E cosa si perde quando si perde il tabù?
Luca Trenta, professore di relazioni internazionali all’Università di Swansea e studioso delle politiche di assassinio degli Stati, distingue tre fasi storiche nella traiettoria che ha portato fin qui. La prima, dominante per la maggior parte del Novecento, è quella della copertura e della negazione: gli Stati sponsorizzano assassinii di leader avversari attraverso operazioni coperte, e condannano pubblicamente qualsiasi coinvolgimento qualora venga esposto. Le indagini della Commissione Church del Senato americano nel 1975 — avviate dopo la scoperta di tentativi CIA contro Fidel Castro, Patrice Lumumba e altri — documentano questa fase con precisione. Il rapporto interinale fissa la soglia morale dell’epoca in termini netti: esiste una differenza significativa tra un “omicidio deliberato, mirato e intenzionale di un singolo leader straniero” e qualsiasi altra forma di intervento negli affari di un altro Stato. Era la premessa condivisa di un’epoca, non il risultato di un ragionamento. Le conclusioni della commissione portarono al divieto esecutivo degli assassinii, prima con Gerald Ford, poi ribadito da Ronald Reagan con l’Executive Order 12333, formalmente ancora in vigore.
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La seconda fase, avviatasi durante la presidenza Reagan, è quella della giustificazione postuma: gli attacchi vengono condotti, ma si invoca la non intenzionalità del colpo o la legittima difesa per non doverli qualificare come assassinii. È il caso del bombardamento americano su Tripoli nel 1986, concepito almeno in parte per colpire Gheddafi ma presentato come risposta a un attacco terroristico libico; e degli attacchi di decapitazione contro Saddam Hussein nel 2003, ricondotti al quadro giuridico della guerra regolare. La distinzione era sottile ma operativamente rilevante: un combattente nemico può essere colpito; un capo di Stato assassinato è qualcosa di categorialmente diverso. Il secondo mandato Trump ha eliminato questa distinzione.
La terza fase — quella in cui ci troviamo — è quella della spettacolarizzazione e della rivendicazione aperta. L’eliminazione di Qassem Soleimani nel gennaio 2020, con l’immagine di Trump e del suo gabinetto al Mar-a-Lago in posa per la foto ricordo, aveva già segnato il confine. L’eliminazione di Khamenei il 28 febbraio 2026 l’ha attraversato definitivamente: non si tratta più di ammettere con cautela un’azione difficilmente classificabile, ma di rivendicarla in diretta e minacciare il successore prima ancora che venga nominato.
Per comprendere la portata di questa trasformazione occorre partire da un punto che il dibattito corrente tende a oscurare: il tabù non era una norma giuridica internazionale codificata. Margot Donzé, dottoranda in diritto alla London School of Economics, ha mostrato su Verfassungsblog che la questione è più complessa di quanto la narrazione sulla “violazione del diritto internazionale” lasci intendere. L’inviolabilità dei capi di Stato sotto il diritto consuetudinario protegge i leader stranieri quando si trovano sul territorio di uno Stato terzo — non quando sono sul suolo del proprio paese, soggetti al diritto dei conflitti armati. Un leader qualificabile come combattente nemico può essere colpito; la Guida Suprema dell’Iran, capo formale delle forze armate di un paese in guerra con gli Stati Uniti, rientrava in quella categoria.
Ciò che esisteva, e che è andato eroso, era un accordo consuetudinario tra pari — una regola non scritta che risale al diritto romano e ha attraversato, con variazioni, l’intera storia della diplomazia moderna. Quella regola diceva: possiamo essere in guerra, ma non ci prendiamo di mira a vicenda come capi di Stato. Era un’assicurazione reciproca contro l’escalation totale, fondata su un interesse razionale condiviso: se ogni leader è un bersaglio legittimo, ogni leader è in pericolo, e nessuno ha più incentivo a moderare la propria condotta.
Donzé identifica però una zona d’ombra che merita attenzione: quella protezione non è mai stata universale. Ha operato in modo asimmetrico, con un’intensità decrescente man mano che il leader colpito si allontanava dal modello della democrazia liberale. Castro, Gheddafi, Saddam Hussein, Soleimani, Khamenei: la sequenza non è casuale. La norma di pari tra sovrani ha sempre contenuto una clausola implicita di esclusione per chi veniva classificato come tiranno, terrorista o nemico dell’ordine liberale. Il tabù era già selettivo prima di essere dichiarato morto.
Sul piano empirico, la domanda più rilevante è se la decapitazione funzioni. La risposta della letteratura accademica è scomoda: raramente, e in modo da rendere la sua applicazione al caso iraniano particolarmente problematica.
Jenna Jordan, del Georgia Institute of Technology, ha esaminato più di mille casi di eliminazione di leadership dal 1945 al 2004. La conclusione è precisa: la decapitazione ha prodotto un declino organizzativo significativo nel diciassette percento dei casi. Il dato aggregato è però meno utile del dato condizionale. Le variabili determinanti sono l’età dell’organizzazione, le sue dimensioni, il tipo di base ideologica e il radicamento comunitario. I gruppi anziani, grandi, a struttura ideologica religiosa e con forte sostegno di base sono i più resistenti — quelli che non solo sopravvivono, ma talvolta intensificano la propria attività dopo aver subito la decapitazione. Il caso di al-Qaeda è istruttivo: nella fase 2010-2011, durante la più intensa campagna americana di eliminazione di leadership della storia, il numero di attacchi del gruppo non diminuì ma aumentò, raggiungendo il picco nell’anno di punta della campagna.
Applicare questa griglia all’Iran non richiede forzature. L’IRGC esiste dal 1979: è un’organizzazione quarantasettenne, burocratizzata, con una struttura di comando dispersa progettata esplicitamente per resistere all’eliminazione della propria testa — lezione appresa durante la guerra Iran-Iraq. Ha una coesione dottrinale che non dipende dalla sopravvivenza di un singolo leader e reti di proxy estese in quattro paesi. Secondo i criteri di Jordan, è tra le strutture più resistenti all’eliminazione della leadership nell’intero spettro dei casi analizzati. L’eliminazione di Khamenei ha colpito la testa visibile di un’organizzazione progettata per funzionare senza di essa.
L’obiezione che l’Iran sia uno Stato e non un’organizzazione non statale non smentisce l’analisi: la rafforza. Uno Stato ha strutture burocratiche ben più robuste: ministeri che continuano a funzionare indipendentemente dal capo del governo, corpi militari con catene di successione codificate per legge, apparati di intelligence con compartimentazione progettata esattamente per sopravvivere alla decapitazione. Lawrence Freedman, professore emerito di studi sulla guerra al King’s College di Londra, sintetizza il punto: il calcolo sull’efficacia della decapitazione presuppone che il sistema avversario funzioni come un’autocrazia in cui tutto dipende da un uomo. Quando quell’assunzione è falsa — quando esistono strutture distribuite e processi di successione robusti — la decapitazione non disorienta: accelera la radicalizzazione delle componenti più dure di ciò che sopravvive.
C’è una dimensione che l’analisi strategica da sola non riesce a cogliere. Stacie Goddard e Abraham Newman hanno pubblicato nel novembre 2025 su International Organization un saggio che propone di leggere la politica estera dell’amministrazione Trump non attraverso la lente del realismo westfaliano — stati che competono per il potere nazionale — ma attraverso quella del cosiddetto neo-royalism: un ordine internazionale strutturato attorno a piccoli gruppi di élite iperpersonalizzate che ricercano gerarchia e tributo attraverso l’eccezionalismo del sovrano, secondo la logica delle corti pre-moderne più che quella degli interessi di Stato.
Il concetto illumina la grammatica della decapitazione con una chiarezza che la teoria strategica convenzionale non raggiunge. In un ordine fondato sulla rivalità tra corti personali, la guerra non si legge attraverso il prisma degli interessi nazionali ma attraverso quello dello scontro diretto tra sovrani: la distruzione fisica del rivale non è un mezzo ma un fine. Trump ha esplicitato questa logica senza filtri dichiarando che Khamenei voleva ucciderlo e che lui l’aveva anticipato. Non è la formulazione di un calcolo strategico: è quella di un duello. Non c’è in essa alcuna considerazione sull’esito finale, alcuna attenzione alle strutture che sopravvivono alla testa eliminata. C’è la logica del “io l’ho preso prima che lui prendesse me.”
Goddard e Newman sottolineano che questo schema non è reversibile con un cambio di amministrazione. Gli ordini internazionali incorporano pratiche e aspettative che si sedimentano nel tempo. La spettacolarizzazione della decapitazione — la sua trasformazione da operazione coperta a evento mediatico rivendicato — lascia una traccia nel repertorio delle pratiche accettabili che nessuna successiva moderazione retorica cancella del tutto. Ogni attore che osserva la vicenda iraniana aggiorna il proprio calcolo su cosa sia ammissibile: governi, servizi diplomatici, mercati assicurativi marittimi, organizzazioni internazionali che costruiscono le proprie procedure su ipotesi di immunità dei capi di Stato.
Occorre fare i conti con l’argomento contrario, che ha una sua solidità. Freedman riconosce che la decapitazione può trovare giustificazione quando la minaccia è percepita come esistenziale, e per Israele il programma nucleare iraniano lo era in modo non comparabile ad alcun altro contesto di proliferazione recente. Se l’eliminazione della leadership poteva essere l’alternativa a un’escalation incontrollata, l’argomento utilitarista — meno vittime complessive, fine accelerata della minaccia — merita considerazione anche quando il supporto empirico è fragile.
Ma giustificazione morale e valutazione di efficacia sono piani separati, e confonderli è un errore metodologico che il dibattito corrente commette con una certa regolarità. Si può argomentare che la decapitazione fosse moralmente giustificata e al tempo stesso rilevare che le evidenze disponibili suggeriscono che essa produrrà l’effetto opposto a quello dichiarato — rafforzando la coesione ideologica dei sopravvissuti, alimentando la narrativa del martirio, consegnando a un IRGC orfano la stessa capacità che aveva prima, senza la componente moderatrice che la leadership apicale comunque esercitava. Giustificazione ed efficacia non si implicano a vicenda. Questo è il nodo che nessuna delle parti — né i sostenitori della campagna né i suoi critici — ha affrontato con la precisione analitica che richiederebbe.
Cosa resta quando il tabù è infranto? Non lo sappiamo ancora con certezza. I sistemi internazionali hanno un’inerzia che rallenta la trasmissione delle conseguenze: il modo in cui un’azione trasforma le aspettative degli attori si misura in decenni, non in settimane. Quello che possiamo osservare oggi è la soglia che è stata attraversata, non il paesaggio che si apre dall’altra parte.
Quello che è già visibile è il tipo di problema che il tabù aveva la funzione di prevenire: non solo il rischio di ritorsione simmetrica — ogni leader ora potenzialmente bersaglio, la deterrenza ridefinita in termini personali — ma la scomparsa di una domanda. La norma consuetudinaria che vietava di colpire il capo di Stato nemico non era soltanto un vincolo procedurale: era un promemoria strutturale che la guerra ha sempre una fase successiva, e che quella fase richiede interlocutori. Eliminarla come categoria di ragionamento, prima ancora che come limite operativo, è la perdita più duratura.
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La ripetizione del pattern — Iraq 2003, Libia 2011, Iran 2026 — non sorprende. Come osserva Trenta, se la decapitazione non ha mai particolarmente funzionato, perché continuiamo a usarla? La risposta più probabile è che la sua logica non sia mai stata strategica: non è uno strumento selezionato sulla base dell’efficacia attesa, ma sulla base della visibilità immediata. La testa del nemico, la prova della vittoria, la narrativa del sovrano che ha eliminato il rivale. Che quella narrativa produca poi le condizioni per la propria smentita è una conseguenza che si misura in anni, e non pesa nel calcolo di chi ha orizzonti più corti.
Wellington aveva rifiutato di sparare perché riteneva che la vittoria dovesse essere guadagnata sul campo, non ottenuta con un colpo singolo. Aveva torto sul piano tattico — un colpo singolo può cambiare le sorti di una battaglia. Ma aveva ragione su quello che viene dopo: le guerre non finiscono con la morte del capo nemico. Finiscono quando qualcuno, dall’altra parte, è ancora in grado di firmare la resa.
Fonti principali
Financial Times, Martin Sandbu, The decapitation dilemma, 28 marzo 2026. Fonte primaria per: periodizzazione storica in tre fasi (Trenta), antefatti storici, dibattito sull’efficacia (Freedman, Jordan), concetto di neo-royalism (Goddard-Newman), dichiarazione Trump su Khamenei.
Jenna Jordan, Leadership Decapitation: Strategic Targeting of Terrorist Organizations, Stanford University Press, 2019; “Attacking the Leader, Missing the Mark: Why Terrorist Groups Survive Decapitation Strikes”, International Security, Vol. 38, No. 4, 2014; “When Heads Roll: Assessing the Effectiveness of Leadership Decapitation”, Security Studies, Vol. 18, No. 4, 2009. Fonti primarie per: tasso di successo del 17% su oltre mille casi; variabili di resilienza organizzativa; caso al-Qaeda 2010-2011.
Stacie E. Goddard e Abraham Newman, “Further Back to the Future: Neo-Royalism, the Trump Administration, and the Emerging International System”, International Organization, Vol. 79, Supplement 2025, Cambridge University Press, novembre 2025. Fonte primaria per: concetto di neo-royalism, ordine internazionale fondato su élite iperpersonalizzate e gerarchia di tributo, legittimazione per eccezione.
Margot Donzé, “Does International Law Prohibit the Assassination of State Leaders?”, Verfassungsblog, 15 marzo 2026. Fonte primaria per: inviolabilità dei capi di Stato nel diritto consuetudinario (protezione limitata al territorio di paesi terzi); assenza di una norma codificata contro l’assassinio di capi di Stato; spettro di protezione differenziata in funzione della distanza dal modello democratico liberale.
US Senate, Church Committee, Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders, rapporto interinale, novembre 1975. Fonte primaria per: documentazione delle operazioni CIA contro leader stranieri; formulazione della distinzione morale tra omicidio mirato e altre forme di intervento; executive order di Ford e Reagan.





Indipendentemente dai risvolti morali e dalla constatazione del non ritorno (molti disastri di Trump sono senza ritorno, o perlomeno senza ritorno immediato, perché come hai ben detto tu si vanno modificando i valori e i linguaggi) mi è balzata alla mente un'immagine che ti propongo. Premesso che siamo in una società edonistica e individualista, e questo tratto (negativo) ha avuto un'accelerazione grazie alle tecnologie, e premesso anche che Trump ha il background che ha e il profilo psicologico che ha, sai cos'è stata questa decapitazione? Il finale di un livello di videogioco. Non so se tu li pratichi o hai figli che giocano con la Playstation a giochi di guerra; solitamente c'è una serie di missioni da compiere e, alla fine, c'è quello che in gergo si chiama Boss, ovvero il nemico (singolo, con nome e cognome) che è molto più forte degli altri nemici che hai ammazzato. Ucciso il Boss "sali di livello": nuove missioni un po' più difficili e al termine un altro Boss ancora più forte. E così via fino al Super Boss finale, potentissimo.
Trump vive una vita immaginaria, dobbiamo esserne coscienti: è un Luigi XIV circondato da valletti e servitori, fa "Bu!" e tutti scattano, saltano e tremano; non ha un'idea di come funzioni un'amministrazione dello Stato, pensa si faccia per decreti, per schiocchi di dita; e la guerra per lui è un videogioco, dove per rapire Maduro ha fatto un'operazione alla "Call of Duty". Uccidere Khamenei è stato come uccidere un Boss, e credo che Trump sia molto stupito di non essere passato di livello e di essere ancora impantanato nel primo.
Ormai leggo solo te e poco altro.
Sulle conclusioni: raramente consideri il caos come obiettivo. Forse una mente lucida come la tua non può immaginare il caos come un'opzione desiderabile. Temo che invece gli usa, non solo trump, lo abbiano inserito tra i propri strumenti di potenza.