Timeout
Perché il primo atto di guerra è sempre accendere sé stessi.
Questa sera scrivo con il cuore. Non con il metodo, non con il distacco che la guerra e la scienza mi hanno insegnato. Lo faccio perché sono un uomo d’armi e sono un padre, e queste due cose, stasera, pesano più di qualsiasi analisi.
Oggi ho scritto un appello. Ho chiesto presa di coscienza, responsabilità, scelte consapevoli. Ho chiesto a chi legge di formare — con il voto, con la voce, con la presenza — la classe politica che dovrà guidare l’Italia e l’Europa attraverso quella che si prospetta come una traversata lunga, dolorosa e dagli esiti incerti. Perché nelle democrazie, l’azione politica è l’arma civile che i cittadini possono imbracciare per evitare di dover imbracciare, un giorno, qualcosa di molto più pesante.
E quel giorno non è lontano come vorremmo credere. L’Europa arriva a questo appuntamento della storia divisa, esausta e impreparata — non per colpa del destino, ma per scelta: per anni di delega, di rinvii, di comode certezze affidate ad altri. Il conto si sta presentando adesso.
Le risposte che ho ricevuto mi hanno fermato. Molte rassegnate. Molte disilluse. Quasi una resa preventiva a un destino di declino e sottomissione che nessuno ha ancora deciso, ma che qualcuno sta già accettando.
Quella distanza — tra chi è disposto a combattere con le armi della pace e chi non lo è — è la stessa che separa un paese libero da uno che si consegna alla lusinga o alla minaccia. E la consegna raramente avviene con un atto solenne. Avviene in silenzio: nell’astensione, nella delega, nel convincersi che tanto non cambia niente. Il nemico della libertà quasi mai bussa alla porta — si insinua nell’abitudine a non decidere.
Non mi considero coraggioso. Ho visto abbastanza violenza e sopraffazione per sapere che quello che può sembrare coraggio è spesso, nella sua sostanza più vera, paura — paura lucida e costruttiva di diventare vittima di meccanismi di brutalità che chi è nato e cresciuto al riparo di queste frontiere, più sottili di quanto si creda, non riesce a immaginare davvero. Nessuna immagine, nessun articolo, nessun filmato restituisce la pienezza di quella realtà.
So che la stanchezza di chi ha risposto con rassegnazione non è viltà. È il peso di anni in cui impegnarsi non ha cambiato nulla, in cui la politica ha tradito, in cui le parole sono rimaste parole. Lo capisco. Ma la risposta alla delusione non può essere l’assenza — perché l’assenza non è neutralità: è una scelta, e ha conseguenze.
Gli eroi sono pochi e non vincono le guerre. Le guerre le vincono milioni di cittadini oscuri che hanno nel cuore l’idea di un mondo dove a tutti sia data un’opportunità e a nessuno sia sottratta la sua — e che per questo sono disposti a mettere in gioco sé stessi.
È questo che io mi sento. Ed è questo che chiedo a chi legge di diventare, o di riconoscersi. Perché in molti di noi quello spirito esiste già. Vuole solo essere portato alla luce.
L.




Credo che molti boomer siano semplicemente stanchi e disillusi. Io personalmente ho visto un Italia povera cresciuta in modo rapido, ho respirato l’aria degli anni 60 dove si toccava con mano il primo vagito di un certo benessere, la benedizione di case riscaldate, la fortuna di avere antibiotici e vaccini. Ma anche gli anni del terrorismo di matrice nera, le bombe sui treni,stazioni, piazze, banche. Quella di matrice brigatista con il caso Moro come emblema. Ma negli anni 70 ci sono state le riforme e le leggi che hanno caratterizzato il paese da allora. Poi ci si è fermati. Siamo un paese fermo da metà degli anni 80. La spinta al cambiamento e’stata sostituita da una ricerca di auto affermazione, si sono persi di vista gli obiettivi comuni per pensare al proprio tornaconto. Sì e’ sdoganato il diritto a bypassare le leggi se queste erano di ostacolo, lo scontro con la magistratura nasce allora. La classe politica, con le dovute eccezioni, ha pensato all’arricchimento personale dando un pessimo esempio a tutti,.. giovani in primis. Si siamo un paese stanco, non pigro, non senza voglia di lavorare, un paese che non crede più nel bene collettivo, non va più a votare perché convinto che non serva a nulla. Imbottito di fake news o notizie superficiali. Sono preoccupato quanto lei . Comandante. Ma continuo a voler essere un cittadino che non rinuncia ad esprimere il suo voto, che non rinuncia ad informarsi (anche grazie a lei)… stanco, disilluso ma non rassegnato. Grazie per le sua analisi..
Buonasera, Comandante.
Purtroppo in questi giorni non ce la faccio a stare dietro ai suoi ottimi contenuti che richiedono giustamente una lettura attenta e ponderata. Forse mi sono perso il suo appello, se non è quello che ha scritto sopra. Non disperi, per tanti scoraggiati ce ne sono forse meno numericamente ma molto più consapevoli e con la volontà di fare qualcosa. Dopo tanti anni di non militanza politica ho preso la tessera di un piccolo partito che ha a cuore il destino dell'Europa e alle prime riunioni in presenza ho avuto la sorpresa di incontrare dei ragazzi, studenti poco più che maggiorenni pieni di entusiasmo e iniziative, non sa quanto la cosa mi ha rasserenato.