"Praticamente illimitato"
Come si smonta in otto paragrafi la propaganda sugli stockpile americani nella campagna contro l'Iran
Nota metodologica: le stime quantitative contenute in questo testo sono basate su fonti aperte — dichiarazioni istituzionali, rapporti di think tank, analisi accademiche e dati di bilancio pubblicamente disponibili. I dati operativi in tempo di guerra sono per definizione soggetti a revisione; alcune cifre potrebbero essere corrette al rialzo o al ribasso man mano che la situazione evolve.
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C'è una legge non scritta della comunicazione politica in tempo di guerra: il potere non informa, incoraggia. Questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà fondamentale. Informare significa trasferire conoscenza verificabile, con margini di incertezza dichiarati e conseguenze operative chiare. Incoraggiare significa invece gestire il morale — dell'opinione pubblica, degli alleati, dei mercati — attraverso narrazioni costruite per rassicurare piuttosto che per descrivere. In guerra, la distanza tra queste due funzioni tende ad ampliarsi fino a diventare un abisso, e i segnali di questa divaricazione sono quasi sempre gli stessi: cifre vaghe, superlativi non quantificati, assenza totale di dettaglio tecnico. Il post pubblicato da Donald Trump su Truth Social nei giorni scorsi è un caso di scuola. Secondo il presidente, gli stockpile di munizioni statunitensi non sono mai stati così alti, il Paese dispone di una fornitura "praticamente illimitata" a livello "medio e medio-alto", e le guerre possono essere combattute "per sempre e con grande successo" usando queste scorte. Una formulazione che, con la sua vaghezza trionfale, dice tutto e non dice nulla — e che, esaminata alla luce delle fonti OSINT disponibili, rivela una preoccupante distanza dalla realtà operativa. Non diversamente dall'aereo di cui ci rassicurano sul perfetto funzionamento del carrello, tacendo sulla riserva di carburante.
Il nodo concettuale che il post presidenziale non sfiora nemmeno è quello dell'interoperabilità e della fungibilità dei sistemi d'arma. In un teatro operativo ad alta intensità come quello iraniano, la quantità assoluta di munizioni disponibili è una variabile significativamente meno rilevante della qualità, della specificità e dell'integrazione sistemica di ciò che si impiega. Un'abbondanza di munizioni di "livello medio" non costituisce — non può costituire — una riserva sostituibile per i sistemi d'élite impiegati nella difesa antimissile e nelle operazioni di strike di precisione. Un M26 — il razzo da artiglieria multipla MLRS — è un sistema capace ed efficace nel suo dominio operativo, ma non ha nulla da condividere, né concettualmente né fisicamente, con un missile intercettore THAAD (Terminal High Altitude Area Defense )o con una batteria Patriot PAC-3 MSE. Il THAAD è progettato per ingaggiare missili balistici a corto, medio e lungo raggio a quote comprese tra 40 e 150 chilometri, con velocità di impatto nell'ordine dei 2,5 km/s; il Patriot intercetta a quote inferiori e contro minacce tattiche di diversa natura. Entrambi richiedono sistemi radar dedicati, catene di comando integrate, personale specializzato e logistica di supporto di elevatissima complessità. Non esiste alcuna sostituzione funzionale tra questi sistemi e le munizioni convenzionali di cui Trump dichiara l'abbondanza. Come sa qualunque esperto del settore: non si trasforma un M26 in un Patriot per quante unità dell'uno si abbiano a disposizione. La profondità di arsenale — il cosiddetto "magazine depth" — è un concetto che ha senso solo se misurato rispetto ai sistemi effettivamente impiegabili in un dato contesto operativo, non in termini di volume aggregato di munizioni che non possono svolgere quelle funzioni. Trump stesso, quasi involontariamente, ha ammesso il limite: "Al livello più alto abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vogliamo essere." Una frase che contraddice l'intero impianto ottimistico del post, perché sono esattamente quei sistemi di fascia alta — missili intercettori balistici, munizioni a guida di precisione avanzata, capacità di guerra elettronica — a definire la superiorità militare nel contesto operativo del XXI secolo.
Veniamo ai dati. L'Operation Epic Fury, avviata il 28 febbraio 2026, ha dispiegato secondo le dichiarazioni di CENTCOM oltre venti tipologie di sistemi d'arma attraverso i domini aria, mare, terra e difesa missilistica. Sul versante offensivo, la campagna impiega bombardieri strategici B-1 e B-2 stealth, caccia di quinta generazione F-35 e F-22, F-15, EA-18G Growler per la guerra elettronica, droni MQ-9 Reaper, sistemi HIMARS e missili da crociera Tomahawk. Sul versante della difesa missilistica attiva, i sistemi critici sono il THAAD, il Patriot nelle varianti PAC-2 e PAC-3 MSE, e il sistema Aegis con missili intercettori SM-3 e SM-6 imbarcati sulle unità navali. Nel solo primo giorno di operazioni, le fonti aperte stimano un costo operativo complessivo prossimo a 779 milioni di dollari. Nelle prime trentasei ore, le stime convergono sull'impiego di oltre tremila munizioni a guida di precisione e missili intercettori in totale. Per i Tomahawk — sistema di crociera da attacco a lungo raggio prodotto da Raytheon, con gittata standard di circa 1.700 km e un costo unitario di circa 2 milioni di dollari — Bryan Clark dell'Hudson Institute stima un consumo di almeno cento esemplari nelle fasi iniziali della campagna. Il budget FY25 finanziava l'acquisto di sole diciotto unità nella variante navale; il budget FY26 ne richiedeva cinquantasette. Per i THAAD, il rapporto JINSA a firma di Ari Cicurel indica che durante il conflitto israelo-iraniano dei dodici giorni del giugno 2025 vennero impiegati circa 92 missili intercettori americani, ciascuno al costo di 12,7 milioni di dollari, per un totale di circa 1,17 miliardi di dollari — pari al 14% dell'intero stockpile disponibile. Il CSIS stima in 534 unità il numero di missili intercettori THAAD consegnati alle forze americane a dicembre 2025. Il ritmo produttivo attuale, secondo i dati di bilancio DoD, è di appena 11-12 unità annue; il contratto firmato con Lockheed Martin prevede un incremento progressivo, ma gli effetti di questa espansione industriale non saranno visibili prima del 2028. Per i missili intercettori SM-3, un rapporto Heritage Foundation del gennaio 2026 avverte che sistemi come SM-3, SM-6 e PAC-3 MSE potrebbero essere esauriti nel giro di giorni in caso di combattimento sostenuto, con alcune componenti esaurite dopo due o tre salve di saturazione missilistica. Le scorte totali di munizioni nei sistemi di lancio verticale della flotta statunitense sono stimate attorno a 17.000 round, insufficienti per un singolo ciclo completo di ricarica dell'intera flotta; il rifornimento in mare è limitato a circa 500 unità al giorno, e i tempi di transito dai depositi sono di 14-21 giorni.
Qui si inserisce una dimensione spesso trascurata nel dibattito pubblico, ma che costituisce il cuore della strategia iraniana: l'asimmetria economica. Un drone Shahed-136 — il vettore d'attacco che Teheran impiega in sciami coordinati contro basi americane e infrastrutture energetiche regionali — costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari per unità. Un missile intercettore PAC-3 MSE, il sistema più avanzato in dotazione ai Patriot, costa tra i 4 e i 12 milioni di dollari. Un intercettore THAAD tra i 12 e i 15 milioni. Un SM-3 IIA fino a 28 milioni. Il rapporto di costo tra la minaccia e il mezzo necessario per neutralizzarla oscilla dunque tra 1:80 e 1:1.400 a seconda della combinazione attacco-difesa. Secondo un'analisi del CSIS, soltanto nei primi 100 ore della campagna attuale il costo delle munizioni intercettori impiegate ammonta a circa 1,7 miliardi di dollari, con una forchetta che va da 1,2 a 3,7 miliardi a seconda della composizione specifica delle salve. Un'analisi di Defence Security Asia stima che se le operazioni barrage di giugno 2025 fossero replicate circa dieci volte nell'arco di un anno, il costo complessivo per gli Stati Uniti e i loro partner potrebbe raggiungere tra 50 e 100 miliardi di dollari — un multiplo significativo dell'intero budget annuale americano per la difesa missilistica, stimato tra 15 e 20 miliardi per il FY2026. Come ha sintetizzato efficacemente la rivista Foreign Policy, abbattere con successo uno Shahed con un intercettore di alta fascia è una vittoria pirrica: si neutralizza la minaccia immediata consumando una risorsa scarsa e insostituibile nel breve termine. L'Iran non costruisce droni per vincere duelli. Li costruisce per svuotare i magazzini avversari.
In questo quadro già teso, il contributo israeliano — spesso evocato come riserva strategica complementare — merita un esame scevro da ottimismo diplomatico. Israele dispone di un sistema di difesa antimissile articolato su tre livelli: Iron Dome per le minacce a corto raggio, David's Sling per quelle a medio raggio, e Arrow 3 per la difesa esoatmosferica contro missili balistici. Si tratta di sistemi sviluppati in collaborazione con gli Stati Uniti — Rafael e Boeing per David's Sling, IAI e Boeing per Arrow 3 — ma con architetture software, protocolli di comunicazione e interfacce operative che non sono direttamente interoperabili con i sistemi NATO in dotazione alle forze americane nel Golfo. Le munizioni non sono fungibili: un missile intercettore Stunner di David's Sling non può essere lanciato da una rampa Patriot americana, né un intercettore Arrow 3 può essere integrato in un sistema Aegis senza modifiche profonde all'infrastruttura di comando e controllo. Questa difformità tecnologica non è un dettaglio: significa che gli stockpile israeliani non costituiscono una riserva immediatamente attivabile a supporto delle operazioni americane, ma sistemi paralleli che operano in coordinamento tattico senza integrazione logistica reale. A ciò si aggiunge la questione delle disponibilità effettive. Il rapporto JINSA documenta come il conflitto dei dodici giorni del giugno 2025 abbia richiesto un impiego massiccio di missili intercettori Arrow e David's Sling, con il THAAD americano costretto a coprire quasi la metà di tutte le intercettazioni proprio a causa dell'insufficiente capacità residua del sistema Arrow israeliano. La produzione domestica non ha ancora colmato il deficit accumulato, e il fronte libanese — pur in una fase di relativa stabilizzazione — continua ad assorbire una quota di prontezza operativa che Israele non può riallocare liberamente a supporto della campagna iraniana senza accettare un rischio calcolato sul proprio fianco nord. Il risultato pratico è che Israele è un alleato tattico prezioso nel coordinamento delle operazioni, non una riserva logistica integrabile in modo volumetricamente rilevante.
Le perplessità all'interno della struttura militare americana non sono emerse a posteriori: erano già note e formalizzate prima dell'avvio delle operazioni. Il generale Dan Caine, Chairman of the Joint Chiefs, aveva avvertito la Casa Bianca che una campagna prolungata avrebbe compromesso le scorte di missili intercettori, con ricadute dirette sulla capacità di difendere le basi americane nella regione e di sostenere parallelamente i teatri ucraino e indo-pacifico. Tom Karako del CSIS ha aggiunto una prospettiva strategica ancora più ampia: ogni Tomahawk impiegato contro l'Iran è un Tomahawk sottratto alla deterrenza nel Pacifico, e ogni intercettore THAAD consumato nel Golfo è una risorsa che non sarà disponibile per difendere Guam, il Giappone o Taiwan in caso di escalation con la Cina. Kelly Grieco dello Stimson Center ha formulato l'avvertenza operativa più precisa: anche allocando alla campagna iraniana la metà dell'intero stockpile THAAD disponibile — un'ipotesi che lei stessa definisce estremamente improbabile — le scorte basterebbero per cinque o sei settimane al massimo; un quarto dello stockpile si esaurirebbe in due settimane. L'udienza del 5 marzo davanti alla sottocommissione del Senato ha reso pubblicamente visibile questa incertezza: il generale Christopher LaNeve, vice capo di stato maggiore dell'esercito, ha dichiarato di non disporre in quel momento di una stima affidabile dei consumi in corso. Nel frattempo, il Segretario alla Difesa Hegseth ha risposto alle domande dei giornalisti con la stessa formula del presidente: le scorte sono "estremamente solide" e "l'Iran non può batterci per resistenza." Incoraggiamento, non informazione.
Sul versante iraniano, sarebbe un errore analitico leggere la risposta di Teheran come reazione caotica a una situazione improvvisa. La dottrina militare iraniana è costruita da decenni attorno a un principio esplicito: non cercare di vincere la guerra dell'avversario, ma rendere la propria sconfitta abbastanza costosa da risultare strategicamente insostenibile. Farzin Nadimi del Washington Institute, uno dei massimi specialisti delle capacità militari iraniane, descrive la strategia attuale come deliberatamente calibrata: Teheran mantiene un ritmo di circa 25 missili balistici lanciati per ora, un cadenzamento progettato non per la saturazione immediata ma per tenere "i sistemi di difesa aerea e la popolazione civile sotto pressione costante", erodendo gradualmente le scorte di missili intercettori avversari. Questa impostazione si articola nel quadro di quella che gli analisti militari iraniani chiamano "Mosaic Defense" — una dottrina di difesa decentralizzata che distribuisce il comando, disperde le capacità di fuoco e punta alla sopravvivenza sistemica piuttosto che alla vittoria di campo. Come ha ricostruito Hamidreza Azizi del German Institute for International and Security Affairs, quando un regime percepisce la propria sopravvivenza a rischio il calcolo razionale cede il passo a quello esistenziale: "in situazioni di questo tipo, la maggior parte delle altre considerazioni recede. Il decision-making si concentra sulla sopravvivenza, ed è in questa cornice che la guerra di attrito deve essere compresa." L'obiettivo dichiarato di Teheran non è sconfiggere militarmente gli Stati Uniti — nessun analista iraniano lo ritiene possibile — ma alzare il costo politico, economico e logistico della campagna fino al punto in cui Washington valuti il cessate il fuoco come più conveniente della continuazione.
La questione dei tempi di piena disponibilità di fuoco è la più delicata, e qualunque stima resta forzatamente approssimativa. Tuttavia, i dati aggregati consentono di costruire una finestra operativa ragionevolmente calibrata. Se il ritmo di consumo degli intercettori THAAD nella campagna attuale è comparabile a quello del conflitto dei dodici giorni del giugno 2025 — che ha impiegato circa il 14% dello stockpile disponibile in dodici giorni di operazioni — la piena disponibilità di fuoco difensivo di alta fascia difficilmente potrà essere garantita oltre le quattro-sei settimane dall'avvio delle operazioni, vale a dire approssimativamente entro fine marzo 2026. La proiezione percentuale conferma questa finestra: a condizioni di intensità simile, il consumo cumulativo in quel periodo porterebbe tra il 30 e il 50% dell'intero stockpile THAAD all'esaurimento operativo. Rimpiazzare quei 150 missili intercettori THAAD consumati nel solo giugno 2025 richiederebbe, all'attuale ritmo produttivo di 11-12 unità annue, tra dodici e quattordici anni. Il contratto di espansione con Lockheed Martin accelererà quei tempi, ma non prima del 2028. Per i Tomahawk, la finestra offensiva è potenzialmente più breve: la produzione annua è strutturalmente incompatibile con i tassi di consumo registrati in operazioni di strike intensive, e l'ipotesi di produzione supplementare richiederebbe autorizzazione parlamentare con effetti sul campo non prima di sei-dodici mesi. Nel frattempo, secondo fonti citate da Breaking Defense, il Pentagono starebbe già valutando modifiche alle dottrine di ingaggio — razionare gli intercettori di alta fascia, impiegare sistemi più economici contro i droni — con l'effetto, come ha osservato l'ex vice segretario alla difesa Jud Crane, di "alleggerire lo stress sulle scorte ma introdurre un rischio aggiuntivo che ricade direttamente sul personale militare."
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Il quadro che emerge dai dati OSINT disponibili è quello di una campagna che ha già cambiato natura rispetto alle premesse iniziali. La logica del knockout — degradare rapidamente le capacità militari iraniane, eliminare la leadership politica, creare le condizioni per una resa accelerata — non ha prodotto i suoi effetti nei tempi previsti. L'Iran ha subito colpi devastanti: infrastrutture militari distrutte, apparato missilistico degradato, Khamenei ucciso nei primi raid del 28 febbraio. Ma il sistema tiene. E un sistema che tiene, in un conflitto asimmetrico, ha già vinto la sua prima battaglia: quella della sopravvivenza. La vera partita, da questo momento in poi, si gioca su un registro diverso da quello della potenza di fuoco. Si gioca sulla sostenibilità — delle scorte, dei costi, della volontà politica. Su quel terreno, la matematica dell'asimmetria economica lavora strutturalmente a favore di chi spende venti dollari per ogni mille che l'avversario è costretto a bruciare per fermarlo. L'Iran non deve vincere. Deve arrivare in piedi alla fine del match, anche dopo una pestata memorabile, sapendo che l'avversario ha il carrello in perfetto ordine ma il carburante che scarseggia. La domanda che conta non è "chi ha più munizioni." È "chi esaurisce per primo quelle che non può sostituire." E su questa domanda, i dati OSINT disponibili non lasciano spazio a trionfalismi — né sui social media, né altrove.
Fonti principali: CSIS (Depleting Missile Defense Interceptor Inventory, dic. 2025), JINSA (Missile and Interceptor Cost Estimates, lug. 2025), Heritage Foundation (gen. 2026), Stimson Center, Foreign Policy, Breaking Defense, Military Times, ABC News, Asia Times, RFE/RL, Defence Security Asia, Iran Primer/USIP, Washington Institute for Near East Policy (Farzin Nadimi), German Institute for International and Security Affairs (Hamidreza Azizi), CENTCOM.








Comandante, il primo agosto 1914 scoppiò la prima guerra mondiale. In quell'anno il Regno Unito produsse in 5 mesi 500mila proiettili per artiglieria.
Nella primavera dell'anno successivo si accorsero che erano pochissimi: in un bombardamento di 35 minuti nella battaglia di Neuve Chapelle avevano sparato più proiettili che nell'intera guerra Anglo-Boera. Si arrivò al punto che nel maggio 1915 ogni cannone non poteva sparare più di 4 colpi al giorno.
Gli inglesi si misero al lavoro, trovarono un nuovo modo di produrre gli esplosivi utilizzando anche le birrerie e nei mesi che restavano del 1915 produssero oltre 16 milioni di proiettili.
Nel 1917 i proiettili prodotti diventarono 50 milioni.
Insomma, la storia insegna che una nazione industrializzata con l'apparato produttivo integro, se ci sono soldi e volontà politica, riesce a produrre quasi tutto quello che vuole. In fondo, se ci pensiamo bene, è successo anche per i vaccini anti COVID nel 2021.
Non potrebbe accadere anche questa volta?
PS: Non si dicono mai così tante bugie quanto prima delle elezioni, durante le guerre e dopo le battute di caccia (Otto Von Bismarck)
La cosa che mi ha colpito maggiormente, oltre alla consueta superficialità dei ragionamenti da adolescente ricco e viziato di Trump, è l'odio viscerale e il disprezzo manifestato per Zelenskyy. Magari sotto sotto c'è anche un po' di invidia, perché il rispetto che si è guadagnato il leader ucraino per le sue scelte coraggiose Trump non lo avrà mai