Né guerra né pace
Cronaca di un'ambiguità temporanea che si candida a diventare strutturale.
A sessanta giorni dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, il conflitto tra Stati Uniti e Iran si è cristallizzato in una forma che né la narrativa della vittoria americana né quella della resistenza iraniana descrivono con precisione: un equilibrio di reciproca impotenza in cui Washington non riesce a tradurre la superiorità militare in risultato politico e Teheran non può cedere sul nucleare senza disintegrare ciò che resta della propria architettura di potere. I negoziati sono bloccati su una frattura strutturale, il rinvio del dossier nucleare che l’Iran offre e che Trump non può accettare senza ammettere che la guerra non ha raggiunto il suo obiettivo dichiarato, mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso al traffico commerciale normale per il sessantesimo giorno consecutivo. Questo articolo sostiene che lo stallo non prelude a un accordo: è l’accordo che entrambe le parti, per ragioni diverse, non possono concludere. E che il costo di questa impasse non ricade sui contendenti ma su chi dipende da quelle acque, consumatori, industrie, catene di approvvigionamento, che pagheranno il prezzo di una sovranità operativa iraniana su Hormuz che nessun trattato ha formalizzato ma che i fatti hanno già consacrato.
Il 27 aprile 2026, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi pubblica un messaggio sulla piattaforma X che vale più di qualsiasi comunicato ufficiale. Reduce da oltre ventuno ore di colloqui a Islamabad, da un passaggio a Muscat per incontrare il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq, e in partenza per San Pietroburgo dove lo attendeva Vladimir Putin, Araghchi denuncia che una telefonata di Benjamin Netanyahu a JD Vance avvenuta nel corso dei negoziati aveva spostato il fuoco dalle trattative USA-Iran agli interessi israeliani. “Gli Stati Uniti hanno cercato di ottenere al tavolo negoziale ciò che non hanno ottenuto con la guerra,” aggiunge. Washington non ha confermato né smentito la telefonata.
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L’episodio, verificato nella sua forma pubblica e non smentito dall’amministrazione americana, è il frammento più rivelatore di un quadro negoziale che al 28 aprile 2026 appare bloccato su tutti i piani simultaneamente. La proposta iraniana portata a Islamabad nel corso del fine settimana prevedeva una sequenza in tre stadi: prima la fine formale della guerra con garanzie che gli Stati Uniti non potessero riavviarla unilateralmente, poi la risoluzione del blocco navale americano e della chiusura dello Stretto di Hormuz, e solo in una terza fase, separata e successiva, i negoziati sul programma nucleare. Il tutto accompagnato da una condizione pregiudiziale: il blocco doveva essere rimosso prima che qualsiasi trattativa potesse ricominciare. Donald Trump ha esaminato la proposta con i suoi consiglieri nella Situation Room della Casa Bianca lunedì 28 aprile e l’ha respinta. Un funzionario americano ha dichiarato a Reuters, a condizione di anonimato, che il presidente era insoddisfatto per il rinvio del dossier nucleare. Il New York Times ha aggiunto, citando più fonti, che parte della resistenza derivava dalla valutazione che accettare la proposta avrebbe negato a Trump una vittoria visibile.
Nel frattempo, tra i 125 e i 140 scafi che in condizioni normali attraversavano lo Stretto di Hormuz ogni giorno, nelle ultime ventiquattro ore ne erano transitati sette, secondo i dati di tracciamento navale di Kpler e le analisi satellitari di SynMax. Nessuno di essi trasportava petrolio destinato ai mercati globali. Il prezzo del greggio Brent aveva toccato i 108,23 dollari al barile il 28 aprile, con un rialzo di quasi il tre percento in una sola sessione. Il contratto ICE Brent (quotato sull’Intercontinental Exchange, la principale borsa merci europea) aveva già segnato un +17% nella settimana precedente. La carenza di forniture, secondo le stime di ING, si attesta intorno ai tredici milioni di barili al giorno senza alternative logistiche praticabili nel breve periodo.
La struttura negoziale che si è formata attorno a questo stallo è complessa e asimmetrica. Il Pakistan ha assunto il ruolo di polo di mediazione indiretta, con Islamabad che ospita i colloqui e l’esercito, guidato dal feldmaresciallo Asim Munir, che garantisce la cornice di sicurezza e la riservatezza dei canali. L’Oman svolge la funzione che gli è storicamente propria di mediatore discreto, con il sultano Haitham che ha ricevuto Araghchi prima di ogni tornata di negoziati. La Russia di Putin offre a Teheran una sponda diplomatica e la possibilità di consultazioni che il regime può usare come segnale verso Washington: non siamo isolati, abbiamo interlocutori alternativi. Turchia, Egitto e Qatar operano come facilitatori laterali, con i loro emissari che riferiscono ai mediatori principali le posizioni delle parti. Israele non siede a nessuno di questi tavoli.
L’assenza di Israele dalla struttura negoziale non riguarda la procedura: ha conseguenze dirette sulla tenuta di qualsiasi accordo che dovesse essere raggiunto. Fonti israeliane citate da Channel 12 News riferiscono che Netanyahu ha convocato riunioni di coalizione per esaminare scenari nel caso di un collasso dei negoziati, e che Gerusalemme sta premendo su Washington affinché il blocco navale rimanga in vigore come strumento di pressione su Teheran. La valutazione israeliana, secondo le stesse fonti, è che il blocco prolungato aumenti la pressione sul regime riducendone le entrate, esacerbando le divisioni interne e lasciandolo di fronte a una scelta: ammorbidire le posizioni negoziali o affrontare una maggiore instabilità, con la possibilità, in prospettiva, di una ripresa dell’azione militare congiunta. In questo schema, un accordo che rinvii il nucleare è visto da Gerusalemme come una concessione strategica che preserva la minaccia che la campagna avrebbe dovuto eliminare, non come un passo avanti verso una soluzione. La telefonata Netanyahu-Vance, se confermata nella sostanza anche in assenza di una smentita formale da Washington, sarebbe la manifestazione più diretta di questa postura: Israele che usa la propria influenza sull’amministrazione per impedire che Washington accetti un accordo non allineato ai propri obiettivi strategici.
Questo introduce una frattura che al 28 aprile si è approfondita in modo misurabile. Washington e Gerusalemme non stanno conducendo la stessa guerra. Washington oscilla visibilmente tra coercizione, contenimento e negoziato, con Trump che in una settimana ha dichiarato l’Iran “sostanzialmente decimato”, minacciato nuovi bombardamenti su Kharg Island, esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato e poi cancellato il viaggio dei suoi inviati a Islamabad. Gerusalemme punta a esiti massimali: un’erosione profonda e possibilmente irreversibile delle capacità iraniane, se non il collasso del regime. La divergenza non riguarda il tono delle dichiarazioni pubbliche ma la sostanza degli obiettivi perseguiti. Come ha osservato Steven Cook, ricercatore senior del Council on Foreign Relations specializzato in Medio Oriente e Africa, non ci sarà stato alcun cambio di regime in Iran, la leadership attuale non è meno radicale dei suoi predecessori, gli iraniani mantengono la capacità di minacciare i propri vicini, e l’Iran dispone ora di una leva sullo Stretto di Hormuz che non possedeva prima dell’inizio della guerra. La domanda che Cook pone, e a cui nessuna delle parti ha risposto, è come i negoziati possano cambiare questa realtà.
La debolezza interna di ciascun contendente è l’altro asse su cui si regge la tesi dello stallo come condizione di regime, e su questo piano le evidenze disponibili sono più numerose e precise di quanto la retorica pubblica lasci trasparire.
Sul versante iraniano, la frattura più significativa è quella che ha portato all’allontanamento di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e fino a pochi giorni fa capo della delegazione negoziale iraniana a Islamabad, dalla guida dei colloqui. Secondo quanto riferisce Iran International, testata d’opposizione con sede a Londra che va letta tenendo conto della propria linea editoriale ma le cui informazioni in questo caso convergono con fonti indipendenti, una delegazione guidata da Ghalibaf e Araghchi era pronta a partire per Islamabad quando un messaggio proveniente dal cerchio interno di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali Khamenei e figura di riferimento nella nuova architettura di potere del regime, ha vietato di discutere il dossier nucleare e ha rimproverato il ministro degli Esteri per averne sollevato le implicazioni nelle tornate precedenti. Araghchi avrebbe risposto osservando che recarsi in Pakistan senza poter toccare il nucleare avrebbe condannato qualsiasi trattativa all’irrilevanza. Il risultato è stata una delegazione ridotta, un mandato negoziale amputato, e una proposta, quella del rinvio del nucleare, che è al tempo stesso l’unica cosa che Teheran può offrire adesso e la cosa che Washington non può accettare senza cedere su quello che ha dichiarato essere il proprio obiettivo primario. La divisione tra chi in Iran vede il conflitto come esistenziale e chi lo legge come un problema da gestire pragmaticamente non coincide con la dicotomia tra moderati e intransigenti nel senso convenzionale del termine. Cook ha ragione quando osserva che questa distinzione è quasi sempre fuorviante: si tratta di gradi diversi di disponibilità a vendere la stessa posizione di fondo alla controparte occidentale, limando le asperità più visibili. La divisione è tuttavia reale nella misura in cui produce paralisi operativa: i negoziatori non hanno mandato sufficiente, e chi ha il mandato non vuole negoziare.
L’economia iraniana fornisce il contesto materiale di questa paralisi. Il commercio non petrolifero tra Cina e Iran è crollato a 184 milioni di dollari a marzo 2026, da 907 milioni nello stesso mese dell’anno precedente: un quinto del livello prebellico, secondo Iran International. Le esportazioni petrolifere verso la Cina si sono attestate a circa 1,53 milioni di barili al giorno a marzo, con un calo del quindici percento rispetto a marzo 2025. Il blocco navale americano, entrato in vigore il 13 aprile, ha compresso ulteriormente i carichi di greggio iraniano da una media di 2,1 milioni di barili al giorno nei primi tredici giorni di aprile a 567.000 barili al giorno nel periodo 14-23 aprile, secondo Kpler, società di analisi dei flussi energetici. L’Iran ha iniziato a immagazzinare il petrolio che non riesce a esportare in cisterne dismesse, in strutture portuali improvvisate ad Ahvaz e Asaluyeh, e su petroliere usate come depositi galleggianti. Kpler stima che la produzione iraniana potrebbe scendere a 1,2-1,3 milioni di barili al giorno entro metà maggio se il blocco regge, da livelli già compressi. Gli inventari terrestri sono saliti a circa 49 milioni di barili su una capacità stimata di 86-95 milioni, con operatori che avvertono che i vincoli tecnici, di sicurezza e geografici rendono inutilizzabile nella pratica buona parte di quella capienza nominale.
Sul piano occupazionale, il quadro è altrettanto severo. Il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite stima che fino a 4,1 milioni di iraniani in più potrebbero scivolare in povertà a causa del conflitto. Più di 23.000 stabilimenti e imprese sono stati colpiti dagli attacchi. Il viceministro del Lavoro iraniano ha riconosciuto la perdita diretta di un milione di posti di lavoro, con un altro milione perso per effetto a cascata. Il tasso di inflazione annuo ha raggiunto il 72% a marzo 2026, con punte significativamente più alte per i beni di prima necessità. L'inflazione era, comunque, già oltre il 70% prima del conflitto. Le domande di sussidio di disoccupazione nei due mesi di guerra sono state 147.000, circa il triplo rispetto all’anno precedente. Gli impianti petrolchimici colpiti dagli attacchi israeliani e le acciaierie di Isfahan e Khuzestan, che rappresentano circa il 70% della produzione nazionale di acciaio, sono fermi o gravemente danneggiati: petrolchimici e acciaio insieme generano tra 18 e 20 miliardi di dollari annui di esportazioni, oltre un terzo delle entrate non petrolifere iraniane. Il regime ha risposto vietando le esportazioni di prodotti petrolchimici e di semilavorati d’acciaio fino al 30 maggio, misure che aggravano ulteriormente il deficit di valuta estera.
In questo contesto, il rinvio del nucleare offerto da Teheran come principale concessione negoziale va letto come misura dello spazio di manovra rimasto, non come segnale di moderazione. Non è possibile offrire quello che il cerchio di potere interno proibisce di cedere, e non è possibile resistere indefinitamente con un’economia in collasso accelerato. La scommessa di Teheran, come osservano Jason Burke sul Guardian e come Alterman e Vaez argomentano su Foreign Affairs, è che Trump si trovi in difficoltà prima dell’Iran: l’indice di gradimento presidenziale è sceso da -11 a -17 punti dall’inizio del conflitto secondo RealClearPolitics, le elezioni di midterm sono previste a novembre, e ogni settimana di stallo si traduce in prezzi della benzina più alti per l’elettore americano medio. Nel calcolo di Teheran, la resistenza non richiede di vincere, richiede che Washington ceda prima.
Sul versante americano, la debolezza è di natura diversa ma non meno significativa. The Atlantic ha pubblicato il 27 aprile un’analisi basata su fonti multiple all’interno dell’amministrazione secondo cui il vicepresidente Vance ha sollevato dubbi sull’accuratezza delle informazioni fornite dal Pentagono in merito alle scorte di munizioni e all’effettivo stato delle capacità militari iraniane residue. Sempre secondo The Atlantic, che cita valutazioni di intelligence interne, l'Iran mantiene ancora porzioni significative della propria aereonautica, insieme alla maggior parte dei lanciatori missilistici e alla quasi totalità dei natanti veloci con cui la marina dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione islamica, può posare mine e ostacolare il traffico commerciale nello Stretto. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, e il generale Dan Caine, presidente dei Capi di stato maggiore congiunti, hanno pubblicamente descritto le riserve americane come robuste e i danni inflitti all’Iran come drastici. Un ex funzionario dell’amministrazione ha detto a The Atlantic che Hegseth “si sforza di dire al presidente esattamente quello che vuole sentire”, e che questa tendenza è “pericolosa.”
I numeri pubblicati dal Center for Strategic and International Studies (CSIS, uno dei principali istituti di analisi della sicurezza a Washington) forniscono un quadro più preciso. In 39 giorni di campagna aerea e missilistica prima del cessate il fuoco, le forze americane hanno impiegato oltre mille missili Tomahawk su una scorta prebellica di 3.100 unità, oltre 1.100 missili JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile, missile aria-superficie a lungo raggio) su 4.400, tra 1.060 e 1.430 missili Patriot su 2.330, e tra 190 e 370 missili SM-6. Per quattro dei sette sistemi analizzati, gli Stati Uniti potrebbero aver consumato più della metà delle scorte prebelliche. I tempi di ricostruzione vanno da 42 a 64 mesi. Questi stessi sistemi sarebbero necessari per una difesa credibile di Taiwan, della Corea del Sud e dell’Europa orientale. Già prima dell’Operazione Epic Fury, i comandi militari americani avevano segnalato che le scorte erano insufficienti per un conflitto contro un avversario di pari livello. Quella carenza è ora più acuta, e compete con le forniture a Ucraina e altri alleati che usano gli stessi sistemi.
A questo si aggiunge un vincolo di natura istituzionale che ha ricevuto meno attenzione di quanto merita. Il War Powers Resolution, la legge del 1973 che disciplina i poteri di guerra del presidente in assenza di una formale dichiarazione di guerra da parte del Congresso, impone che le ostilità cessino entro 60 giorni se il Parlamento non ha autorizzato l’uso della forza. La scadenza, secondo le diverse interpretazioni della norma, cade tra il 29 aprile e il 1° maggio 2026. La precisione della data è oggetto di disputa: alcuni giuristi fanno decorrere il termine dall’avvio delle ostilità il 28 febbraio, altri dalla notifica formale al Congresso; alcuni parlamentari repubblicani sostengono che il periodo di cessate il fuoco non conti ai fini del computo. Variabile ulteriore: il vicepresidente Vance aveva dichiarato pubblicamente già a gennaio che la legge è “fondamentalmente falsa e incostituzionale”, e nessun presidente americano nella storia ha mai accettato che il meccanismo del War Powers Resolution fermasse un’operazione in corso. La legge, dunque, non funziona da ghigliottina automatica: agisce come orologio politico che aumenta la pressione su un’amministrazione già in difficoltà, rende più difficile giustificare davanti al Congresso una ripresa dei bombardamenti, e offre ai senatori critici, a partire dalla repubblicana Susan Collins, presidente della Commissione Appropriazioni del Senato, uno strumento formale per forzare un voto che potrebbe imbarazzare la Casa Bianca in una fase di negoziati già compromessi.
In questo quadro di doppia debolezza, la capacità di escalation di entrambe le parti è più limitata di quanto la retorica pubblica suggerisca. L’Iran non può rischiare una ripresa dei bombardamenti con un’economia in collasso accelerato e senza una catena di comando militare integra. Gli Stati Uniti non possono ricominciare a bombardare con le scorte di munizioni dimezzate, senza un’autorizzazione congressuale che non hanno cercato, e con un presidente la cui popolarità è in calo significativo. Ali Vaez, direttore del progetto Iran all’International Crisis Group, ha descritto questa condizione con una formula difficile da migliorare: “Il cessate il fuoco è intrinsecamente instabile. In mare, né Washington né Teheran stanno de-escalando: stanno testando i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimane in vigore, ogni interdizione, colpo di avvertimento o sequestro di nave diventa un possibile innesco per una ricaduta nel conflitto.” L’instabilità che Vaez descrive non prelude a una stabilità: è la condizione in cui entrambe le parti, bloccate dalle proprie debolezze interne, si sono installate.
C’è una terza variabile che condiziona la durata dello stallo e che la retorica della “guerra tra USA e Iran” tende a oscurare: la Cina. Pechino ha dichiarato “pieno sostegno” alla mediazione pakistana, postura che a prima lettura appare costruttiva. Letta alla luce dei comportamenti documentati, è invece coerente con una logica più sottile: la Cina vuole il processo negoziale abbastanza vivo da non degenerare in escalation aperta, ma non abbastanza risolto da produrre un accordo rapido che chiuda il conflitto alle condizioni americane. Jon Alterman e Ali Vaez, scrivendo su Foreign Affairs, identificano con precisione l’interesse strategico di Mosca e Pechino in un conflitto che logori gli Stati Uniti senza precipitare in una guerra regionale incontrollata: lo stesso schema applicato per vent’anni nel dopoguerra dell’11 settembre, quando la Cina, nelle parole del ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, “vinceva senza combattere in Medio Oriente, mentre gli USA combattevano senza vincere.” Sul piano materiale, la situazione è più opaca ma non per questo meno rilevante. Fonti citate da CNN il 12 aprile segnalano che Pechino stava fornendo all’Iran nuovi sistemi missilistici spalleggiabili contraerei nei giorni successivi al cessate il fuoco. Un rapporto del Telegraph del 3 aprile aveva rivelato l’invio di sodio perclorato, precursore chimico per il propellente dei missili balistici a propulsione solida, in quantità sufficiente per centinaia di testate. La Cina nega entrambe le forniture. Questi elementi non sono verificabili in forma definitiva e vanno trattati come segnali di possibile pressione piuttosto che come fatti accertati. Quello che è accertato è il calcolo strategico di fondo: ogni settimana di stallo a Hormuz è una settimana in cui le riserve di munizioni americane non si ricostituiscono, la coesione delle alleanze transatlantiche si erode ulteriormente, e Pechino osserva, studia e accumula intelligence sulle tattiche operative americane, esattamente come Washington ha fatto con l’esercito russo attraverso quattro anni di conflitto in Ucraina.
Lo stallo ha effetti che vanno ben oltre il petrolio e il gas, sebbene questi rimangano il vettore principale della sua diffusione sistemica. La chiusura del complesso di Ras Laffan, il più grande impianto di gas naturale liquefatto (GNL) al mondo, situato in Qatar e colpito da attacchi iraniani nelle prime settimane del conflitto, ha ridotto le esportazioni di elio del Qatar del 14%, con la dichiarazione di forza maggiore da parte di QatarEnergy. Il Qatar era prima della guerra responsabile di circa un terzo dell’offerta mondiale di elio. Si tratta di un gas tutt’altro che marginale per l’economia industriale: è un input critico per la produzione di semiconduttori, la fibra ottica, i magneti superconduttori usati nei macchinari per la risonanza magnetica per immagini (MRI), e più in generale per qualsiasi infrastruttura tecnologica ad alta intensità di precisione. Nicholas Snyder, amministratore delegato di North American Helium, ha dichiarato a Foreign Policy che “se pensiamo ai semiconduttori, alla fibra ottica o a qualsiasi sistema che usi magneti superconduttori, le conseguenze della mancanza di elio sono enormi in senso economico.” Le perturbazioni sulle catene di approvvigionamento globali dei chip, già sotto pressione da fattori strutturali preesistenti, si sommano ora a una compressione dell’offerta di input critici che non ha un orizzonte di risoluzione a breve termine.
Sui metalli, ING segnala che lo spread a pronti sull’alluminio al London Metal Exchange (LME, la borsa dei metalli di Londra) ha raggiunto quasi 78 dollari per tonnellata in backwardation, ovvero con i prezzi a pronti superiori a quelli a termine, al livello più alto da aprile 2024, a causa delle perturbazioni nella catena di approvvigionamento del Golfo Persico. Le sanzioni americane imposte nell’ultima settimana, che includono la raffineria cinese Hengli Petrochemical di Dalian e circa quaranta compagnie e navi facenti parte della cosiddetta flotta ombra iraniana, petroliere che operano al di fuori dei circuiti assicurativi regolamentati, hanno aggiunto ulteriore incertezza per gli operatori che cercano di valutare la durata dello stallo. Rachel Ziemba, ricercatrice aggiunta al Center for a New American Security (CNAS), ha avvertito che il prolungarsi della situazione potrebbe portare a prezzi del petrolio più elevati e a rischi di stagflazione crescenti, con un peso sempre maggiore sui consumatori globali.
Quello che si profila, dunque, non è propriamente una pace: se un accordo parziale si materializzerà, avrà la forma di uno sblocco concordato di Hormuz in cambio della sospensione del blocco navale americano, con il dossier nucleare rinviato a una fase successiva indeterminata. Questa è essenzialmente la proposta iraniana del 27-28 aprile, respinta da Trump ma non ritirata. Se accettata in qualche variante futura, produrrebbe una riapertura formale dello Stretto con un residuo permanente di ambiguità: chi controlla il transito, a quali condizioni, con quale garanzia operativa.
L’Iran ha già incassato i primi pedaggi da navi in transito, secondo quanto riferito dal Council on Foreign Relations, e i Pasdaran hanno pubblicato sul proprio canale Telegram ufficiale una dichiarazione inequivocabile: “Controllare lo Stretto di Hormuz e mantenere l’ombra dei suoi effetti deterrenti sull’America e sui sostenitori della Casa Bianca nella regione è la strategia definitiva dell’Iran islamico.” Teheran sta costruendo una dottrina operativa che trasforma Hormuz, punto di strozzatura di 33 chilometri attraverso cui transitava prima della guerra circa un quinto del petrolio mondiale, da variabile contingente a fonte permanente di reddito, leva di pressione e deterrente strategico. Cook ha sintetizzato la proiezione più probabile in questi termini: l’Iran continuerà a usare il chokepoint nella misura in cui potrà, gli stati del Golfo tenteranno rotte alternative attraverso nuove infrastrutture, ma queste sarebbero vulnerabili agli attacchi iraniani. L’unico modo per restaurare Hormuz alle condizioni prebelliche, ha aggiunto il ricercatore senior Ray Takeyh dello stesso istituto, è la presenza navale americana permanente nella regione, senza un limite temporale definito.
Una simile prospettiva è politicamente invendibile per un’amministrazione che ha costruito parte del proprio consenso sulla promessa di sottrarre l’America alle “guerre lontane”, e materialmente insostenibile per un paese che ha già consumato tra il 30 e il 50 percento di quattro sistemi missilistici critici in meno di quaranta giorni di campagna e che ha bisogno delle stesse riserve per la deterrenza verso Cina, Russia e Corea del Nord. Il conflitto si sta orientando verso un esito che non corrisponde agli obiettivi dichiarati di nessuno dei contendenti principali: l’Iran non ha vinto sul campo ma ha trasformato la propria sconfitta convenzionale in leva permanente; gli Stati Uniti non hanno perso la campagna aerea ma non riescono a tradurre la superiorità tattica in risultato politico; Israele ha ottenuto la degradazione delle capacità convenzionali iraniane ma non la neutralizzazione del programma nucleare, che era il risultato considerato esistenzialmente necessario.
Quello che emerge, dunque, non è un ordine ridisegnato ma una geometria di ambiguità istituzionalizzata in cui Hormuz non è tornata alla condizione precedente al conflitto né si è stabilizzata in una nuova forma definita. È una variabile aperta, presidiata da un regime che ha dimostrato di poter azionare la leva anche dopo aver subito la più massiccia campagna di degradazione convenzionale della propria storia recente. Il costo di questa apertura non è distribuito equamente: lo pagano i consumatori europei e asiatici attraverso i prezzi dell’energia, le industrie ad alta intensità energetica che stanno già operando la cosiddetta distruzione della domanda (riduzione forzata dei consumi per effetto dei prezzi), le catene di approvvigionamento di tecnologia avanzata che dipendono da input critici transitati per quella strozzatura. Lo pagano gli afghani, con i confini chiusi sia verso il Pakistan che verso l’Iran e 17,4 milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare acuta secondo le Nazioni Unite. Lo pagano i libanesi, con un cessate il fuoco che Israele non riconosce come vincolante per le operazioni contro Hezbollah, e che Teheran usa come condizione per qualsiasi partecipazione a nuovi negoziati.
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Non è escluso che la situazione si evolva rapidamente nelle prossime ore o nei prossimi giorni: la diplomazia, in questa fase, si misura in cicli di ventiquattro ore. Trump potrebbe accettare una variante della proposta iraniana se la pressione economica interna diventasse insostenibile prima delle scadenze politiche di maggio. Teheran potrebbe irrigidirsi ulteriormente se il cerchio di Mojtaba Khamenei consolidasse il proprio controllo sul processo decisionale a scapito dei pragmatisti. Un incidente navale, un colpo non autorizzato, una mina che affonda la nave sbagliata, potrebbe rompere la logica negoziale indipendentemente dalla volontà dichiarata di entrambe le parti. Queste finestre rimangono aperte, e l’analisi onesta non può ignorarle.
Quello che le fonti disponibili al 28 aprile 2026 consentono però di affermare è che la guerra aerea appartiene già al passato, mentre la guerra per Hormuz è ancora in corso e non si chiuderà con la firma di un accordo parziale, perché l’Iran ha ormai incorporato il controllo dello Stretto nella propria dottrina strategica come patrimonio permanente. Il prezzo di questa trasformazione lo stanno già pagando gli altri, e lo pagheranno ancora per qualche tempo, indipendentemente da quello che accadrà nelle prossime settimane a Islamabad, a Muscat, o in qualsiasi altra sala dove si decide cosa fare di questa guerra che nessuno ha vinto e nessuno ha perso nel modo in cui si aspettava.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto il 28 aprile 2026, a conflitto in corso e con negoziati attivamente in svolgimento. L’analisi si basa su fonti verificate pubblicate nelle ultime settimane: Reuters, New York Times, Wall Street Journal, The Atlantic, Council on Foreign Relations, Foreign Affairs, Foreign Policy, Iran International, CNN, Al Jazeera, NPR, ING Think, Center for Strategic and International Studies, CNN Politics, The Australian Strategic Policy Institute. I dati quantitativi sulle scorte di munizioni, sui flussi petroliferi e sugli indicatori economici iraniani sono attribuiti alle rispettive fonti primarie. Le dichiarazioni di funzionari citati in forma anonima sono riprese dalle testate che le hanno pubblicate. Le informazioni sui trasferimenti di materiale militare cinese all’Iran sono riportate come segnali da fonti secondarie, con la relativa incertezza dichiarata nel testo. Margini di incertezza residui riguardano l’evoluzione dei negoziati nelle prossime ore e i dettagli interni del processo decisionale iraniano, accessibili solo attraverso fonti indirette.
Fonti principali
Reuters, Parisa Hafezi e Steve Holland, Trump not happy with latest Iran proposal to end the war, US official says, 28 aprile 2026. Fonte primaria per: insoddisfazione di Trump sulla proposta iraniana, struttura negoziale a fasi, dichiarazione della portavoce della Casa Bianca Olivia Wales, posizione dell’Iran sul blocco come precondizione.
New York Times, Tyler Pager e Julian E. Barnes, Trump Is Dissatisfied With Iran’s Plan to Reopen Strait of Hormuz, 27 aprile 2026. Fonte primaria per: dibattito interno all’amministrazione sulla proposta iraniana, valutazione che accettarla negherebbe a Trump una vittoria, mandato negoziale iraniano bloccato da IRGC e cerchio della Guida Suprema, stima del 40% dell’arsenale di droni e 60% dei lanciatori missilistici iraniani ancora integri.
Wall Street Journal, Georgi Kantchev, Jared Malsin e Summer Said, Air War in Iran Gives Way to Crippling Stalemate in Hormuz, 22 aprile 2026. Fonte primaria per: attacchi alle navi Epaminondas e Francesca, flottiglia di piccoli natanti veloci IRGC, 10 milioni di barili al giorno bloccati, rischio stagflazione, dichiarazione di Ali Vaez (International Crisis Group).
Wall Street Journal, Benoit Faucon, Georgi Kantchev e Rebecca Feng, Iran Is Flooded With So Much Unsold Oil That It’s Stashing It in Derelict Tanks, 27 aprile 2026. Fonte primaria per: stoccaggio in cisterne dismesse, dati Kpler sui carichi iraniani post-blocco, inventari terrestri, stima produzione a 1,2-1,3 milioni di barili al giorno entro metà maggio, dichiarazione di Sanam Vakil (Chatham House).
The Atlantic, Vance Doubts Pentagon’s Depiction of Iran War, 27 aprile 2026. Fonte primaria per: dubbi di Vance sulle scorte di munizioni, valutazioni interne su capacità residue iraniane, dichiarazioni anonime su condotta di Hegseth.
Center for Strategic and International Studies (CSIS), Mark F. Cancian e Chris H. Park, Last Rounds? Status of Key Munitions at the Iran War Ceasefire, 21 aprile 2026. Fonte primaria per: dati quantitativi sull’impiego delle munizioni (Tomahawk, JASSM, Patriot, SM-6), scorte prebelliche, tempi di ricostruzione, implicazioni per Taiwan e forniture agli alleati.
CNN Politics, Zachary B. Wolf, The Law Sets a 60-day Limit on Unauthorized Wars. Will Trump Respect It?, 25 aprile 2026. Fonte primaria per: meccanismo e limiti operativi del War Powers Resolution, dibattito sulla data esatta della scadenza, dichiarazione di Vance sulla legge “incostituzionale”, precedenti storici, posizione della senatrice Collins.
Council on Foreign Relations, Michael Froman con Steven Cook e Ray Takeyh, Trump Extended the Iran War Ceasefire, Now What?, aprile 2026. Fonte primaria per: analisi dello stallo, uso di Hormuz come strumento strategico permanente, frammentazione del Golfo, condizioni per il ripristino del transito.
Council on Foreign Relations, Trump’s Iran Ceasefire Has Been Extended, So Has the Hormuz Standoff, aprile 2026. Fonte primaria per: termini del cessate il fuoco, piano in dieci punti iraniano, cronologia delle trattative, pedaggi sui transiti, dichiarazioni di Cook e Takeyh.
Iran International, Behrouz Turani, Did Araghchi’s Tour Signal Leverage or Isolation?, aprile 2026. Fonte primaria per: tour diplomatico di Araghchi, divisione interna tra pragmatisti e intransigenti, Russia vista con sospetto crescente a Teheran, dichiarazione del quotidiano riformista Shargh sullo stallo nei negoziati.
Iran International, Iran’s Foreign Trade Suffers Wartime Collapse, aprile 2026. Fonte primaria per: dati commercio Cina-Iran (184 milioni contro 907 milioni a marzo 2025), esportazioni petrolifere -15%, commercio estero non petrolifero -16%, divieto di esportazione di petrolchimici e acciaio, danni agli impianti di Isfahan e Khuzestan.
CNN, Tim Lister e Aida Karimi, Millions of Iranians Face Unemployment as War Exacts Heavy Economic Price, 28 aprile 2026. Fonte primaria per: stima UNDP di 4,1 milioni di nuovi poveri, perdita di 2 milioni di posti di lavoro, inflazione al 72%, 147.000 domande di sussidio di disoccupazione, dichiarazioni di Hadi Kahalzadeh (Quincy Institute).
Foreign Policy, Rishi Iyengar e Christina Lu, The Hormuz Hit to Helium, 27 aprile 2026. Fonte primaria per: impatto sul mercato dell’elio, complesso di Ras Laffan, riduzione dell’export di elio del 14%, implicazioni per semiconduttori e tecnologia, dichiarazione di Nicholas Snyder (North American Helium).
Foreign Policy, Rachel Oswald, Trump’s Iran War Approaches a Fresh Legal Hurdle, 23 aprile 2026. Fonte primaria per: scadenza del War Powers Resolution, dichiarazione della senatrice Collins, scenario congressuale.
National Post (Channel 12 News), Netanyahu Holds Consultations to Prepare for Collapse of US-Iran Talks, aprile 2026. Fonte primaria per: riunioni di Netanyahu su scenari di collasso negoziale, pressione israeliana per mantenere il blocco navale, allontanamento di Ghalibaf dalla guida della delegazione.
The Daily Star, Netanyahu’s Call Changed Everything, 14 aprile 2026. Fonte primaria per: denuncia di Araghchi sulla telefonata Netanyahu-Vance durante i negoziati di Islamabad.
The Guardian, Jason Burke, No Headway in Middle East Peace Efforts as US and Iran Refuse to Yield, 26 aprile 2026. Fonte primaria per: analisi del Clingendael Institute (Azizi e Van Veen) sullo stallo, pedaggio iraniano da 2 milioni di dollari per petroliera, dichiarazione dei Pasdaran su Telegram su Hormuz come strategia permanente.
Axios, Iran Offers US Deal to Reopen Hormuz Strait, Postpone Nuclear Talks, aprile 2026. Fonte primaria per: dettagli della proposta iraniana a tre fasi, comunicazione di Araghchi ai mediatori sul mancato consenso interno, richiesta americana di sospensione dell’arricchimento per un decennio e rimozione delle 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito.
ING Think, Warren Patterson e Ewa Manthey, The Commodities Feed: Oil Moves Higher amid US-Iran Stalemate, aprile 2026. Fonte primaria per: ICE Brent +17% nella settimana precedente, carenza di 13 milioni di barili al giorno, alluminio LME in backwardation, sanzioni su Hengli e flotta ombra.
Foreign Affairs, Jon B. Alterman e Ali Vaez, How China and Russia Can Exploit the Iran War, 23 aprile 2026. Fonte primaria per: interesse strategico di Cina e Russia a prolungare lo stallo, citazione di Jaishankar sulla strategia cinese nel post-11 settembre, analisi del vantaggio russo derivante dalle esenzioni sulle sanzioni petrolifere, logica dello stallo come strumento di logoramento americano.
The Australian Strategic Policy Institute (ASPI), Raji Pillai Rajagopalan, Helping Iran: China is a Party in the War, aprile 2026. Fonte per: segnalazioni di forniture cinesi di sistemi missilistici spalleggiabili contraerei (CNN, 12 aprile), sodio perclorato per propellente missilistico (Telegraph, 3 aprile), supporto al programma droni iraniano. Fonte con orientamento esplicito pro-occidentale: dati usati come segnali soggetti a verifica, non come fatti accertati.
Wall Street Journal, Benoit Faucon, As Iran Talks Stall, Mediator Pakistan Tries to Keep Hopes Up, 22-23 aprile 2026. Fonte primaria per: dinamiche della mediazione pakistana, visita di Munir in Iran, dipendenza energetica del Pakistan da Hormuz (GNL dal Qatar, diesel dal Kuwait, greggio dagli Emirati).
The Conversation, Bamo Nouri e Inderjeet Parmar (City, University of London), Middle East Conflict Looks Increasingly Like a War Nobody Can Win, aprile 2026. Fonte per: asimmetria degli obiettivi, scorte di munizioni al 45-50%, divergenza strategica USA-Israele.
Washington Post (opinione), Jason Willick, On Redistricting and Iran, Trump Departs from Machiavelli, aprile 2026. Fonte per: calo dell’indice di gradimento di Trump da -11 a -17 punti (RealClearPolitics) dall’inizio del conflitto.




Credo che gli iraniani stiano facendo male i loro calcoli. Trump perde, sul piano del consenso interno, qualunque mossa faccia; se resta in stallo non ha raggiunto gli obiettivi e il petrolio cresce anche per i consumatori americani; se cede qualunque cosa perde la faccia (TACO)… È questa impossibilità a vincere su un qualunque aspetto significativo che paralizza Trump che - alla luce del suo profilo psicologico - si sta stancando alla grande; il POTUS non è abituato alle partite lunghe, non ha la mente dello scacchista, e ingarbuglia solo le cose per intemperanza e impazienza.
A mio avviso un’uscita di sicurezza a entrambi i contendenti potrebbe offrirla la pressione internazionale: la Cina e l’estremo Oriente non sono approvvigionate, le monarchie del Golfo sono angosciate per la rapida distruzione di un patrimonio di credibilità che andavano costruendo in decenni di investimenti e diplomazia, gli europei manco a dirlo, Israele (in modo diverso e opposto) si trova fuori asse, le nazioni povere africane non hanno i fertilizzanti, le pressioni militari da Cina e Korea del Nord nel Pacifico si fanno preoccupanti… Una possibilità, e una speranza, è che queste pressioni si armonizzino e diano il destro a Teheran e Washington di inscenare una via d’uscita che, pur restando dannosa per tutti, consenta al regime iraniano di sopravvivere e a Trump di andare a molestare qualcun altro.
Grazie, come sempre, comandante.
Non è ovviamente colpa sua, ma la situazione è paradossale: sembra un film western di Sergio Leone con il duello tra due pistoleri sulla strada principale, polverosa e vuota, davanti al Saloon. C'è anche il cecchino appostato sul tetto. Il solo suono è la colonna sonora che si interrompe prima degli spari. C'è anche il becchino che prepara le sue bare. Nel silenzio più totale gli abitanti del paese si assiepano dietro a ripari improvvisati in attesa del rintocco delle campane di mezzogiorno.
Ma quanto siamo stupidi noi esseri umani?