La spirale al rilancio
Quando il carattere porta alla rovina il giocatore
Domenica 3 maggio, mentre le quotazioni del greggio oscillavano intorno ai 107 dollari al barile e circa duemila navi rimanevano bloccate nel Golfo Persico, il presidente Trump ha annunciato su Truth Social una nuova iniziativa per riaprire lo Stretto di Hormuz. L’ha chiamata “Project Freedom”. Avrebbe avuto inizio il lunedì mattina, ora del Medio Oriente. Qualsiasi interferenza sarebbe stata affrontata “con la forza”. L’annuncio era preceduto di poche ore da una partita del PGA Tour (il principale circuito professionistico americano di golf) al resort di Doral, in Florida, dove Trump assisteva dal green finale.
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Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha chiarito la sera stessa, in un comunicato più sobrio del testo presidenziale, che il ruolo delle forze statunitensi nell’operazione consisterebbe nel “coordinare il traffico sicuro” tra le navi bloccate, piuttosto che scortarle con copertura armata in senso classico. Sono comunque previsti cacciatorpediniere lanciamissili, oltre cento aeromobili tra terrestri e navali, piattaforme senza pilota e quindicimila militari. L’Iran ha risposto con toni minacciosi ma privi di seguito operativo: la televisione di Stato ha definito l’annuncio “delirio di Trump”, il portavoce delle Guardie della Rivoluzione (IRGC, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) ha dichiarato che le forze armate disponevano della “capacità operativa e degli equipaggiamenti militari” necessari a prevalere, ed Ebrahim Azizi, presidente della commissione sicurezza nazionale del parlamento iraniano, ha twittato “Attenzione” in maiuscolo.
Project Freedom è la quinta o sesta soluzione annunciata per Hormuz dall’inizio del conflitto. Ognuna ha avuto una vita di quarantotto ore sui media. Nessuna ha riaperto lo stretto. Questo dato, preso singolarmente, potrebbe essere letto come la normale complessità di una crisi senza precedenti. Inserito nella sequenza di comportamenti che questa newsletter ha documentato dalla sera del 28 febbraio, assume un significato diverso: quello che si sta manifestando assomiglia sempre meno alla gestione difficile di una guerra complicata e sempre più ai segnali convergenti di un fallimento politico e militare che l’amministrazione non è in grado di riconoscere, e che sta cercando di coprire con annunci sempre più grandi.
I segnali sono verificabili uno per uno.
Il costo del conflitto, secondo la prima stima pubblica del Pentagono, ha raggiunto i 25 miliardi di dollari in sessantacinque giorni. Il petrolio Brent (il greggio di riferimento internazionale) ha chiuso domenica a circa 107 dollari al barile: era intorno ai 60 dollari quando la campagna è iniziata, con un aumento del 78% in poco più di due mesi. La benzina negli Stati Uniti ha raggiunto una media nazionale di 4,45 dollari al gallone, circa il 50% in più rispetto all’avvio del conflitto. Il gasolio è salito del 50% a 5,64 dollari. Questi numeri non riguardano solo i mercati: si scaricano sulla spesa quotidiana degli elettori americani.
Il sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos pubblicato il 3 maggio restituisce una fotografia che la Casa Bianca difficilmente può ignorare. L’indice di disapprovazione di Trump ha raggiunto il 62%, il massimo storico di entrambi i suoi mandati. L’approvazione complessiva è al 37%. Sulla guerra in Iran il giudizio degli americani è netto: 66% contrari, 33% favorevoli. Sull’economia, dove Trump aveva costruito gran parte del suo ritorno nel 2024, l’approvazione è scesa al 34%, sette punti in meno rispetto a febbraio. Sull’inflazione è al 27%. Sul costo della vita è al 23%. Tra gli indipendenti, il 75% lo disapprova. I repubblicani cosiddetti non-MAGA lo approvano solo al 59%, dato che segna un nuovo minimo. Tra i votanti certi, i democratici conducono di nove punti per le elezioni di metà mandato di novembre. Un mese fa il vantaggio era di cinque punti.
Al Congresso, la questione legale si è aggiunta a quella politica. Il War Powers Resolution del 1973, la legge sui poteri di guerra che impone al presidente di ottenere l’autorizzazione del Congresso entro sessanta giorni dall’avvio delle ostilità, è scaduto il 1° maggio. Trump ha scritto alla Camera e al Senato sostenendo che le ostilità “sono terminate” dall’accordo di cessate il fuoco del 7 aprile. Ha omesso che una nave iraniana era stata colpita da forze americane il 19 aprile. Ha omesso che il blocco navale dello Stretto di Hormuz, che i giuristi classificano come atto di guerra ai sensi del diritto internazionale, è tuttora in vigore. Poche ore dopo aver firmato quella lettera, parlando in pubblico in Florida, ha dichiarato: “Sapete che siamo in guerra.” Senatori repubblicani di peso stanno perdendo la pazienza. La fragile maggioranza alla Camera è sotto pressione crescente.
Sul fronte delle alleanze, il quadro è quello che abbiamo analizzato nell’articolo Alleati senza voce e nell’articolo Il sintomo e la malattia: l’Europa non è stata consultata prima dell’avvio delle operazioni e non ha mostrato interesse a parteciparvi dopo. Nelle ultime settimane la frattura si è approfondita su due fronti nuovi. L’amministrazione Trump ha cancellato il piano, concordato nel 2024 con Biden, di dispiegare in Germania un battaglione per operare missili Tomahawk (missili da crociera a lungo raggio) e missili ipersonici Dark Eagle. Nico Lange, direttore dell’Istituto tedesco per l’Analisi del Rischio e la Sicurezza Internazionale, ha definito questa cancellazione “un problema reale” in un momento in cui il vuoto di deterrenza convenzionale sul fianco est della NATO rimane aperto. Thorsten Benner, direttore del Global Public Policy Institute di Berlino, ha identificato la rapida erosione degli arsenali americani in Iran come il problema strategico più grave per l’Europa, ben più del ritiro simbolico dei cinquemila soldati: “lo spreco di enormi quantità di risorse preziose nella guerra in Iran” è la sua formula. Il secondo fronte è quello vaticano.
Papa Leone XIV si è progressivamente trasformato in uno degli avversari più visibili della campagna. Il confronto ha assunto la forma che nessun operatore di comunicazione politica avrebbe mai consigliato all’amministrazione: Trump che attacca il papa su Truth Social (”debole sulla criminalità”, “terribile sulla politica estera”), e Leone che risponde di non avere “paura dell’amministrazione Trump”, cita Isaia durante la Domenica delle Palme, “anche se moltiplicate le preghiere, non ascolterò: le vostre mani sono piene di sangue”, e nei discorsi in Africa stigmatizza i “tiranni che finanziano le guerre”. Il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, è stato convocato al Pentagono per una riunione descritta come franca. Marco Politi, vaticanista di lunga data, ha commentato che l’attacco diretto al pontefice “danneggia i repubblicani tra i cattolici conservatori” in vista dei midterm. Il Segretario di Stato Marco Rubio è atteso in Vaticano per un secondo incontro con Leone, in quello che Politi ha definito un riconoscimento da parte dell’amministrazione che la rottura con il papa sta avendo un costo elettorale misurabile. L’arcivescovo di Washington, Robert McElroy, ha descritto Leone come “l’unica voce profetica morale nel mondo in questo momento”: una valutazione che dice meno sulla figura del papa e molto di più sulla profondità della frattura tra questa guerra e una parte consistente dell’opinione pubblica americana.
A tutto questo si aggiunge la variabile delle ritorsioni iraniane, che nell’articolo La lunga mano di Teheran avevamo analizzato in chiave storica con riferimento alle operazioni del MOIS (Ministero dell’Intelligence e Sicurezza Nazionale iraniano) e della Forza Qods, e che questa settimana ha trovato documentazione primaria aggiornata. Il Financial Times ne ha ricostruito l’architettura operativa con un dettaglio che vale la pena registrare.
L’apparato è articolato in due unità distinte. La prima, identificata dall’intelligence israeliana come “Unità 400”, si occupa esclusivamente di obiettivi iraniani: dissidenti, giornalisti, oppositori in esilio. La seconda, la Divisione Operazioni Speciali della Forza Qods (il braccio esterno dell’IRGC per operazioni proxy e intelligence all’estero), nota come “Unità 840”, è operativa dal 2012 e conduce operazioni contro cittadini stranieri: diplomatici israeliani, agenti di intelligence, uomini d’affari, e, secondo i precedenti documentati, funzionari politici occidentali. Nel 2022 Washington ha accusato Shahram Poursafi, presunto membro dell’IRGC, di aver cercato di organizzare l’assassinio di John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, come ritorsione per l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020: l’offerta era di 300.000 dollari, l’intermediario operava dalla Cecenia, e l’operativo reclutato sul campo si è rivelato un informatore dell’FBI. Nel 2024 il governo americano ha assegnato una scorta all’ex Segretario di Stato Mike Pompeo e all’ex inviato speciale per l’Iran Brian Hook a causa di minacce iraniane documentate.
John Raine, ex alto funzionario della sicurezza britannica e ora consulente senior presso il medesimo International Institute for Strategic Studies citato più volte in questa serie, ha dichiarato al Financial Times: “Vorrebbero poter colpire un obiettivo americano di peso equivalente alla morte della Guida Suprema, come una base, una nave da guerra, una figura di comando. Qualcosa di peso comparabile.” E ha aggiunto: “La vendetta è per loro tanto un obbligo religioso quanto una risposta emotiva. Sarà un piatto servito freddo.” Il MI5, il servizio di controspionaggio interno britannico, ha cambiato questa settimana il livello di allerta terrorismo nel Regno Unito da “sostanziale” a “grave”. L’ambasciata iraniana a Londra ha pubblicato a metà aprile un messaggio su Telegram invitando gli iraniani residenti nel Regno Unito a partecipare a una “campagna del sacrificio per la patria”: il governo britannico ha convocato l’ambasciatore e ha chiesto la cessazione immediata di “qualsiasi comunicazione che possa essere interpretata come incoraggiamento alla violenza”.
I limiti operativi iraniani nel breve periodo sono reali: la decapitazione della catena di comando dell’intelligence, inclusi il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani e il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, ha ridotto la capacità di operazioni complesse, e il precedente Soleimani insegna che le reti di influenza non si trasferiscono con il successore. Ma la struttura rimane: bande criminali, operativi prezzolati, intermediari in paesi terzi che garantiscono distanza e negabilità. Un ex funzionario europeo della sicurezza ha sintetizzato la catena di comando al Financial Times: “Qualcuno in Iran parla con un intermediario, per esempio in Romania o in Cecenia, e quella persona gestisce gli operativi nel paese di destinazione.” La stessa struttura che garantisce la negabilità è vulnerabile all’infiltrazione, come ha dimostrato il caso Bolton. Sul piano dottrinale e motivazionale, la ritorsione rimane una certezza: la variabile aperta riguarda i tempi e le modalità, non l’intenzione. Come ha detto un ex alto funzionario dell’intelligence britannica: “Vogliono applicare il principio occhio per occhio.”
Fin qui i fatti e le loro implicazioni dirette. Quello che segue è la mia lettura di ciò che questi fatti, presi insieme, raccontano, e la presento esplicitamente come tale.
Sessantacinque giorni di conflitto hanno prodotto un quadro che, nella mia analisi, non è più descrivibile come la gestione difficile di una guerra complessa. Assomiglia invece allo schema comportamentale di un giocatore che si sta rovinando al tavolo da gioco: ogni perdita, invece di generare una revisione della strategia, genera una puntata più alta. Ogni problema produce un annuncio più grande. Ogni annuncio a vuoto produce il problema successivo. E la spirale sale.
La sequenza è documentata punto per punto. Lo Stretto di Hormuz non viene messo in sicurezza prima dell’avvio delle operazioni, lacuna che questa serie ha documentato nell’articolo L’8 ottobre di Israele come il singolo errore di pianificazione più grave della campagna. Quando il problema si manifesta in tutta la sua portata, Trump risponde con una serie di annunci, appelli agli alleati, minacce all’Iran, proposte di coinvolgimento cinese, ognuno dei quali ha un’emivita mediatica di quarantotto ore prima di rivelarsi privo di sostanza operativa. Il 15 marzo chiama nel teatro la USS Tripoli, nave da assalto anfibio con a bordo la 31ª Unità di Spedizione dei Marines, quando Hormuz è già bloccato da due settimane e la fase aerea è sostanzialmente conclusa. Sempre il 15 marzo dichiara che la Cina, che ottiene “il novanta percento del suo petrolio dallo Stretto” (una cifra sopravvalutata di un fattore due rispetto ai dati della US Energy Information Administration, tra il 35% e il 45%), avrebbe dovuto “aiutare” a riaprire il corridoio marittimo. La Cina non ha aiutato. A metà aprile annuncia che l’Iran ha accettato “tutte le sue condizioni” e che un accordo è imminente: non è vero, i negoziati restano fermi. Il 1° maggio dichiara che le ostilità sono “terminate” nella lettera al Congresso, e lo stesso giorno dice agli americani che “siamo in guerra”. Il 2 maggio annuncia che gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Cuba “quasi immediatamente”, con l’Abraham Lincoln indicata come possibile strumento. Il 3 maggio lancia “Project Freedom” mentre 20.000 marinai di diverse nazionalità sono bloccati nel Golfo.
Sul piano comunicativo ogni annuncio assorbe il ciclo di notizie e copre il vuoto lasciato dal precedente, ma nessuno modifica la situazione sul campo. Nel frattempo, i rapporti con gli alleati si deteriorano a ogni rilancio: prima il rifiuto del supporto britannico come “tardivo e inutile”, poi la richiesta urgente di dragamine agli stessi britannici. Prima la critica alla Germania per le parole di Merz, poi il ritiro dei cinquemila soldati come punizione. Prima le minacce di ritirare le truppe dall’Italia e dalla Spagna per il rifiuto delle basi, poi la necessità di quelle stesse basi per le operazioni in corso. Il comportamento non è strategico: è la proiezione di un processo decisionale che improvvisa sotto pressione e giustifica le improvvisazioni con la retorica disponibile, esattamente come abbiamo argomentato nell’articolo La spiegazione più semplice.
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Il giocatore d’azzardo che perde non smette di giocare: alza la posta. Il comportamento non è irrazionale dal punto di vista psicologico, ma è distruttivo dal punto di vista strategico, perché ogni rilancio brucia risorse che non si recuperano e restringe le opzioni disponibili. Gli arsenali americani si stanno svuotando. Gli alleati europei riceveranno HIMARS (sistemi missilistici a lancio multiplo ad alta mobilità) e NASAMS (sistemi missilistici superficie-aria a media gittata) in ritardo. La presenza militare in Europa è stata ridotta e il piano per i missili Dark Eagle in Germania è stato cancellato. I sondaggi sono ai minimi storici. I midterm si avvicinano con un vantaggio democratico che cresce di settimana in settimana.
L’ipotesi che mi preoccupa di più, e che presento con tutto il condizionale che le compete, è quella che un’amministrazione umorale ed erratica, incapace di distinguere tra il ciclo delle notizie e la strategia militare, risponda alla pressione crescente con un’escalation improvvisata invece che pianificata. Non perché ci sia un piano segreto dietro: la grandezza delle conseguenze non implica una grandezza proporzionale nelle intenzioni, come abbiamo argomentato nell’articolo già citato. Proprio perché non c’è un piano, il rischio è che la prossima puntata al tavolo venga scelta per ragioni di comunicazione politica interna. L’Iran nel frattempo ha dimostrato di poter tenere Hormuz chiuso con mine e droni, e di non aver ceduto su nulla di strutturale. La domanda che questa newsletter ha già posto da settimane e settimane rimane senza risposta: qual è l’obiettivo finale, l’endgame? Gli Stati Uniti possono colpire qualsiasi obiettivo in Iran in cinque minuti, come ha detto Trump di Kharg Island, e non riescono a tradurre quella superiorità in un risultato politico stabile. È lo stesso schema del precedente di Saddam Hussein dopo la Prima Guerra del Golfo: si può vincere ogni scontro convenzionale e non vincere la guerra.
Nel fratttempo, il giocatore continua a giocare.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto il 4 maggio 2026, sessantacinque giorni dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury (28 febbraio 2026), campagna militare congiunta USA-Israele contro l’Iran. L’analisi si basa su fonti verificate pubblicate nelle ultime quarantotto ore: New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Financial Times, Reuters. I dati economici riportati sono quelli disponibili alla chiusura di domenica 3 maggio. Le valutazioni sui comportamenti dell’amministrazione americana sono opinioni dell’analista, fondate sull’interpretazione dei fatti e dei comportamenti documentati nel corso dell’intera campagna. Le proiezioni sulle possibili ritorsioni iraniane sono inferenze analitiche, presentate come tali.
Fonti principali
New York Times, Zolan Kanno-Youngs, David E. Sanger e Neil MacFarquhar, Trump Says U.S. Will Help Stranded Ships Leave Strait of Hormuz, 3 maggio 2026. Fonte primaria per: annuncio di Project Freedom, composizione delle forze CENTCOM (cacciatorpediniere, 100+ aeromobili, 15.000 militari), risposta iraniana, distinzione tra “scorta armata” e “coordinamento del traffico”.
New York Times, Zolan Kanno-Youngs, Trump Faces the Complicated Reality of a Costly, Unpopular War in Iran, 3 maggio 2026. Fonte primaria per: costo del conflitto (25 miliardi di dollari stima Pentagono), dichiarazioni di Trump a The Villages, stallo negoziale, erraticità delle dichiarazioni presidenziali.
Washington Post, Scott Clement e Dan Balz, Trump disapproval reaches new high, Post-ABC-Ipsos poll finds, 3 maggio 2026. Fonte primaria per: tutti i dati del sondaggio (approvazione complessiva 37%, disapprovazione 62%, Iran 66% contro, economia 34%, inflazione 27%, indipendenti 25%, vantaggio democratico midterm).
Washington Post, Trump says U.S. will guide ships in Strait of Hormuz, Iran threatens attacks, 3 maggio 2026. Fonte primaria per: contesto del doppio blocco, 2.000 navi bloccate, 20.000 marinai, dichiarazioni iraniane su Project Freedom, contesto del cessate il fuoco del 7 aprile.
Washington Post, Rubio expected to meet with Pope Leo amid clash with Trump on Iran, maggio 2026. Fonte primaria per: cronologia della frattura Trump-Leone XIV, citazione di Isaia, dichiarazioni di Leone (”non ho paura”), convocazione del cardinale Pierre al Pentagono, analisi di Marco Politi sull’impatto elettorale tra i cattolici conservatori, dichiarazioni dell’arcivescovo McElroy.
Wall Street Journal, Germany and Europe Have Bigger Trump Problems Than U.S. Troop Withdrawal, maggio 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni di Thorsten Benner sull’erosione degli arsenali come problema principale, cancellazione del piano Biden sui missili Dark Eagle e Tomahawk in Germania, dichiarazioni di Nico Lange sul gap deterrenza convenzionale.
Wall Street Journal, The Strait of Hormuz: Overview of the Conflict, Closure and Impact, maggio 2026. Fonte primaria per: stato del doppio blocco, petrolio sopra i 100 dollari, stallo negoziale, posizione di entrambe le parti.
New York Times, Oil Prices Edge Down While Stock Futures Inch Up, 3 maggio 2026. Fonte primaria per: Brent a 107 dollari, WTI a 101 dollari, benzina a 4,45 dollari al gallone (+50% dall’avvio), gasolio a 5,64 dollari (+50%).
Financial Times, Charles Clover, Miles Johnson e John Paul Rathbone, Iran’s covert war on opponents abroad, 4 maggio 2026. Fonte primaria per: struttura operativa iraniana all’estero (Unità 400 e Unità 840 della Forza Qods), caso Bolton/Poursafi, scorte Pompeo e Hook, dichiarazioni di John Raine (IISS) sulla ritorsione come “obbligo religioso” e “piatto servito freddo”, cambio livello allerta MI5 da “sostanziale” a “grave”, messaggio Telegram dell’ambasciata iraniana a Londra, limiti operativi post-decapitazione della leadership.
Washington Post, George Will, Opinion: It’s Only 5,000 Troops, but America Will Come to Regret Its Rash Withdrawal From Germany, maggio 2026. Fonte primaria per: quadro costituzionale del War Powers Resolution, storia del ritiro presidenziale dalla NATO, voto bipartisan del 2023.




Grazie Comandante. Come sempre dritto al punto. La metafora del giocatore d’azzardo che più perde più si ostina a rilanciare è calzante, soprattutto se partiamo dalla considerazione che a motivarlo non c’è soltanto la fantasia di avere ancora il controllo della situazione e di poter vincere ( che si manifesta anche nel giochino ripetuto degli annunci fatti prima dell’apertura delle borse) ma anche la disperazione di chi continua a giocare perché non ha un’altra via di uscita. Trump è entrato da tempo in una spirale distruttiva. È come una stella collassata che si è trasformata in un buco nero: può solo diventare più grande e più distruttivo. Se lasciamo fare a lui andrà in escalation continua e punterà a finire col botto, cercando di trascinare ogni cosa con lui. E questo vale anche per Vance e Rubio: leggo che molti discutono sul fatto che l’invio di Rubio in Vaticano indichi lui come successore designato per il 2028, al posto di Vance. Un narcisista maligno non è interessato ad avere una legacy: odia l’idea che qualcuno possa prendere il suo posto. Il dopo di lui è semplicemente impensabile e lo riempie di rabbia e paura. Quindi Sta giocando con Vance e Rubio in modo piuttosto sadico, allo scopo di umiliarli e testare il loro grado di sudditanza, ma l’unico fine è l’esercizio del potere, che segue il copione già sperimentato nel format The Apprentice. Trump vuole probabilmente che Rubio sia costretto a dichiarare la propria lealtà a lui e rinnegare la propria devozione verso il Papa davanti al mondo, come già ha dovuto fare Vance. Di sicuro, se alla Casa Bianca c’è qualcuno che desidera ricucire i rapporti con la Chiesa o con la Meloni, non è Trump. Questa è la vera incognita: c’è ancora qualcuno nell’amministrazione USA o nel l’esercito che è disposto a rischiare e ha la volontà e il potere necessari per arginare Trump e per cercare di costruire delle via di uscita?
Condivido - credo come tutti - le tue preoccupazioni per questo procedere erratico e senza senso di Trump. Ovvero: un procedere dettato dall'umoralità, dall'ego e da una visione comunicativa grossolana, buona giusto per "The Apprentice". Ciò detto vorrei segnalare che Trump confonde anche l'aspetto comunicativo e quello diplomatico. Annuncio dopo annuncio, schiaffone dopo calcione, contraddizione dopo insulto dopo marcia indietro, succede una cosa molto semplice: perdi la reputazione. Non esiste un indicatore possibile per la reputazione; il dato più prossimo sono i sondaggi che valgono però internamente, per il suo elettorato. Ma ormai - io credo - non c'è più nessuno al mondo che all'ennesima sparata di Trump non alzi gli occhi al cielo e non faccia gesti apotropaici. Questo calo reputazionale ha conseguenze pratiche, che in parte hai citato anche tu: la Cina manco gli risponde; gli europei cominciano a scrollare le spalle; il fatto che (forse) il solo Putin sia soddisfatto è perché Putin è alla frutta. Se questa mia riflessione è almeno in parte vera, il significato per Trump è una moltiplicazione dei suoi guai imminenti, perché non risolverà la crisi di Hormuz (anche gli iraniani hanno capito chi sia il TACO), non diminuirà le spese folli, non impedirà di mostrarsi senza missili (perché sprecati in Iran) nella prossima imminente crisi, non farà calare la benzina alla pompa e così via. Perché Trump strillerà come un ossesso, ma ormai non fa più paura. Ciò non significa che nella sua demenza non possa dare colpi di coda terribili ma ho un sospetto che sento avallato da voci di corridoio: quando Trump inciamperà davvero, e quando la misura sarà colma, il suo Vice tirerà fuori il coniglio dal cappello, l'unico possibile. Ma non è detto che ci troveremo meglio. Un caro saluto al Comandante che ci regala questi testi preziosi.