La lunga mano di Teheran
Come l'Iran usa i criminali europei per colpire i suoi nemici — e perché l'Italia non è al sicuro
La recente escalation militare contro le infrastrutture nucleari iraniane, condotta congiuntamente da Stati Uniti e Israele a partire dal giugno 2025 e tuttora in corso, ha riportato al centro del dibattito strategico europeo una minaccia che molti governi del Vecchio Continente avevano tendenzialmente sottovalutato, o quantomeno confinato ai margini delle priorità di intelligence: il terrorismo di Stato a matrice iraniana sul suolo europeo. La questione non è nuova, né improvvisa. Affonda le radici in una tradizione operativa lunga quasi mezzo secolo, strutturata attorno a una logica di repressione transnazionale e proiezione di potere asimmetrico che la Repubblica Islamica ha sistematicamente affinato sin dai giorni immediatamente successivi alla rivoluzione del 1979. Il contesto strategico entro cui tale minaccia si inserisce è oggi radicalmente mutato: la vulnerabilità del regime di Teheran, la pressione militare diretta cui è sottoposto e la percezione — consolidata nelle cancellerie occidentali e nelle capitali del Golfo — di una finestra di opportunità per indebolire definitivamente il programma nucleare iraniano moltiplicano esponenzialmente il rischio di ritorsioni extraterritoriali.
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Per comprendere la portata attuale del fenomeno occorre risalire alle sue origini. Già nell'immediato dopovoluzione, le strutture di sicurezza della Repubblica Islamica — in particolare il Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza Nazionale (MOIS) e, successivamente, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) con la sua componente esterna, la Forza Qods — avviarono una campagna sistematica di assassinio e intimidazione degli oppositori in esilio. In Europa, il primo caso emblematico risale al dicembre 1979, quando venne ucciso a Parigi Shahriar Shafiq, nipote dello Scià. Negli anni a venire, Berlino, Vienna, Ginevra, Roma e Londra divennero teatro di una serie di operazioni mirate contro intellettuali, giornalisti, funzionari e dirigenti politici dell'opposizione iraniana. La gestione di queste attività era prevalentemente affidata a operatori professionali dei servizi, spesso sotto copertura diplomatica, secondo un modello che rifletteva una concezione della sovranità radicalmente diversa da quella occidentale: per Teheran, i confini geografici non potevano e non dovevano costituire un argine alla punizione dei nemici del regime.
Il caso che più di ogni altro ha segnato la storia giuridica e politica del terrorismo iraniano in Europa è quello di Mykonos. Nel settembre 1992, un commando aprì il fuoco in un ristorante di Berlino uccidendo quattro dirigenti del Partito Democratico del Kurdistan iraniano. L'indagine condotta dalle autorità tedesche e il processo che ne seguì portarono, nel 1997, a una sentenza della Corte d'appello di Berlino che stabiliva per la prima volta in modo inequivocabile la responsabilità diretta del governo iraniano — e specificamente del "Comitato politico speciale" presieduto dalla Guida Suprema Khamenei — nell'organizzazione di un atto terroristico sul suolo europeo. Fu un momento di rottura: quattordici paesi dell'Unione Europea richiamarono i propri ambasciatori da Teheran. L'episodio rivelò la struttura del meccanismo decisionale iraniano nelle operazioni extraterritoriali e stabilì un precedente giuridico cui i tribunali europei continuano a fare riferimento. Eppure, come spesso accade nella storia delle relazioni euro-iraniane, la reazione fu intensa ma breve: nel giro di pochi mesi i rapporti diplomatici ed economici furono normalizzati, prefigurando quella postura di deferimento normativo — condanna formale seguita da inerzia procedurale — che ha caratterizzato l'approccio europeo per i tre decenni successivi.
Accanto all'attività diretta dei servizi di intelligence iraniani, l'Europa ha dovuto confrontarsi con un secondo vettore operativo di straordinaria importanza: Hezbollah, il movimento sciita libanese che funge da braccio armato privilegiato dell'Iran nella proiezione di potere extraterritoriale. La simbiosi tra Teheran e Hezbollah non è quella di un mandante e di un semplice esecutore, ma di due attori che condividono dottrina, risorse e obiettivi strategici, con Hezbollah in grado di operare con un livello di sofisticazione professionale sensibilmente superiore a quello delle reti criminali di bassa leva. Il caso più sanguinoso sul suolo europeo risale al luglio 2012: un attentato dinamitardo all'aeroporto di Burgas, in Bulgaria, uccise cinque turisti israeliani e un autista bulgaro. L'indagine delle autorità bulgare, conclusa nel 2013, attribuì l'operazione alla cellula militare di Hezbollah, agente in coordinamento con l'intelligence iraniana. Prima ancora, le agenzie di sicurezza tedesche avevano documentato attività di sorveglianza sistematica di obiettivi israeliani ed ebraici condotte da Hezbollah sul territorio federale, e analoghe segnalazioni erano state formulate da Cipro e dal Regno Unito. Il Bundestag tedesco ha vietato le attività di Hezbollah nel 2020; l'Unione Europea aveva designato il solo "braccio militare" nel 2013 — una distinzione artificiale, ampiamente criticata dagli analisti — mentre il "braccio politico" è rimasto a lungo in una zona grigia normativa. La distinzione è stata definitivamente superata solo con la designazione unitaria del 2024. Ignorare Hezbollah nella valutazione del rischio iraniano in Europa significherebbe descrivere solo metà del quadro operativo.
Il punto di svolta nella metodologia delle operazioni di Stato si verifica nel 2018, quando le autorità europee smantellano una rete che stava pianificando un attentato esplosivo ai danni di una conferenza dell'opposizione iraniana nei pressi di Parigi. L'arresto di un diplomatico iraniano in Austria — Assadollah Assadi, che trasportava personalmente l'esplosivo — e la sua successiva condanna da parte della giustizia belga costituirono un fatto senza precedenti: per la prima volta dall'era post-Mykonos, un agente governativo iraniano veniva processato e condannato in Europa per attività terroristiche con responsabilità diretta accertata. Il rischio dell'esposizione — con le conseguenze diplomatiche, legali e reputazionali che ne derivano — spinse l'intelligence iraniana a una revisione profonda dei propri metodi, accelerando il ricorso a intermediari criminali come principale vettore di proiezione della violenza all'estero.
Il nuovo modus operandi, ampiamente documentato dall'International Centre for Counter-Terrorism (ICCT) e dal Washington Institute for Near East Policy attraverso l'analisi di un dataset di oltre duecento operazioni iraniane nel mondo, si articola su un modello a tre livelli: i servizi di intelligence iraniani — IRGC e MOIS — selezionano i bersagli e impartiscono le direttive operative; trafficanti di droga e criminali di origine iraniana o di doppia nazionalità, che operano dall'Iran in cambio di protezione e impunità, fungono da intermediari; infine, criminali locali europei — spesso ignari della committenza reale — vengono assoldati per eseguire sorveglianza, raccolta di informazioni, o veri e propri attacchi. Su 102 operazioni iraniane documentate in Europa fra il 1979 e il 2024, oltre la metà — cinquantaquattro casi — si sono concentrati nel quinquennio 2021-2024. Di questi, sedici hanno coinvolto l'utilizzo di reclute criminali come esecutori materiali, in una progressione che riflette la transizione metodologica avviata dopo il caso Assadi.
I bersagli privilegiati di questa campagna operativa si distribuiscono in tre categorie principali: dissidenti iraniani e giornalisti in esilio, diplomatici e cittadini israeliani, individui e istituzioni ebraiche in Europa. Emblematici sono i casi documentati in Svezia, dove il gruppo criminale Foxtrot — agendo su mandato iraniano — ha colpito l'ambasciata israeliana a Stoccolma nel gennaio 2024; in Belgio, dove un operativo dello stesso network ha lanciato granate simulate contro la sede diplomatica di Bruxelles nel maggio 2024; e in Germania, dove l'IRGC aveva ingaggiato un boss dei Hell's Angels con doppia nazionalità tedesco-iraniana per organizzare attentati contro sinagoghe a Bochum e Essen nel 2021. Il caso britannico è forse il più eloquente sul piano sistemico: il direttore generale dell'MI5, Ken McCallum, ha reso noto che dal gennaio 2022 le autorità britanniche hanno dovuto fronteggiare venti trame di matrice iraniana contro cittadini e residenti nel Regno Unito, molte delle quali coinvolgono trafficanti internazionali di droga e criminali di bassa leva reclutati come strumenti operativi.
Il Servizio di intelligence domestica francese (DGSI) ha sintetizzato questa tendenza rilevando come i servizi iraniani abbiano «adattato il loro modus operandi, preferendo ora in modo sistematico avvalersi di persone provenienti da ambienti criminali» per eseguire le operazioni all'estero. Il vantaggio strategico di questo approccio è duplice: riduce la tracciabilità del mandante e consente una plausibile negabilità; abbassa al tempo stesso i costi e le competenze richieste, rendendo l'attività terroristica più scalabile e distribuita. Un singolo criminale francese, come documentato in uno dei casi esaminati dall'ICCT, ha ricevuto mille euro per fotografare l'abitazione di un bersaglio a Monaco di Baviera nell'aprile 2024. La banalità del gesto — e la sua efficacia nell'ambito di una catena operativa più complessa — rivela quanto il terrorismo di Stato iraniano si sia trasformato in qualcosa di strutturalmente diverso dalle operazioni di élite degli anni Ottanta e Novanta. La sofisticazione si è spostata dal piano esecutivo a quello organizzativo: la direzione è professionale, l'esecuzione è esternalizzata e intercambiabile.
L'attacco militare statunitense e israeliano alle infrastrutture nucleari iraniane del giugno 2025, con ulteriori operazioni ancora in corso al momento della stesura di questa analisi, ha introdotto una variabile di discontinuità nell'equazione del rischio. Teheran ha subito un colpo che, secondo le valutazioni dell'intelligence statunitense rese pubbliche a fine giugno 2025, non ha distrutto completamente il programma nucleare ma ne ha significativamente degradato le capacità. La reazione del regime non si è fatta attendere sul piano retorico: le autorità iraniane hanno minacciato ritorsioni severe contro i responsabili dell'aggressione — una categoria che, nella logica della Repubblica Islamica, si estende ben oltre gli esecutori diretti degli attacchi e comprende i partner politici e militari dell'Occidente. In questo contesto, la distinzione fra bersagli israeliani, statunitensi e più generalmente occidentali tende ad assottigliarsi pericolosamente.
La relazione annuale dell'intelligence italiana, presentata alla Camera dei Deputati il 4 marzo 2026 dal direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) Vittorio Rizzi e dall'Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica Alfredo Mantovano, offre un quadro di valutazione che merita di essere letto con attenzione. Il documento, riferendosi all'ipotesi di un'escalation militare in Iran — che al momento della sua redazione era ancora un'eventualità prospettata e non un fatto compiuto — avvertiva che in tale caso «non può escludersi un innalzamento anche in Europa e in Italia del rischio terrorismo, soprattutto rispetto a target israeliani o statunitensi». La relazione aggiungeva un elemento di preoccupazione analitica distinto, notando che «la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, strumentalizzare un eventuale conflitto che coinvolga Teheran, invocando un jihad globale contro il comune nemico occidentale». Due minacce distinte, dunque, ma potenzialmente sinergiche: quella diretta di Stato, gestita dall'IRGC e dal MOIS attraverso reti criminali e proxy come Hezbollah, e quella indiretta, derivante dalla radicalizzazione jihadista stimolata dalla narrativa del conflitto.
Mantovano ha tuttavia introdotto una sfumatura analitica importante: «Quanto accade in Iran incrementa le pulsioni antiamericane e antisraeliane, ma, considerando che il soggetto aggredito è il regime iraniano, non c'è la compattezza che c'è stata nei confronti della Palestina.» Questa osservazione riflette una differenza strutturale nella percezione del conflitto da parte delle comunità musulmane in Europa: la causa palestinese possiede una dimensione umanitaria e identitaria che muove ampi settori dell'opinione pubblica e che può tradursi in radicalizzazione diffusa; il regime degli ayatollah, al contrario, non gode di analoga legittimazione popolare e suscita sentimenti assai più ambivalenti. Ciò non neutralizza il rischio, ma ne modifica la fenomenologia: minore probabilità di mobilitazione di massa, persistenza e intensificazione dell'attività operativa di Stato attraverso i canali criminali già descritti.
Sul piano europeo, la designazione dell'IRGC come organizzazione terroristica da parte dell'Unione Europea — formalizzata con il Regolamento (UE) 2026/420 del 19 febbraio 2026, a seguito dell'accordo politico raggiunto dal Consiglio Affari Esteri il 29 gennaio — costituisce un elemento di rottura storica che merita un'analisi attenta, tanto per ciò che rappresenta quanto per i suoi limiti strutturali. Come ha osservato la Chatham House, la decisione segna la fine di oltre trent'anni di strategia europea di engagement con la Repubblica Islamica, avviata nei primi anni Novanta e sopravvissuta a tutti i momenti di confronto più acuto, compresa la crisi nucleare del 2002. L'assunzione fondante di quella strategia — che il dialogo sostenuto potesse preservare una leva negoziale, valorizzare gli interlocutori riformisti a Teheran e in ultima analisi moderare il comportamento del regime — è oggi formalmente abbandonata.
Il percorso che ha condotto alla designazione non è stato lineare. Gli Stati Uniti avevano classificato l'IRGC come organizzazione terroristica straniera già nell'aprile 2019; il Canada aveva seguito nel giugno 2024. L'Unione Europea aveva invece esitato a lungo, con Francia e Spagna — e con l'Italia inizialmente incerta — che temevano di chiudere i canali diplomatici residui. È stata proprio l'Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a presentare formalmente la proposta tre giorni prima del Consiglio Affari Esteri del 29 gennaio, ottenendo il sostegno immediato della Germania e superando le ultime resistenze. La designazione colloca oggi l'IRGC sullo stesso piano giuridico di al-Qaeda e dello Stato Islamico nell'ambito del regime sanzionatorio europeo, con conseguente congelamento dei fondi e dei beni e divieto di messa a disposizione di risorse economiche. Sul piano operativo, il valore aggiunto è soprattutto strumentale: la designazione consente l'applicazione di un arsenale più ampio di misure di contrasto e facilita la cooperazione fra agenzie di sicurezza attraverso meccanismi prima più tortuosi, con un impatto significativo anche sulla due diligence e sul monitoraggio finanziario di operatori con esposizione al mercato iraniano.
La risposta di Teheran alla designazione è stata, prevedibilmente, di straordinaria durezza. Il presidente del Parlamento Ghalibaf ha dichiarato formalmente che l'Iran considera gli eserciti europei come «gruppi terroristici» in contromisura — una ritorsione giuridicamente priva di effetti concreti, ma politicamente significativa come indicatore del tono delle relazioni. Il ministro degli Esteri Araghchi ha accusato l'Europa di alimentare le fiamme del conflitto regionale e ha avvertito che le conseguenze energetiche si ripercuoterebbero innanzitutto sulle economie europee, con un riferimento non velato alla vulnerabilità delle rotte di approvvigionamento che transitano per lo Stretto di Hormuz. Questa minaccia — che non riguarda la violenza terroristica diretta ma la coercizione economica come strumento di pressione — rappresenta una dimensione della risposta iraniana distinta e complementare rispetto alle operazioni sul suolo europeo, e merita di essere monitorata con pari attenzione.

Il rischio specifico per l'Italia richiede un'analisi dedicata, giacché il nostro paese non si trova, per ragioni strutturali, in una posizione di immunità rispetto alle dinamiche fin qui descritte. La transizione verso l'uso di proxy criminali — che è il tratto definitorio del terrorismo iraniano nell'ultimo decennio — rende particolarmente rilevante la conformazione della scena criminale italiana. Le reti di traffico di droga che attraversano il paese, spesso interlacciate con le organizzazioni mafiose domestiche e con strutture criminali transnazionali di estrazione nordafricana e mediorientale, costituiscono esattamente il tipo di infrastruttura che i servizi iraniani hanno dimostrato di saper penetrare e sfruttare nei paesi dell'Europa settentrionale e occidentale. Non si tratta di un'inferenza speculativa: il modello operativo documentato dal caso del trafficante franco-turco Umit B1. — che opera dall'Iran pianificando operazioni in Francia, Germania e Belgio — è replicabile in qualsiasi contesto europeo in cui esista una rete criminale con ramificazioni nel paese e disponibilità di soggetti intercambiabili. L'assenza di casi operativi accertati pubblicamente sul suolo italiano non equivale all'assenza di attività: le agenzie di intelligence, per definizione, non rendono conto pubblicamente di ciò che prevengono o che osservano senza ancora aver concluso le indagini.
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La presenza israeliana in Italia aggiunge una seconda dimensione di vulnerabilità. Il corpo diplomatico, le comunità della diaspora ebraica, i centri culturali e i soggetti economici con legami con Israele rappresentano una superficie di attacco significativa nell'ottica dei bersagli preferenziali delle operazioni iraniane — categoria in cui, come documentato dall'ICCT, rientrano non solo i diplomatici ma individui e istituzioni ebraiche in senso ampio. La posizione geografica dell'Italia nel Mediterraneo, con i suoi porti e le sue rotte di transito, la rende inoltre un corridoio logistico di interesse per movimenti di persone e materiali che i servizi di sicurezza di altri paesi europei monitorano con crescente attenzione.
A ciò si aggiunge la dinamica della radicalizzazione, che la relazione del DIS descrive in termini preoccupanti. Il fenomeno dei minori radicalizzati è in crescita, con una caratteristica nuova rispetto al passato: non è più prevalentemente la componente ideologica a muovere i soggetti a rischio, ma una fascinazione verso la violenza «alimentata da una progressiva desensibilizzazione rispetto ai contenuti violenti reperibili online, fruibili su piattaforme social mainstream anche in contesti non estremisti.» La tecnologia — e in particolare l'intelligenza artificiale — funge da acceleratore: chatbot potenziati dall'IA indirizzano gli utenti verso contenuti terroristici, incluse istruzioni per la fabbricazione di ordigni, in una tendenza riscontrata anche in Italia. Questo scenario di radicalizzazione autonoma, pur distinto da quello delle operazioni di Stato iraniane, può essere strumentalizzato dalla propaganda come elemento di amplificazione del rischio complessivo. Il direttore dell'AISI Bruno Valensise ha confermato l'attenzione delle agenzie di sicurezza italiane alle manifestazioni di piazza e alle reazioni dell'area antagonista all'attacco in Iran, con particolare riguardo a eventuali tentativi di saldatura fra estremisti islamisti, antagonisti di sinistra radicale e anarchici già attivi con azioni di sabotaggio contro le infrastrutture ferroviarie.
Il quadro che emerge da questa analisi converge su alcune conclusioni che è opportuno enunciare con chiarezza. Il terrorismo di Stato iraniano in Europa non è un'ipotesi speculativa: è un fenomeno documentato, in accelerazione, con una metodologia ben identificata e con bersagli definiti. La transizione verso reti criminali come proxy operativi ha reso la minaccia più difficile da intercettare con gli strumenti tradizionali dell'antiterrorismo, richiedendo un'integrazione più stretta fra intelligence criminale e intelligence di sicurezza che le istituzioni europee stanno ancora faticosamente costruendo. L'escalation militare in corso non fa che aumentare la pressione su un regime che utilizza il terrorismo extraterritoriale come strumento sia di repressione dei dissidenti sia di deterrenza nei confronti dei nemici esterni: quanto più il regime si sente vulnerabile al proprio interno, tanto più è incentivato a proiettare aggressività verso l'esterno attraverso i canali che gli garantiscono plausibile negabilità.
La designazione dell'IRGC come organizzazione terroristica da parte dell'UE è un passo necessario e storicamente significativo, ma contiene in sé un paradosso che le conclusioni politiche di questa analisi non possono ignorare: l'Europa ha compiuto questo gesto nel momento in cui la sua influenza sulle trattative relative al futuro dell'Iran è ai minimi storici, sacrificando il residuo capitale diplomatico senza acquisire in cambio un peso reale nei processi decisionali che si svolgono altrove. Il rischio è che la designazione rimanga un atto di posizionamento simbolico più che uno strumento di contenimento effettivo, a meno che non sia accompagnata da un investimento serio nelle capacità operative di contrasto — rafforzamento della cooperazione di intelligence, potenziamento del monitoraggio delle reti criminali suscettibili di essere sfruttate come proxy, aggiornamento dei protocolli di sicurezza per i bersagli ad alto rischio presenti sul territorio europeo. L'Italia, che ha svolto un ruolo di propulsore nella designazione, ha ora la responsabilità di tradurre quella scelta politica in capacità concrete. La minaccia iraniana in Europa non è un'eredità del passato. È una realtà del presente che il futuro prossimo rischia di rendere ancora più pressante.
Note metodologiche e fonti principali
L'analisi si fonda sui seguenti materiali documentali: la relazione annuale dell'intelligence italiana (DIS/AISI/AISE), presentata alla Camera il 4 marzo 2026; l'analisi dell'International Centre for Counter-Terrorism (ICCT) a cura di Matthew Levitt e Sarah Boches, "Iranian External Operations in Europe: The Criminal Connection" (ottobre 2024); il paper IAI di Ludovica Castelli, "Europe, Nuclear Risks, and the Politics of Restraint" (dicembre 2025); le valutazioni della Chatham House sulla designazione dell'IRGC come organizzazione terroristica da parte dell'UE (febbraio 2026); il database Iranian External Operations del Washington Institute for Near East Policy; i comunicati pubblici di MI5 (Regno Unito), SÄPO (Svezia) e DGSI (Francia) relativi ai casi operativi citati; la sentenza della Corte d'appello di Berlino nel processo Mykonos (1997).
Le informazioni disponibili sul caso Umit B. provengono esclusivamente dall'analisi ICCT di Levitt e Boches.
Umit B. è un trafficante di droga originario della regione di Lione, in Francia, con radici turche, che secondo quanto documentato dagli investigatori opera attualmente dall'Iran. È citato dall'ICCT come caso esemplare del modello di intermediazione criminale: un soggetto con radicamento europeo — reti, contatti, conoscenza dei territori — che si è trasferito in Iran ed è ora utilizzabile dai servizi iraniani come tramite per reclutare esecutori materiali in Europa occidentale senza che l'IRGC debba gestire direttamente alcuna rete di copertura sul campo.
I dettagli operativi specifici che lo riguardano — quali operazioni abbia coordinato, quante reclute abbia gestito, se sia stato oggetto di procedimenti penali — non sono resi pubblici nel documento ICCT, che lo cita come caso illustrativo di una tendenza più ampia senza fornire ulteriori elementi identificativi, presumibilmente per ragioni legate alle indagini in corso.







Spero che le arrivi forte e chiara la nostra gratitudine. Un'analisi così minuziosa e obiettiva non si trova da nessuna parte e serve davvero. Grazie infinite.
Certo che avere a disposizione tali informazioni richiede una sincera e totale attenzione e desiderio di comprendere ciò che veramente si muove intorno a noi.