La leva bruciata
Nota personale: non sono morto. Scrivo questo pezzo in condizioni logistiche estreme soprattutto per ringraziare le tante persone che si sono preoccupate. Probabilmente la qualità non sarà quella usuale, ma ho fatto del mio meglio nelle condizioni di accesso alla rete di cui dispongo ora. Ho notato che qualche giorno di stop ha suggerito a tanti (più della metà) di ritirare il loro supporto periodico al mio lavoro. Ne prendo atto e mi regolerò di conseguenza. Ho fatto dei gravi errori di valutazione. Si impara anche alla mia età. Buona lettura.
A centootto giorni dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, gli Stati Uniti e l’Iran firmano venerdì in Svizzera un memorandum d’intesa in quattordici punti che entrambe le parti descrivono come una vittoria. Questa coincidenza non è un buon segno. Quando due avversari leggono lo stesso testo in modo radicalmente diverso, la vaghezza non è un difetto tecnico dell’accordo: è la sua sostanza politica. E quella sostanza rivela qualcosa di più grave della semplice ambiguità diplomatica: Washington entra nei negoziati nucleari dei prossimi sessanta giorni avendo già consumato lo strumento di pressione che rendeva quei negoziati possibili.
Il memorandum in quattordici punti contiene, al punto otto, la formula più rivelatrice dell’intero documento: l’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari, mentre la sorte del materiale arricchito e le modalità di ispezione internazionale verranno definite nell’accordo finale, entro sessanta giorni. È la stessa distanza che separava le posizioni nei negoziati di Ginevra di febbraio, quelli che si erano arenati sull’impossibilità di trovare un compromesso tra lo smantellamento totale richiesto da Washington e l’arricchimento simbolico all’1,5% offerto da Teheran. Il nodo che aveva reso impossibile l’accordo diplomatico prima della guerra è il nodo che il memorandum rinvia all’accordo finale. Nel frattempo, è cambiata una sola variabile strutturale: la credibilità della minaccia militare americana come leva negoziale.
Quella variabile è la chiave di lettura di tutto ciò che è accaduto dall’annuncio dell’intesa domenica scorsa. La tesi che questo articolo sostiene è la seguente: l’Iran torna al tavolo nucleare avendo acquisito, attraverso la sopravvivenza militare, una credenziale strategica che riduce significativamente la principale leva di pressione americana, ovvero la minaccia credibile di un intervento armato. Tutto il resto, le concessioni economiche, i fondi privati, le deroghe petrolifere, si spiega a partire da questo cambiamento strutturale. Daniel Shapiro, già ambasciatore degli Stati Uniti in Israele e oggi ricercatore senior all’Atlantic Council, ha formulato il problema con la precisione che la circostanza richiede: i negoziati nucleari ripartono con l’Iran che ha già dimostrato di poter resistere al colpo peggiore che Washington e Tel Aviv erano in grado di infliggere. Dania Thafer, direttrice del Gulf International Forum, ha completato il quadro con una valutazione che merita di essere tenuta distinta dal dato fattuale: nella sua lettura, si torna al punto di partenza pre-guerra, ma senza la leva americana, perché Teheran avrebbe già assorbito il massimo che Washington era disposta a infliggere. Ogni futura minaccia militare americana dovrà misurarsi con questo dato.
Prima del 28 febbraio, la minaccia militare americana verso l’Iran aveva una caratteristica essenziale: non era mai stata testata sul campo contro quel regime e in quel teatro. Un avversario che non ha mai subito il colpo peggiore non può calibrare con certezza la propria capacità di assorbirlo, e questa incertezza era il fondamento su cui poggiava l’intera credibilità della deterrenza. La campagna di quaranta giorni dell’Operazione Epic Fury ha risposto alla domanda. Ha distrutto aviazione, marina di superficie e buona parte dell’arsenale balistico, decapitato la leadership incluso il Leader Supremo Ali Khamenei. La lettura ottimista, presente in alcuni ambienti strategici americani e israeliani, sostiene che questa dimostrazione di capacità abbia in realtà aumentato la deterrenza: Washington ha provato di poter colpire in profondità, eliminare la leadership, paralizzare il traffico marittimo, e Teheran negozia proprio perché teme una seconda campagna condotta con gli stessi strumenti. È una posizione coerente, ma sconta una distinzione che i fatti rendono difficile ignorare: ciò che è stato impiegato non era il massimo della forza americana in assoluto, bensì il massimo che l’amministrazione era disposta a impiegare in quel contesto politico, e il regime iraniano, avendo misurato quel limite, non ragiona sulla capacità teorica americana ma su ciò che Washington ha effettivamente scelto di fare. L’IRGC è uscito dalla campagna operativo, il programma nucleare è danneggiato ma il know-how rimane disperso tra migliaia di tecnici non tracciabili: una perdita convenzionale enorme accompagnata da una tenuta istituzionale che Teheran legge come dimostrazione di resistenza, non come sconfitta. La narrazione della resistenza si è sedimentata nell’opinione pubblica interna e nella comunicazione del regime con una solidità che le settimane di bombardamenti hanno, paradossalmente, contribuito a consolidare. Lo stato d’animo prevalente a Teheran, descritto da Meir Javedanfar della Reichman University israeliana e corroborato dalla copertura di Iran International e dai media riformisti iraniani nei giorni successivi all’annuncio, è quello di un regime che si percepisce in posizione di forza: euforia, con la convinzione che le monarchie del Golfo debbano ora ridefinire il proprio rapporto con Teheran su basi meno favorevoli di quelle pre-guerra. Si tratta di un cambiamento di postura che nessuna concessione economica nel memorandum può compensare, perché non dipende da ciò che l’accordo contiene ma da ciò che la guerra ha dimostrato di essere disposta a fare.
Il secondo livello di lettura riguarda la struttura deliberata dell’ambiguità nel testo. Il memorandum è impreciso perché quella imprecisione era la condizione necessaria perché entrambe le parti potessero firmarlo. Washington descrive un’intesa in cui le concessioni economiche a Teheran sono subordinate a progressi verificabili sul nucleare. Teheran descrive un accordo in cui ha ottenuto il riconoscimento della propria sopravvivenza, la revoca del blocco navale, deroghe immediate sulle esportazioni di petrolio e la prospettiva di accedere a decine di miliardi di asset congelati. Il leader della maggioranza al Senato John Thune ha chiesto di vedere il testo e non lo ha ancora ricevuto. Un funzionario americano ha detto a CNN che il documento è intenzionalmente vago e che ciò che conta non è il testo, ma le intese reciproche: una formulazione che in diplomazia segnala invariabilmente che le due parti hanno raggiunto intese diverse. Lindsey Graham ha sintetizzato il problema con involontaria precisione: l’accordo descritto dall’amministrazione sarebbe ottimo, quello descritto dall’Iran sarebbe pessimo. La distanza tra le due descrizioni, su questo piano, non è rumore comunicativo ma la misura effettiva di quanto resta ancora da negoziare.
Questa ambiguità strutturale ha conseguenze dirette sulla tenuta del processo nell’intervallo negoziale. Vali Nasr della Johns Hopkins University, che ha avuto contatti informali con Teheran, ha identificato il nodo politico interno iraniano con esattezza: il dibattito non verte tanto su se trattare o meno, quanto su quanto fidarsi della carota americana, con una parte del regime convinta che Washington non allenterà mai le sanzioni in misura sostanziale. Questa diffidenza ha una base empirica di quarant’anni di relazioni, rafforzata dal precedente recente e diretto dell’uscita americana dal JCPOA, il Piano d’azione globale congiunto, nel 2018. È probabilmente anche la ragione principale per cui Rystad Energy considera lo stallo nei negoziati finali più probabile della risoluzione.
Sul piano operativo, lo Stretto di Hormuz, che prima del conflitto convogliava circa il venti percento del petrolio mondiale attraverso trentatré chilometri di larghezza minima, non è sicuro per il transito nonostante l’annuncio dell’intesa. L’IRGC ha lanciato droni contro navi commerciali dopo la firma elettronica di domenica, tutti intercettati dai militari statunitensi, mentre martedì sono transitate quattordici navi contro le centotrenta che passavano quotidianamente prima della guerra. La nota informativa classificata del Dipartimento della Difesa consegnata al Congresso ad aprile stimava in sei mesi il tempo necessario per la bonifica completa delle mine: non si sa quante siano in acqua, dove siano state posate, né con quali impostazioni operative. Il memorandum assegna all'Iran la responsabilità primaria della bonifica: il punto cinque impegna Teheran a rimuovere gli ostacoli tecnici e a sminare le acque di propria competenza entro trenta giorni. La stima del Dipartimento della Difesa di sei mesi per la bonifica completa era riferita a uno scenario senza cooperazione iraniana; se Teheran adempie, i tempi si accorciano. Se non adempie, viola il memorandum prima ancora che i negoziati nucleari inizino. Trump al G7 ha dichiarato che lo Stretto sarà aperto entro venerdì; Morgan Stanley stima che i flussi non torneranno all’ottanta percento pre-guerra prima di dicembre.
Sul fronte economico, il fondo da trecento miliardi per la ricostruzione iraniana è il punto che illustra meglio la distanza tra le narrative. Reuters descrive un veicolo interamente privato, non riconducibile a denaro pubblico americano, che diventa operativo soltanto dopo la firma dell’accordo finale, con impegni già sottoscritti per oltre centocinquanta miliardi da aziende di Corea del Sud, Giappone, Singapore, Malaysia e Stati Uniti. Trump su Truth Social nega che gli USA contribuiranno al fondo. Il punto sei del memorandum circolato impegna invece Washington a garantire un finanziamento minimo di trecento miliardi insieme ai partner regionali. Le due versioni descrivono obblighi incompatibili sullo stesso oggetto, e la spiegazione più probabile è che il testo sia stato redatto in modo da consentire a entrambe le parti di presentare ai propri pubblici una versione coerente con le aspettative interne.
Parallelo al dossier del fondo scorre il negoziato sugli asset sovrani iraniani congelati, stimati da Teheran in almeno cento miliardi di dollari bloccati all’estero, con la quota più consistente in Cina (tra i venti e i cinquanta miliardi, stima con ampio margine di incertezza), seguita dai quindici miliardi in Iraq e dai sette ciascuno in India e Corea del Sud. Le deroghe immediate sulle esportazioni di petrolio, entrate in vigore alla firma con copertura su operazioni bancarie, trasporti e assicurazioni, sono il segnale più concreto di ciò che Washington ha già ceduto prima dell’accordo finale: due supertanker, il Diona e l’Hero II, hanno attraversato il blocco martedì, i primi dall’inizio del conflitto. La struttura complessiva di queste concessioni è coerente con la tesi della leva ridotta: Washington offre benefici economici immediati e tangibili in cambio di impegni politici differiti e non ancora verificabili.
La questione teorica che questo dossier porta in primo piano non è se la campagna abbia dimostrato la capacità militare americana, che è fuori discussione, ma se quella dimostrazione abbia reso la minaccia futura più o meno credibile agli occhi di Teheran. La scuola che sostiene l’aumento di deterrenza dopo l’impiego della forza ha precedenti storici dalla sua: la Serbia del 1999 e la Libia del 1986 negoziarono dopo aver subito colpi militari significativi. Ma in quei casi la coercizione produsse concessioni politiche prima della cessazione delle ostilità. Qui l’ordine è invertito: Washington ha fermato la campagna prima di ottenere concessioni verificabili sul nucleare, che era l’obiettivo dichiarato. Questa sequenza è quella che conta, più di qualsiasi comparazione storica astratta, perché è ciò che il regime iraniano ha effettivamente osservato: non la capacità teorica americana, ma la soglia politica oltre la quale Washington ha scelto di non andare.
Sul fronte interno iraniano, la fazione più oltranzista è rumorosa ma politicamente isolata. Il Fronte Paydari chiede le dimissioni e in alcuni casi l’esecuzione dei negoziatori, e il quotidiano Kayhan denuncia una resa al Grande Satana. Il potere reale si è consolidato però attorno a una leadership collettiva pragmatica: il comando dell’IRGC, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha anche guidato i negoziati, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Questa leadership ha deciso che la sopravvivenza del sistema richiede l’accordo, e ha la forza per imporlo. Jason Brodsky di United Against Nuclear Iran ha identificato la dinamica che si aprirà se il sollievo economico si materializza: la contesa interna si sposterà su dove allocare le risorse recuperate, tra ricostruzione civile e ricostruzione dell’apparato militare e nucleare, e l’esito di quella partita dirà più sull’Iran del prossimo decennio di qualsiasi formula del memorandum. Mojtaba Khamenei, il nuovo Leader Supremo, è ancora assente dalla scena pubblica. Che stia aspettando di valutare l’esito dei negoziati, o che la transizione abbia prodotto una leadership informalmente collegiale, è una variabile che l’analisi non può ancora risolvere con i dati disponibili.
Sul fronte israeliano, il memorandum gestisce il nodo più delicato in modo elusivo. Israele non ha partecipato ai negoziati, non è vincolato dall’accordo e aveva nell’intera campagna un obiettivo esistenziale che non è stato raggiunto: la neutralizzazione definitiva del programma nucleare iraniano. Il testo rinvia il dossier all’accordo finale senza impegni verificabili sull’uranio arricchito o sulle ispezioni dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Netanyahu ha rivendicato il raggiungimento degli obiettivi principali senza specificarli. Il fronte nord rimane esposto: Hezbollah non riconosce alcun accordo e ha ripreso a lanciare razzi sull’IDF in Libano sud, mentre le forze israeliane continuano a colpire obiettivi libanesi. Iran e Pakistan sostengono che il memorandum include un cessate il fuoco in Libano; Washington e Gerusalemme negano che sia così. Sul teatro libanese si replica la stessa architettura di ambiguità del testo principale, con la differenza che lì le parti continuano a muoversi militarmente.
Il rischio che emerge da questa architettura negoziale non è quello di un cedimento improvviso ma di un deterioramento per accumulo: ciascuna ambiguità non risolta offre a uno dei due lati un pretesto per dichiarare l’inadempienza dell’altro, e il processo si logora prima ancora di produrre un accordo finale. Nadim Koteich, consigliere politico emiratino, ha sintetizzato la struttura del problema: le spinte verso un nuovo round di ostilità sono ancora attive, Teheran e Washington descrivono già due accordi diversi, e Israele non ha mai firmato. Zohar Palti, già direttore dell’intelligence del Mossad, ha aggiunto che una volta che l’Iran riceve miliardi in contante come parte dell’accordo, dispone di tutti gli incentivi strutturali per creare nuovi ostacoli e rallentare i progressi nei negoziati nucleari. Richard Goldberg, già funzionario in entrambe le amministrazioni Trump e oggi alla Foundation for Defense of Democracies, offre una lettura divergente: la campagna avrebbe conseguito risultati reali, in particolare l’eliminazione del programma balistico accelerato che avrebbe potuto creare uno scudo per il breakout nucleare, ovvero la soglia tecnica oltre la quale un paese può produrre un’arma in tempi non intercettabili, e il memorandum sarebbe una pausa tattica che preserva la possibilità di riprendere la pressione se i negoziati falliscono. La differenza tra le due interpretazioni non è risolvibile oggi e dipende da variabili, in primo luogo la disponibilità iraniana a concessioni verificabili sul nucleare, che i sessanta giorni prossimi renderanno leggibili.
L’accordo riflette l’equilibrio reale delle forze nel momento in cui è stato negoziato, e quell’equilibrio appare meno favorevole agli Stati Uniti di quanto fosse prima della guerra. Washington ha rimosso il blocco navale prima di ottenere concessioni nucleari verificabili, ha concesso deroghe immediate sulle esportazioni di petrolio e ha aperto la prospettiva di un alleggerimento sostanziale delle sanzioni. In cambio ha un cessate il fuoco parzialmente rispettato, una promessa di negoziato entro sessanta giorni e una dichiarazione iraniana sul disarmo nucleare formulata con lo stesso linguaggio che Teheran usa da decenni senza mai trasformarla in impegno verificabile. Se questa lettura è corretta, l’asimmetria che ne deriva dipende non tanto dalla qualità della diplomazia americana nell’ultimo mese, quanto da ciò che la campagna militare ha prodotto e non ha prodotto tra il 28 febbraio e la fine di marzo.
La domanda che il prossimo intervallo negoziale dovrà rispondere non riguarda la disponibilità iraniana a trattare: Teheran ha bisogno del sollievo economico per evitare che la pressione interna si trasformi in instabilità sistemica, e questo incentivo è reale. La domanda è se quella disponibilità si tradurrà in concessioni verificabili sul nucleare. Thafer ha indicato la risposta che ritiene più probabile: il vaso di Pandora è aperto, tutto è già stato testato, e l’Iran non ha più molto da temere. Se questa valutazione coglie il reale stato d’animo del regime, Washington potrebbe trovarsi ad affrontare i negoziati finali con una capacità coercitiva strutturalmente inferiore rispetto a quella posseduta prima della guerra: non più quella di un avversario che teme l’escalation, ma quella di chi ne ha già misurato i limiti politici.
Gli indicatori che nei prossimi sessanta giorni consentiranno di valutare quale delle due interpretazioni si avvicina di più alla realtà sono relativamente leggibili. Se Teheran accetterà limiti verificabili sull’arricchimento e un regime ispettivo rafforzato sotto l’AIEA, la tesi della leva ridotta risulterà almeno parzialmente smentita: significherà che la coercizione ha funzionato, anche se in modo differito. Se invece utilizzerà il sollievo economico ottenuto per rinviare le decisioni sostanziali sul nucleare, accumulando risorse mentre i negoziati si trascinano verso la scadenza del termine concordato, la diagnosi di una capacità coercitiva americana deteriorata acquisterà maggiore credibilità. La domanda strategica di fondo, quella che distingue questo accordo dalla cronaca diplomatica ordinaria, è più antica della crisi attuale: una minaccia diventa più credibile dopo essere stata impiegata, oppure meno credibile perché il bersaglio ne ha finalmente misurato i limiti politici? I prossimi due mesi forniranno dati utili per rispondere.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto il 17 giugno 2026, con il memorandum firmato elettronicamente domenica 15 giugno e la firma formale prevista venerdì 19 giugno in Svizzera. Il testo del documento è circolato tramite Bloomberg e altri organi di stampa senza conferma ufficiale di entrambe le parti; alcune cifre, in particolare la stima degli asset iraniani congelati in Cina (compresa tra i 20 e i 50 miliardi di dollari), restano dati con margine di incertezza significativo. I dati operativi su Hormuz sono confermati da convergenza di fonti multiple indipendenti. Le dichiarazioni dei funzionari citati sono attribuite alle rispettive fonti primarie.
Fonti principali
Bloomberg (testo del memorandum, circolato il 17 giugno 2026): quattordici punti del documento. Nessuna conferma ufficiale di entrambe le parti al momento della pubblicazione.
Washington Post, Evan Halper, Declaring the Strait of Hormuz open is easy. Restarting shipping traffic is not, 17 giugno 2026. Fonte primaria per: dati Kpler (500+ navi ferme), dichiarazione BIMCO, posizione Maersk, stima Morgan Stanley, nota classificata DoD al Congresso (sei mesi per bonifica mine), Scott Savitz (Rand Corporation).
Washington Post, Natalie Allison, Michael Birnbaum e Theodoric Meyer, Vance, the face of deal to end Iran war, defies hawkish GOP critics, 17 giugno 2026. Fonte primaria per: dinamiche interne GOP, riserve di Rubio e Hegseth, posizione Graham, Thune senza accesso al testo, dichiarazione funzionario USA a CNN.
Wall Street Journal, Yaroslav Trofimov, Iran Is Returning to Nuclear Talks No Longer Afraid of America, 16 giugno 2026. Fonte primaria per: Shapiro (Atlantic Council), Thafer (Gulf International Forum), Javedanfar (Reichman University), Palti (ex Mossad/Washington Institute).
Wall Street Journal, Dov Lieber, Summer Said, Alexander Ward, Rebecca Feng, The Trump-Iran Deal Allows Tehran to Immediately Sell Oil, 16 giugno 2026. Fonte primaria per: deroghe immediate su esportazioni petrolio, supertanker Diona e Hero II, Nadimi (Washington Institute), Shine (INSS Tel Aviv).
Wall Street Journal, Benoit Faucon e Emma Brown, See Where Iran’s Billions of Dollars in Frozen Assets Are Held, 16 giugno 2026. Fonte primaria per: distribuzione geografica asset congelati, Batmanghelidj (Bourse & Bazaar), Nasr (Johns Hopkins).
Reuters, Andrew Mills, Maha El Dahan e Parisa Hafezi, Iran deal includes $300 billion fund, more than half already committed, 16 giugno 2026. Fonte primaria per: natura privata del fondo, composizione degli impegni, condizionalità all’accordo finale.
New York Times (live updates G7), Jeanna Smialek e Leo Sands, 17 giugno 2026. Fonte primaria per: joint statement G7, dichiarazioni Rutte (NATO), posizione Macron e Starmer su demining.
Iran International, Negar Mojtahedi, Iran hardliners rage over US deal, but experts say regime is closing ranks, 17 giugno 2026; Maryam Sinaiee, Iran-US MoU draws praise and backlash, 15 giugno 2026; Behrouz Turani, Iran media split over US MoU, 15 giugno 2026. Fonti primarie per: dinamica interna iraniana, Fronte Paydari, Azizi, Brodsky, panorama mediatico.
Jerusalem Post, Amichai Stein, Iran has fired drones at commercial ships in Hormuz strait since MoU’s signing, 17 giugno 2026. Fonte primaria per: droni IRGC dopo firma memorandum, dati Windward (14 navi transitate martedì).
Times of Israel / AFP, US-Iran deal met with despair in Israel, joy in Lebanon and hope in Iran, 15 giugno 2026; Emanuel Fabian, Israel-Lebanon talks said close to yielding lasting ceasefire deal, 16 giugno 2026. Fonti primarie per: percezione israeliana, fronte libanese, Trump su Hezbollah e Siria, posizione IDF in Libano sud.




Comandante mi stavo giusto domandando come potevo chieder di lei!
Ben tornato.
Credo che la leggiamo tutti volentieri anche se con cadenza meno fitta.
ti leggo con sollievo, mannaggia a te