Il terzo assente
La pressione silenziosa del convitato di pietra
A settantadue giorni dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, Donald Trump si imbarca per Pechino con l’Iran ancora non risolto. La narrativa dominante descrive il vertice Trump-Xi come il momento in cui Washington tenta di usare Pechino per sbloccare lo stallo mediorientale. Questa lettura è rovesciata: è l’Iran che condiziona il vertice, non il contrario. Teheran, assente dal tavolo e militarmente devastata, detiene la leva che entrambi i leader vorrebbero ma nessuno dei due può estrarre. Il risultato è che il regime iraniano, senza essere presente, ha già definito i limiti di ciò che Trump e Xi potranno annunciare a fine settimana.
Nella serata del 10 maggio 2026, il Brent aveva chiuso a oltre 104 dollari al barile, in rialzo di oltre il tre percento rispetto alla settimana precedente. I futures sull’S&P 500 indicavano un’apertura in calo dello 0,2 percento. La mattina seguente, a settantadue ore dall’atterraggio del presidente americano a Pechino, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social la dichiarazione che spiegava quei movimenti: la risposta iraniana alla proposta americana di cessate il fuoco era “TOTALLY UNACCEPTABLE”. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti si attestava a 4,52 dollari al gallone, il 52 percento in più rispetto all’avvio del conflitto. La risposta iraniana era arrivata tramite mediatori pakistani e, secondo quanto riportato dal New York Times, riproponeva sostanzialmente la posizione già nota: cessazione ufficiale delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, ritiro delle navi americane che applicano il blocco navale, revoca delle sanzioni, tregua in Libano, e trenta giorni aggiuntivi di negoziato per definire i dettagli. Il dossier nucleare era esplicitamente escluso dalla fase in corso e rinviato a trattative successive.
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Trump aveva dichiarato la settimana precedente che la proposta americana richiedeva all’Iran di “non avere armi nucleari” e di consegnare agli Stati Uniti il materiale fissile arricchito. L’Iran ha risposto includendo tutto tranne il nucleare. Si tratta della posizione strutturale di Teheran da settimane, dichiarata, coerente, ribadita in ogni canale: il dossier nucleare si discute in una fase successiva, non nell’accordo in corso. Su quel punto Trump ha dichiarato più volte, con formulazioni tra loro contraddittorie, che non accetterà accordi che non lo includano. Come si è argomentato nell’articolo precedente, la guerra ha prodotto una condizione di “no war, no peace” (né guerra né pace: ostilità sospese ma non risolte) in cui il regime ha già dimostrato di non cedere sotto pressione militare. La risposta di domenica è la continuazione di quella dimostrazione sul piano negoziale.
Trump aveva dichiarato pubblicamente di voler chiudere la questione iraniana prima di atterrare a Pechino, e quella scadenza è arrivata senza che l’accordo si materializzasse. Parte quindi per il vertice più importante del suo secondo mandato nella posizione di chi ha aperto un fronte che non riesce a chiudere, e chiede alla controparte di aiutarlo a farlo. La geometria negoziale è già definita da questo fatto prima che i due leader si stringano la mano.
Le due agende che si confronteranno al tavolo di Pechino divergono su un piano più profondo del tono o dello stile negoziale: su quello, più sostanziale, degli interessi. Come si è analizzato ieri, Washington arriva con i “Cinque B” e Pechino risponde con i “Tre T”. Su questo sfondo commerciale, Trump si aspetta anche di ottenere da Xi un impegno concreto a fare pressione su Teheran per sbloccare Hormuz e, se possibile, per indurre l’Iran a fare concessioni nucleari. L’agenda cinese non include nulla di equivalente sull’Iran. Xi vuole la fine della guerra perché il costo energetico è reale, ma non ha né l’intenzione né la capacità di forzare Teheran sul nucleare, e non ha incentivi politici a farlo prima che Trump abbia già ceduto qualcosa di sostanziale sul fronte commerciale.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, funzionari americani insistono che la crisi di Hormuz e il rifiuto iraniano di fare concessioni nucleari saranno “un elemento marginale” una volta che i due leader si siederanno al tavolo dei negoziati commerciali nella Grande Sala del Popolo. La formulazione è rivelatrice della pressione interna all’amministrazione di ridimensionare l’imbarazzo. Un presidente che aveva condizionato il vertice alla risoluzione della crisi iraniana, e che arriva a Pechino con quella crisi irrisolta e con la risposta di Teheran dichiarata “inaccettabile” poche ore prima dell’imbarco, non può ammettere che quella variabile domina il summit senza indebolire ulteriormente la propria posizione negoziale. Quindi la ridefinisce come secondaria. Ma il mercato del greggio, che ha risposto con un rialzo immediato al comunicato di domenica, misura meglio dei comunicati ufficiali quale delle due questioni pesi di più in quel momento.
Il paradosso centrale di questo vertice riguarda la mediazione cinese sull’Iran. La narrativa di Washington, e in parte quella di alcune cancellerie europee, prospetta la Cina come potenziale mediatore credibile: Pechino ha influenza su Teheran, intrattiene rapporti diplomatici e commerciali con il regime, il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato il suo omologo iraniano Araghchi a Pechino la settimana scorsa. Il meccanismo ipotizzato è che Xi possa persuadere l’Iran a fare concessioni che la pressione militare americana non è riuscita a ottenere.
Quella narrativa ignora due vincoli che la rendono non operativa. Il primo è che Wang Yi, nell’incontro con Araghchi, ha dichiarato pubblicamente che la Cina sostiene il “diritto legittimo dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare”, come riportato dal New York Times. Questa posizione non è compatibile con la richiesta americana di smantellamento totale del programma nucleare iraniano. Pechino non può svolgere una mediazione credibile su un esito che ha già escluso dalla propria posizione ufficiale. Il secondo vincolo è più diretto: la Cina non ha interesse a forzare Teheran sul nucleare perché farlo equivarrebbe a scegliere il campo americano su una questione che Pechino ritiene appartenga alla sovranità iraniana, e perché qualsiasi pressione che indebolisse il regime oltre il punto di recupero farebbe venire meno un fornitore di petrolio a basso costo e un contrappeso regionale all’influenza americana che Pechino non ha interesse a perdere. Come ha documentato l’IISS in un’analisi del 7 maggio, Pechino continua a praticare una copertura strategica (hedging, ovvero il mantenimento deliberato di opzioni aperte verso tutti gli attori) in una regione dove cerca di mantenere una relazione neutrale ma non equidistante tra tutti i paesi. La Cina non si è posta come mediatore pubblico e di primo piano dall’avvio del conflitto, e non ha intenzione di farlo ora.
Ciò che rende questo stallo analiticamente rilevante non è la distanza tra le posizioni americane e iraniane, che è nota e documentata, ma il ruolo che Teheran svolge nel determinare l’esito del vertice di Pechino senza esservi presente. Trump arriva a Pechino con il bisogno di annunciare progressi sull’Iran per compensare l’assenza di un accordo prima del vertice; Xi non può fornire quei progressi senza tradire la propria posizione su nucleare e sovranità iraniana; il vuoto che si crea in quel punto specifico dell’agenda riduce lo spazio per gli accordi commerciali che entrambi vogliono, perché Trump non può accettare accordi che sembrino concessioni unilaterali senza ottenere qualcosa di visibile sul fronte che lo ha indebolito di più.
L’Iran ha inviato la propria risposta tramite mediatori pakistani escludendo il nucleare. La scelta del canale e la scelta del contenuto sono entrambe deliberate. Pakistan come intermediario è più lento, più ambiguo e più facilmente interpretabile come segnale di apertura parziale piuttosto che come rifiuto netto: consente a Teheran di non comparire come ostacolo dichiarato, pur non cedendo nulla di sostanziale. Il risultato, dal punto di vista di chi analizza la struttura degli incentivi, è che il regime iraniano ha ottenuto il massimo risultato disponibile con il minimo rischio: ha occupato lo spazio del negoziato senza concedere nulla, ha costretto Trump a dichiarare pubblicamente l’insoddisfazione prima del vertice cinese, e ha reso più difficile per Xi presentarsi come mediatore senza esporsi. Un attore militarmente devastato, privo di aviazione e marina, con la leadership decimata, sta condizionando il vertice tra le due maggiori potenze del mondo. La misura più precisa di cosa significhi tenere Hormuz non sta nella capacità di combattere, che l’Iran ha in larga parte perso, ma nella capacità di rendere insostenibile, per qualsiasi altro attore, il costo di ignorare la propria esistenza.
Su questo sfondo si inserisce la dimensione che il NYT ha documentato con precisione nell’analisi di Damien Cave: cosa temono le medie potenze da questo summit. La risposta non riguarda solo Taiwan, anche se Taiwan è la preoccupazione più immediata e più citata. Riguarda la percezione, diffusa da Tokyo a Canberra passando per Hanoi e Nuova Delhi, che Trump possa scambiare garanzie di sicurezza con accordi commerciali senza comunicarlo agli alleati interessati, esattamente come aveva avviato la guerra in Iran senza consultarli. Un funzionario taiwanese ha definito “il più grande incubo” la possibilità di concessioni americane sull’indipendenza di Taipei, sottolineando al NYT che Xi ha già chiesto a Trump di passare dall’attuale posizione americana di “non sostenere” l’indipendenza taiwanese al “opporsi” attivamente a essa, una distinzione di un solo verbo che smonterebbe decenni di costruzione diplomatica. Il WSJ editorial board ha definito questo la trappola che Xi ha preparato per Trump: una concessione apparentemente tecnica che rovescerebbe decenni di politica americana, trasformando Taiwan da soggetto minacciato in provocatore da contenere, e fornendo a Pechino la copertura diplomatica per intensificare la pressione sull'isola con il tacito avallo di Washington.
Le medie potenze non si limitano a osservare. Come Cave documenta nel dettaglio, nelle settimane precedenti al vertice la Polonia ha firmato accordi per linee di produzione di carri armati sudcoreani, l’Australia acquista navi da guerra dal Giappone, il Canada fornisce uranio all’India mentre l’India offre missili da crociera al Vietnam, il Brasile costruisce aerei da trasporto militari per gli Emirati Arabi. Sono accordi di difesa bilaterali o multilaterali conclusi tra medie potenze senza passare per Washington, e la tempistica non è casuale: questi accordi maturano nelle stesse settimane in cui il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania dopo la dichiarazione del cancelliere Merz che Washington era “umiliata” da Teheran. La dispersione delle risorse militari americane verso il Medio Oriente e il segnale politico del ritiro tedesco hanno prodotto un’accelerazione dei legami di sicurezza regionali che Washington non ha né orchestrato né previsto. La guerra in Iran ha fatto ciò che nessuna dichiarazione diplomatica avrebbe ottenuto: ha reso concreta, misurata in settimane e in accordi firmati, la percezione che il sistema di sicurezza americano sia inaffidabile in senso strutturale, non congiunturale.
In questo contesto va letto anche il rapporto CSIS pubblicato a maggio da Macias e Jensen sulla pressione militare cinese su Taiwan: tra il 2020 e il 2025 le incursioni giornaliere della Guardia Costiera cinese (GCC) nelle acque taiwanesi sono aumentate del 500 percento, con le penetrazioni nel secondo anello di sicurezza più che quadruplicate. È una tendenza che precede la guerra in Iran e che la guerra ha reso più difficile da contrastare, dato che la distrazione americana dal teatro del Pacifico coincide con la sua fase di intensificazione più sostenuta. Il dato non è un allarme nuovo: è la misura quantitativa di un cambiamento strutturale già in atto, che il vertice di Pechino non toccherà e che le medie potenze della regione osservano con una preoccupazione inversamente proporzionale alla fiducia che ripongono nell’ombrello americano.
Un elemento di complessità che la narrativa sul vantaggio cinese rischia di appiattire è la condizione economica interna della Cina, documentata dal WSJ in un’analisi di Spegele che merita attenzione. Xi ha costruito una posizione di potere relativo senza precedenti, ma lo ha fatto a un costo interno che l’economia cinese sta pagando in modo crescente: un crollo immobiliare che ha distrutto trilioni di dollari di ricchezza, un mercato del lavoro bloccato per i giovani, una crescita che si attesta sul 5 percento sostenuta in misura crescente da sussidi statali in settori strategici, e un livello di fiducia dei consumatori che non si è ripreso dai minimi registrati nella crisi immobiliare. Le città manifatturiere come Foshan mostrano fabbriche vuote e lavoratori disposti a accettare salari da stagisti pur di trovare un impiego. Questo non muta la struttura negoziale del summit: Xi non ha bisogno dell’accordo commerciale con Trump nel senso urgente in cui Trump ha bisogno di un’uscita dall’Iran. Ma introduce un margine di pressione che Xi non può ignorare: la stabilità economica che vorrebbe vendere internamente come risultato del summit dipende almeno in parte dal ripristino di un commercio più ordinato con gli Stati Uniti, e quel ripristino richiede accordi che Trump può condizionare o ritirare.
Il quadro che emerge è quello di due sistemi entrambi sotto pressione, con asimmetrie differenti, che né la propaganda del Global Times né la narrativa ufficiale del summit riescono a rendere compiutamente: Trump porta al tavolo una crisi aperta che non riesce a chiudere, mentre Xi porta un’economia che non cresce abbastanza nonostante tutti gli strumenti messi in campo, con l’unica differenza sostanziale che Xi, a differenza di Trump, può permettersi di aspettare.
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Gli accordi commerciali che verranno quasi certamente annunciati, nella forma del Board of Investment e del Board of Trade già definiti nei colloqui preparatori, degli acquisti cinesi di Boeing e soia americana, di una proroga della tregua sulle terre rare, sono reali ma non strutturali. Come ha osservato Rush Doshi del CFR, il memorandum d’intesa da 83,7 miliardi di dollari sulla Virginia occidentale annunciato nel 2017 durante il primo viaggio di Trump a Pechino era più grande dell’intera economia di quello stato ma non è mai stato implementato. La logica del summit transazionale produce titoli e foto, non trasformazioni. La questione su cui si misurerà il vero esito del vertice non è il comunicato congiunto: è lo stato di Hormuz nei giorni successivi, la posizione americana su Taiwan nelle settimane successive, la risposta cinese alle sanzioni americane sulle raffinerie che acquistano petrolio iraniano nei mesi successivi.
Il regime iraniano ha già risposto, tramite intermediari pakistani, prima che il presidente americano atterrasse a Pechino: nessuna concessione nucleare adesso, tutto il resto si discute. Quella risposta non è arrivata al tavolo del vertice di giovedì e venerdì nella Grande Sala del Popolo, ma è arrivata nei mercati domenica sera, nelle dichiarazioni di Trump su Truth Social, nell’agenda del summit che si è già ristretta attorno a quello che non si risolverà. Teheran ha già ottenuto ciò che le serviva senza dover prendere posto.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto nella giornata dell’11 maggio 2026, tre giorni prima dell’arrivo di Trump a Pechino. L’analisi si basa su fonti verificate: New York Times, Wall Street Journal, Washington Post, Reuters, IISS, Council on Foreign Relations, CSIS, Foreign Affairs, The Atlantic, Global Times. Le dichiarazioni presidenziali americane e iraniane citate sono tratte dalle fonti primarie indicate. I dati di mercato si riferiscono alla serata del 10 maggio 2026. Il vertice si svolgerà il 14-15 maggio: questo articolo analizza le condizioni di ingresso, non l’esito.
Fonti principali
New York Times, Erica L. Green, Aaron Boxerman e Adam Sella, Trump Rejects Latest Iran Offer for Talks, Extending Limbo in Mideast War, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: dichiarazione Trump “TOTALLY UNACCEPTABLE”, contenuto della risposta iraniana, dichiarazioni di Netanyahu, stato del cessate il fuoco, ruolo dei mediatori pakistani.
New York Times, Oil Prices Rise as Prospects for U.S.-Iran Peace Deal Fizzle, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: Brent a 104 dollari, futures S&P -0,2%, prezzo benzina 4,52 dollari al gallone, +52% dall’inizio della guerra.
New York Times, Lily Kuo, The World’s 2 Most Powerful Men Are Set to Meet Again. Here’s What to Know, 9-10 maggio 2026. Fonte primaria per: agenda “Cinque B” americana, agenda “Tre T” cinese, dichiarazione Wang Yi su diritto nucleare iraniano, dichiarazioni di Zhao Minghao (Fudan University) e Bonny Lin (CSIS).
New York Times, Damien Cave, What Middle Powers Fear About the Trump-Xi Summit, 11 maggio 2026. Fonte primaria per: accordi di difesa tra medie potenze, timore taiwanese su concessioni sull’indipendenza, ritiro truppe dalla Germania, citazione funzionario taiwanese anonimo, Heydarian (Oxford), White (ANU).
New York Times, Alexandra Stevenson e Murphy Zhao, As Trump Heads to Beijing, China Is ‘Locked and Loaded’ for a Fight, 11 maggio 2026. Fonte primaria per: blocking statute cinese, sanzioni USA sulle raffinerie, dichiarazioni Andrew Gilholm (Control Risks), Sean Stein (U.S.-China Business Council), Wu Xinbo (Fudan University).
Wall Street Journal, Gavin Bade, Iran War Hangs Over China Summit, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni funzionari USA sul ruolo marginale dell’Iran nel summit, dinamica negoziale Trump-Xi su Iran, “Project Freedom”.
Wall Street Journal, Editorial Board, The Stakes of the Trump-Xi Summit, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: analisi della posizione di Xi su Taiwan (”opporsi” vs “non sostenere”), rischio concessioni sull’indipendenza taiwanese.
Wall Street Journal, Brian Spegele, Xi’s China: Dazzling Technology, Military Muscle and an Economic Mess, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: condizione economia cinese, crollo immobiliare, mercato del lavoro, dati Foshan, citazioni Minxin Pei (Claremont McKenna).
Council on Foreign Relations, Rush Doshi, The Trump-Xi Summit Gives Beijing a Chance to “Manage” Washington, maggio 2026. Fonte primaria per: confronto con summit 2017, memorandum Virginia occidentale, uso terre rare come leva, analisi posizione negoziale Xi.
Washington Post, Noah Robertson e Ellen Francis, As Iran war hits U.S. weapons stocks, allies fear impact on Ukraine, 11 maggio 2026. Fonte primaria per: erosione arsenali americani, dubbi europei sul PURL, ritiro truppe dalla Germania, allocazione NATO di 5,5 miliardi al programma.
IISS, Meia Nouwens, Erik Green e Olivia Parker, China and the war in Iran: pragmatism and national resilience, 7 maggio 2026. Fonte primaria per: posizione cinese di hedging nel Medio Oriente, cinque principi di coesistenza, assenza di mediazione pubblica cinese.
Reuters, Trevor Hunnicutt e Nandita Bose, Trump and China’s Xi set for talks spanning Iran, nuclear, trade and AI, 10 maggio 2026. Fonte primaria per: agenda summit, accordi attesi su Boeing e agricoltura, trattativa sulle terre rare.
CSIS Futures Lab, Jose M. Macias III e Benjamin Jensen, The Geometry of Coercion: Tracking the PRC’s Maritime and Air Pressure on Taiwan, maggio 2026. Fonte primaria per: aumento del 500% delle incursioni GCC, quadruplicazione penetrazioni nel secondo anello di sicurezza, dati 2020-2025.




Certo che per essere il prescelto del Signore per fare l’America di nuovo grande, e riscuotere quindi il meritato premio Nobel, ‘sto ragazzo ha una sfiga terribile. Pure ‘ste carogne di iraniani poco collaborativi gli dovevano toccare!
Comandante grazie. Speriamo che a quello lì, l’anatra laccata risulti indigesta