Il nodo che nessuno scioglie
Israele e la sua guerra infinita contro Hezbollah
Il quarto round di negoziati diretti tra delegazioni israeliana e libanese al Dipartimento di Stato, il 3 e 4 giugno 2026, ha prodotto una dichiarazione congiunta: accordo su un cessate il fuoco condizionato alla “completa cessazione degli attacchi di Hezbollah” e alla “evacuazione di tutti gli operativi di Hezbollah” dalla zona a sud del fiume Litani, con creazione di “pilot zones”, zone pilota, affidate al controllo esclusivo dell’esercito libanese. Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato che l’accordo avrebbe potuto entrare in vigore entro ventiquattro ore dal ricevimento delle garanzie di tutte le parti. Nel giro di ore, il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l’accordo una “resa” e una “farsa umiliante”, ha chiamato il governo libanese a interrompere i negoziati diretti con Israele e ha confermato che la resistenza continuerà finché l’occupazione permane. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che le operazioni sarebbero proseguite “per ora”. L’esercito israeliano ha continuato a colpire il Libano meridionale e la valle della Beqaa. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran) ha attaccato l’aeroporto internazionale del Kuwait, causando un morto e oltre sessanta feriti. Il capitano Eitan Shmuel Lemberg, ventun anni, del 75° Battaglione della 7ª Brigata Corazzata, è stato ucciso da un missile anticarro Hezbollah a nord del Litani: ventiseiesimo soldato israeliano caduto in Libano da marzo, quattordicesimo dopo il ceasefire di aprile. Un peacekeeper serbo della Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) è morto per le ferite riportate in un attacco con mortai attribuito dall’esercito israeliano a Hezbollah. Trump, interrogato dai giornalisti, ha dichiarato che Hezbollah “non aveva rifiutato” il ceasefire, che aveva parlato con Hezbollah, con Netanyahu e con il Libano e che “si vedranno sviluppi”.
Fin qui la cronaca, che da sola è sufficiente a indicare perché le probabilità dell’accordo erano scarse fin dall’inizio.
Kommander resta senza paywall, nonostante pressioni e inviti a cambiare rotta. Se il lavoro vi è utile, potete sostenerlo con una donazione ricorrente volontaria importo a piacere al link qui sotto, che sostituisce un abbonamento. A chi lo ha già fatto o lo farà, invierò direttamente via email i saggi più rilevanti. Il prossimo riguarda i rapporti costi-benefici della sorveglianza basata sull’intelligenza artificiale.
Il cessate il fuoco del 4 giugno aveva contro di sé una condizione che nessuna qualità della mediazione avrebbe potuto compensare: Hezbollah non era al tavolo e aveva scelto di non esserci. L’accordo era costruito su una premessa che il governo libanese non controlla: che il soggetto militarmente determinante nel conflitto, cioè Hezbollah, avrebbe avuto interesse ad accettare condizioni negoziate da un governo con cui ha rapporti conflittuali, in favore di un’entità, l’esercito libanese, che non ha i mezzi per far rispettare nessuna zona pilota in presenza di una forza armata che i militari del Libano non riescono a disarmare da decenni. Il premier Nawaf Salam ha avvertito che chi rifiuta l’accordo “porterà la responsabilità di quanto seguirà”: un’ammonizione politicamente comprensibile e operativamente priva di effetti, perché il soggetto a cui è rivolta dispone di una catena di comando, di un arsenale e di una rete di radicamento territoriale che non dipendono dal consenso del governo di Beirut.
Il meccanismo è il seguente. Teheran ha esplicitamente condizionato qualsiasi accordo con Washington sulla guerra in Iran a un cessate il fuoco completo in Libano: lo ha dichiarato la Forza Quds, il braccio esterno dei Pasdaran preposto alle operazioni proxy, attraverso il suo comandante Esmail Qaani, che il 4 giugno ha scritto che “il ritiro minimo richiesto dalla resistenza è il ripristino delle posizioni israeliane precedenti all’inizio della guerra di quaranta giorni”. Washington vuole separare i due dossier puntando a un accordo sul Libano che sblocchi la trattativa sull’Iran, mentre Teheran li tiene deliberatamente legati: l’Iran non tratta finché Israele è in Libano, Hezbollah non si ritira finché Israele è in Libano, Israele non si ritira dal Libano perché un Hezbollah preservato nella sua configurazione attuale è, nella dottrina strategica israeliana, incompatibile con la sicurezza del nord. Ciascuna delle tre posizioni blocca le altre due, e il governo libanese si trova nella posizione con meno potere: è la parte che subisce il costo più alto della guerra sul proprio territorio e quella che non può imporre le condizioni dell’accordo all’attore che controlla il campo. Aoun ha ragione quando dice che è “l’ultima opportunità”: non perché le opportunità si esauriscano, ma perché ogni round fallito consolida ulteriormente il fatto compiuto sul terreno, dove Israele ha occupato oltre 600 chilometri quadrati del sud e ha catturato il castello di Beaufort.
Questo esito conferma che il Libano è il punto in cui tutti i livelli del blocco già descritto diventano simultaneamente visibili in un unico accordo bruciato in ore. L’accordo non è collassato per un problema di esecuzione, ma perché la sua architettura presupponeva che un soggetto esterno ai negoziati si conformasse a condizioni prodotte senza di lui: un meccanismo che ha già fallito nello stesso formato nell’aprile precedente e che non ha nulla che ne impedisca la ripetizione il 22 giugno.
Va però aggiunto che il rigetto di Hezbollah non si spiega solo con le istruzioni di Teheran. L’organizzazione ha una logica propria che in questo momento converge con quella iraniana ma non ne dipende meccanicamente. Sul piano militare, ritirarsi a sud del Litani sotto pressione israeliana e con il territorio occupato significherebbe consegnare alla controparte una vittoria sul campo senza ottenere nulla in cambio: non il ritiro delle forze israeliane, non il riconoscimento di una linea di confine, non una garanzia verificabile sul futuro. Sul piano politico interno libanese, Hezbollah è l’unico attore che può permettersi di dire no a Washington mentre il governo di Beirut non può: quella asimmetria è una risorsa di legittimazione che il rigetto del 4 giugno ha consolidato, indipendentemente dalle conseguenze militari. Qassem non ha rifiutato un accordo vantaggioso per obbedire a Teheran: ha rifiutato un accordo che avrebbe eroso la sola base su cui Hezbollah continua a giustificare la propria esistenza armata di fronte alla propria base.
In questo sistema, tre attori principali hanno incentivi a non muoversi per primi: Trump, Khamenei junior e Netanyahu. Le loro posizioni non sono simmetriche, né in termini di potere né in termini di vincoli alla sopravvivenza, e la differenza tra esse è più rilevante di quanto il quadro di paralisi condivisa faccia apparire.
Trump ha incentivi elettorali a trovare un accordo con l’Iran: i midterm di novembre, il prezzo della benzina, la Camera che il 3 giugno ha approvato 215 a 208 una risoluzione per limitare i suoi poteri di guerra, con quattro repubblicani che hanno votato con i democratici. Il suo confine operativo è definito con precisione: riaprirà le ostilità su vasta scala solo se vengono uccisi militari americani in uniforme. Quell’asimmetria gli garantisce la possibilità di continuare a dichiarare imminente un accordo che non arriva, con un orizzonte di circa cinque mesi prima che i midterm trasformino lo stallo in un costo elettorale non gestibile.
Mojtaba Khamenei non si vede in pubblico dalla morte del padre il 28 febbraio. Con un’inflazione al 77% annuo, un milione di disoccupati in più dall’avvio del conflitto e le esportazioni di greggio crollate dell’87% rispetto alla media precedente al blocco navale secondo i dati di Lloyd’s List, i margini economici si stringono. Ma il regime tiene finché la narrazione del “colpo decisivo inferto al nemico” regge sul piano interno, e quella narrazione non richiede concessioni: è compatibile con qualsiasi stallo purché Teheran non ceda formalmente su nucleare e Hormuz. La tregua del 4 giugno, da Teheran, si legge come una conferma che la resistenza funziona: Hezbollah che rifiuta le condizioni americane è il risultato che il regime aveva bisogno di mostrare.
Netanyahu occupa una posizione diversa da entrambi. È l’unico dei tre che deve rispondere simultaneamente a quattro pressioni incompatibili, con scadenze che non controlla e con un margine di manovra che si restringe a ogni settimana che passa.
La prima pressione è quella di Washington. Trump lo ha chiamato il 1° giugno con quello che le fonti all’interno dell’amministrazione descrivono come uno degli scambi più accesi del secondo mandato, chiedendogli cosa stesse combinando e dicendogli che il mondo odia Israele per questo; l’esito immediato è stato il blocco dei piani israeliani per colpire i sobborghi meridionali di Beirut. Netanyahu ha ceduto verbalmente, annunciato il ritiro delle truppe su Truth Social attraverso la voce di Trump, e il giorno dopo ha dichiarato che la posizione israeliana era invariata. Questa sequenza, già documentata, descrive un leader che non può accettare le condizioni dell’alleato principale senza perdere il governo, e che non può rifiutarle apertamente senza rompere il rapporto con l’unico attore che garantisce la continuità della campagna militare. La doppiezza apparente di Netanyahu in quella giornata è la forma che prende l’impossibilità di scegliere tra due opzioni entrambe insostenibili.
La seconda pressione è quella della base elettorale del nord. Il sondaggio condotto da Agam Labs dell’Università Ebraica di Gerusalemme nel maggio 2026 e distribuito in esclusiva a Reuters è il documento politico più preciso disponibile su questo punto: Likud al 23% nel nord del paese, contro il 35% delle elezioni del 2022. Una perdita di dodici punti nella regione che ospita circa un quinto dell’elettorato. Il calo nel blocco di destra allargato è ancora più marcato: circa il 70% degli elettori del nord esprime disapprovazione per la gestione della guerra in Libano. La frase di Moshe Yifrah, quarantacinque anni, residente a Kiryat Shmona, sintetizza il problema con la precisione involontaria del cittadino comune: “Non mi vergogno di aver votato per questo governo, ma si scopre che chi lo dirige è il presidente Trump.” Per quegli elettori, la guerra in Libano non va fermata: va intensificata. Vogliono che Hezbollah sia smantellato, non contenuto in zone pilota negoziate a Washington. Sono disposti a votare per chi offre quella promessa, e Gadi Eizenkot, ex capo di stato maggiore e aspirante premier, ha già visitato il nord almeno quindici volte nelle ultime settimane. Netanyahu non ci è andato.
La terza pressione è quella del suo gabinetto. Il ministro della Difesa Katz e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir hanno sostenuto la proposta di una grande operazione terrestre allargata in Libano, che Netanyahu ha bloccato citando la pressione americana. Ben Gvir ha dichiarato che il cessate il fuoco è “un grave errore”, che “ci sono momenti in cui si deve dire no, anche al presidente degli Stati Uniti”, e che ci sarà un nuovo incontro con Hezbollah, “più forte e più pericoloso”. Non si tratta di retorica elettorale: Katz e Ben Gvir rappresentano componenti chiave della coalizione di governo senza le quali Netanyahu non ha i numeri in parlamento, e la loro posizione sul Libano è incompatibile con qualsiasi cessazione delle operazioni concordata con Washington.
La quarta pressione è quella giudiziaria e istituzionale. Il 3 giugno il Knesset ha eletto il controllore di Stato attraverso un voto contestato in cui deputati del Likud sono stati fotografati mentre mostravano le schede: l’eletto è Michael Rabello, avvocato personale di Netanyahu. Le primarie del Likud per la composizione delle liste elettorali sono state programmate entro il 28 luglio, con Netanyahu garantito al primo posto. Ogni decisione strategica presa nelle prossime settimane sarà letta, dentro e fuori il partito, come una mossa preelettorale.
Queste quattro pressioni non sono semplicemente in tensione: sono reciprocamente incompatibili. Cedere a Trump significa fermare il Libano, il che significa perdere la destra e molto probabilmente le elezioni. Non cedere a Trump significa rompere con l’unico garante della campagna militare in Iran e in Libano, e attirare sanzioni o ritiro del supporto americano in un momento in cui l’economia israeliana è già compressa dallo shekel forte e dalle esportazioni che si riducono. Aprire la grande operazione terrestre allargata in Libano chiesta da Katz e Ben Gvir significa ignorare esplicitamente Trump, con le conseguenze già descritte. Congelare tutto e aspettare le elezioni è la terza opzione, la più probabile nel breve periodo, ma ha un costo crescente: ogni settimana senza una decisione è una settimana in cui i rappresentanti del nord continuano a migrare verso l’opposizione, in cui i caduti si accumulano e in cui la distanza tra Netanyahu e il suo elettorato di riferimento si allarga.
L’iscrizione alla mail list e la condivisione del contenuto sono essenziali per dare visibiltà ai temi trattati. Prego, se possibile, di iscriversi e condividere.
Il profilo delle pressioni su Netanyahu, confrontato con quello di Trump e di Khamenei junior, indica che la soglia di rottura è più vicina per lui che per gli altri due: Trump governa fino al 2028 e il suo orizzonte di sopravvivenza politica è relativamente lungo, Khamenei junior non ha date da rispettare e la sua legittimità non dipende da elezioni, Netanyahu ha un’udienza in tribunale e un’urna entro pochi mesi. Nel frattempo, ogni settimana di stallo è una settimana in cui la Forza Quds riorganizza le reti proxy regionali, in cui il know-how nucleare disperso tra migliaia di tecnici rimane non tracciato, in cui il controllo de facto di Hormuz si consolida attraverso i permessi di transito amministrati dai Pasdaran. Il blocco anti-Netanyahu è già maggioritario nei sondaggi nazionali, e congelare in attesa delle elezioni non è una posizione neutrale: è una scelta con costi che si accumulano a ogni settimana di inazione.
La paralisi non è senza scadenze. Le elezioni israeliane, attese entro ottobre, e i midterm americani di novembre sono le due date che più probabilmente producono una variazione negli incentivi degli attori: potrebbero produrre sblocco, ma anche sostituzione di attori con la stessa struttura di vincoli. Il 22 giugno le delegazioni si siederanno di nuovo, Hezbollah non sarà al tavolo e le condizioni strutturali saranno identiche a quelle del 4 giugno. A meno che nel frattempo Netanyahu non abbia trovato un modo per tenere insieme pressioni che, per la prima volta, premono tutte nella stessa direzione: verso le elezioni, e verso la scelta che non può più rimandare.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto il 5 giugno 2026, a conflitto in corso e a meno di ventiquattro ore dal rigetto del ceasefire libanese da parte di Hezbollah. Le fonti primarie utilizzate sono: Reuters (Choukeir, Bassam, 4 giugno 2026), New York Times (Ward, 4 giugno 2026), Axios (Ravid, 4 giugno 2026), Times of Israel (Fabian, Freiberg, 4 giugno 2026), BBC News (4 giugno 2026), The Guardian (Christou, 4 giugno 2026), Al Jazeera (live updates, 5 giugno 2026), Jerusalem Post (4 giugno 2026), Lloyd’s List (citato in Al Jazeera, 5 giugno 2026), sondaggio Agam Labs-Hebrew University (maggio 2026, distribuito in esclusiva a Reuters). I dati sui caduti israeliani in Libano e sul bilancio delle vittime libanesi sono tratti dalle dichiarazioni ufficiali delle forze armate israeliane e del ministero della salute libanese rispettivamente, con la precisazione che le cifre libanesi non distinguono tra combattenti e civili. I margini di incertezza residui riguardano lo stato effettivo dei negoziati sul memorandum d’intesa USA-Iran e l’evoluzione operativa delle prossime settimane.
Fonti principali
Reuters, Jana Choukeir e Laila Bassam, Hezbollah rejection clouds Lebanon ceasefire and prospects for ending Iran war, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: rigetto del ceasefire da parte di Hezbollah, posizione iraniana, scambi di fuoco nel Golfo, attacco all’aeroporto del Kuwait, andamento delle esportazioni petrolifere iraniane.
Reuters, Emily Rose, Netanyahu faces plunging support in north Israel as voters demand tougher Lebanon stance, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: sondaggio Agam Labs-Hebrew University (maggio 2026), dati Likud al nord (23% vs 35% 2022), campagna di Eizenkot nel nord, dichiarazioni di elettori a Kiryat Shmona.
New York Times, Euan Ward, Lebanon’s Latest Cease-Fire Shows Little Sign of Taking Hold, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: analisi della struttura dell’accordo, assenza di Hezbollah dai negoziati, dichiarazioni di Naim Qassem, posizione del presidente Aoun.
Axios, Barak Ravid, Hezbollah rejects Israel-Lebanon ceasefire terms, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: dettagli dell’accordo sulle pilot zones, sequenza della telefonata Trump-Netanyahu del 1° giugno, dinamica del rigetto di Qassem.
Times of Israel, Emanuel Fabian e Nava Freiberg, Soldier killed in anti-tank missile attack as Hezbollah rejects Lebanon ceasefire proposal, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: caduta del capitano Eitan Shmuel Lemberg, bilancio dei caduti israeliani in Libano, dichiarazioni di Netanyahu a Shlomi, posizioni di Ben Gvir su ceasefire e operazione terrestre.
Times of Israel, Israel and Lebanon agree to renew truce, create ‘pilot’ zones where Hezbollah is banned, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: testo della dichiarazione congiunta, quarto round di negoziati al Dipartimento di Stato, dichiarazione del capo di stato maggiore Zamir.
Times of Israel, ‘Khamenei’ says US, Israel hit by ‘decisive blow’ amid mixed signals on talks, US security alert, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: dichiarazione attribuita a Khamenei junior, alert di sicurezza dell’ambasciata americana a Gerusalemme, dichiarazioni di Mohsen Rezaei sulla bozza di memorandum, passaggio di quattro petroliere iraniane attraverso Hormuz con AIS spento.
BBC News, Hezbollah rejects renewed ceasefire agreed by Israel and Lebanon, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: bilancio vittime in Libano (3.526 morti secondo il ministero della salute), dichiarazioni di residenti di Beirut, dettagli della vittima serba UNIFIL (sergente maggiore Milovan Jovanovic).
The Guardian, William Christou, Hezbollah rejects Israel-Lebanon truce as Trump scrambles to end Iran war, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni di Qassem (”farsa e umiliazione”), posizione iraniana di Qaani sulla richiesta di ritiro alle posizioni prebellica, commento di Trump (”in quella parte del mondo un ceasefire è quando si spara in modo più moderato”).
Al Jazeera, live updates Iran war live: Hezbollah rejects truce as Israel continues Lebanon strikes, 5 giugno 2026. Fonte primaria per: dati Lloyd’s List sul crollo delle esportazioni iraniane di greggio (meno 87% rispetto alla media pre-blockade in maggio), sospensione operazioni al terminal Mina Al Fahal dell’Oman dopo esplosione attribuita a drone.
Jerusalem Post, Amir Bohbot, Defense Ministry sees progress in battle against Hezbollah’s fiber-optic drones, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: sviluppo sistemi anti-drone israeliani, lezioni dalla guerra in Ucraina, budget speciale approvato da Netanyahu per la minaccia drone.
Axios, Andrew Solender, Dems help GOP kill Tlaib’s Lebanon war powers measure, 4 giugno 2026. Fonte primaria per: voto della Camera sulla risoluzione Tlaib (92 a 324 contro), posizione di Jeffries, divisioni interne ai democratici su Libano vs Iran.




Uno stallo alla messicana al cubo. Mi viene da pensare che valga, per il Libano, quello che hai scritto ieri per l'Iran, e che varrà temo per l'Ucraina. Riassumo così: in un modo o nell'altro tutti questi conflitti "finiranno", ma solo nel senso che per una ragione o un'altra si smetterà di sparare per un po'. Qualcuno la chiamerà 'pace' per ragioni di marketing, per un po' la gente comune tirerà il fiato, si ricostruirà qualche cosa, si faranno tante chiacchiere ma nel giro di breve tempo si ricomincerà a sparare. Se nel caso della Russia la questione è in teoria arginabile da un'Europa forte e pronta (non lo so, è più una speranza che un'ipotesi di lavoro), nel Medio Oriente vedo poche speranze: Israele da potenziale risorsa è divenuta elemento importante di destabilizzazione che, assieme a un Iran bene o male sopravvissuto alla guerra, esporterà instabilità. Qui i conflitti eclatanti (come quello attuale) o dissimulati (incidenti di confine, terrorismo, guerre ibride...) tema saranno una costante.
Grazie ancora Comandante per queste perle di analisi geopolitica.
Il modo in cui sono raccontate e i contenuti esposti, portano chi li legge a comprendere aspetti che altrimenti sono oscuri ai più.
Grazie.