Il drago cortese
Mentre Trump erode credenziali democratiche, cresce la tentazione europea di guardare a Pechino come a un interlocutore affidabile. Ma la Cina non ha cambiato natura: ha solo imparato a sorridere.
Da febbraio 2025, più di 3.800 bambini, cinquecento dei quali con meno di cinque anni, sono stati rinchiusi in strutture di detenzione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement, il corpo federale statunitense per il controllo dell’immigrazione). Il numero medio giornaliero di minori detenuti è aumentato del 680 per cento rispetto all’amministrazione Biden. Oltre mille di questi bambini sono rimasti in custodia oltre il limite massimo di venti giorni fissato dalle corti americane, in condizioni descritte da medici e ricercatori come sovraffollate, insalubri, prive di adeguata assistenza sanitaria. Nello stesso periodo, ottantacinque organizzazioni per i diritti umani hanno scritto al Congresso per protestare contro il piano di costruire un campo di detenzione per migranti cubani nella base militare di Guantánamo, struttura già tristemente nota per le violazioni sistematiche dei diritti dei detenuti nella cosiddetta guerra al terrorismo. Più di duecento organizzazioni internazionali hanno chiesto conto delle minacce pronunciate pubblicamente contro l’Iran, «stanotte morirà un’intera civiltà», aveva dichiarato Trump, che molti giuristi qualificano come minacce di crimini di guerra.
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Per decenni, nell’immaginario dell’osservatore occidentale, era la Cina il paese autoritario per antonomasia, il sistema da citare quando si voleva indicare l’opposto dei valori democratici. Gli Stati Uniti erano il riferimento istituzionale, il paese che aveva contribuito a redigere la Dichiarazione universale dei diritti umani, che finanziava i tribunali internazionali, che esportava, a volte con arroganza, spesso con genuina convinzione, l’idea che la libertà individuale fosse un diritto e non un privilegio. Poi è tornato Donald Trump, e qualcosa si è rotto in quella percezione consolidata.
Non sorprende allora che qualcosa si muova nelle cancellerie europee. Un sondaggio condotto nel novembre 2025 dal Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR, European Council on Foreign Relations) su quasi 26.000 persone in 21 paesi ha prodotto un dato che, pochi anni fa, sarebbe sembrato inverosimile: solo il 16 per cento dei cittadini dell’Unione europea considera ancora gli Stati Uniti un alleato. Il 20 per cento li vede come un rivale o addirittura un nemico, una percentuale che in alcuni stati membri si avvicina al 30. Nel frattempo, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez aveva raggiunto Pechino per invocare un riequilibrio nelle relazioni con la Cina. Una processione di leader europei aveva imboccato la stessa strada, quasi a segnalare che il vecchio ordine transatlantico non era più l’unico orizzonte possibile. E La Cina sorride.
La domanda che vale la pena farsi, prima di seguire quella processione, riguarda la natura di quel sorriso: la Cina ha cambiato qualcosa di sostanziale, o ha semplicemente imparato a gestire meglio le proprie relazioni pubbliche internazionali?
Vent’anni fa, Perry Link, uno dei più acuti studiosi della Repubblica Popolare Cinese, descrisse il meccanismo del controllo esercitato dal Partito Comunista Cinese (PCC) con un’immagine rimasta insuperata. Lo chiamò «l’anaconda nel lampadario»: non un serpente che attacca, almeno non di regola, ma un serpente che sta lì, silenzioso, appeso in alto, visibile a chiunque voglia guardare. La sua mera presenza è sufficiente a produrre ciò che Link chiamò un «sistema di controllo psicologico», ovvero l’autocensura come risposta razionale alla consapevolezza di essere sorvegliati, di non sapere con precisione dove siano i limiti, e di sapere però con certezza che quei limiti esistono e che superarli ha conseguenze.
Quella metafora descriveva un sistema sofisticato ma ancora relativamente artigianale rispetto a quello che esiste oggi. Il PCC ha nell’ultimo decennio costruito l’apparato di sorveglianza e controllo dell’informazione più capillare e tecnologicamente avanzato della storia umana. Il Grande Firewall, la rete nazionale di filtraggio e blocco dei contenuti su internet, oscura oltre 200.000 siti web, incluse le principali piattaforme di informazione e comunicazione internazionali, ma è ormai solo la componente più visibile di un sistema molto più complesso. Telecamere dotate di riconoscimento facciale coprono le aree urbane e si estendono a quelle rurali. Dispositivi di polizia capaci di estrarre dati dagli smartphone in pochi secondi, inizialmente testati nella regione autonoma dello Xinjiang, sono stati diffusi su scala nazionale. Il sistema del «credito sociale», in varie forme locali e settoriali, permette di identificare, segnalare e penalizzare comportamenti che si discostano dalla norma definita dal partito, incluse forme di dissenso che in passato sarebbero rimaste invisibili.
Nel 2025 è emerso che aziende cinesi specializzate in intelligenza artificiale vengono utilizzate dalle autorità per monitorare e manipolare l’opinione pubblica in tempo reale, con capacità di analisi dei contenuti che sarebbero state impensabili anche solo un decennio prima. Nell’agosto dello stesso anno ricercatori indipendenti hanno pubblicato documenti riservati che mostrano come le tecnologie del Grande Firewall, censura e sorveglianza, siano state esportate in altri paesi attraverso quella che Pechino chiama «Via della Seta Digitale» (Digital Silk Road), inclusi Pakistan e Myanmar. La Cina non si limita a reprimere al proprio interno: esporta il modello, lo vende, lo installa.
Freedom House, organizzazione indipendente che monitora libertà politica e civile nel mondo, assegna alla Cina il punteggio di 9 su 100 nell’indice di libertà su internet, il risultato più basso al mondo per oltre un decennio. Il punteggio complessivo di libertà politica e civile è identico. Non esistono elezioni libere e competitive a livello nazionale. Il sistema giudiziario è subordinato al partito: nel 2024, oltre il 99,96 per cento dei processi penali si è concluso con una condanna. Non si tratta di un sistema giudiziario che assolve raramente, ma di un sistema in cui l’innocenza, in senso processuale, semplicemente non esiste come categoria operativa.
L’HRMI (Human Rights Measurement Initiative, Iniziativa per la misurazione dei diritti umani), che utilizza metodologie distinte da quelle delle organizzazioni di advocacy, aggiunge una dimensione che pochi citano. Sui diritti economici e sociali, cibo, salute, alloggio, lavoro, la Cina performa intorno al 96-97 per cento del parametro di riferimento globale; sul rispetto dei diritti civili e politici i numeri precipitano a 2,3 su 10 per la sicurezza dalla violenza statale e a 1,9 su 10 per le libertà individuali. Questa biforcazione è la firma di una scelta politica deliberata: garantire benessere materiale come forma di legittimazione mentre si demolisce sistematicamente ogni possibilità di organizzazione autonoma della società civile. Gli europei che guardano a Pechino con rinnovato interesse farebbero bene a leggere questo patto per intero, compresa la seconda metà.
Quello che accade alle persone concrete che si muovono fuori da questi confini non si presta all’astrazione statistica.
He Fangmei si batteva per la sicurezza dei vaccini. Nel 2024 è stata condannata a cinque anni e sei mesi di carcere per «attività sovversiva». Durante la detenzione ha partorito una seconda figlia, e in seguito entrambe le figlie, di tre e otto anni, sono state prelevate da funzionari locali e collocate in un istituto psichiatrico. Per mesi non si è saputo dove si trovassero. Storia che è purtroppo norma in Cina.
Zhang Zhan è una giornalista-cittadina che nel 2020 si era recata a Wuhan per documentare l’epidemia di Covid-19 quando i media ufficiali ancora minimizzavano. Aveva pagato con quattro anni di carcere, durante i quali aveva intrapreso scioperi della fame che avevano gravemente compromesso la sua salute. Era stata rilasciata nel maggio 2024, nuovamente arrestata nell’agosto dello stesso anno, e nel settembre condannata ad altri quattro anni di prigione. Cinque mesi di libertà tra una pena e l’altra: abbastanza per ricordare com’è l’aria fuori, non abbastanza per qualsiasi altra cosa.
Questi non sono casi selezionati per colpire l’emozione del lettore. Sophia Huang Xueqin, attivista #MeToo, ha ricevuto una condanna a cinque anni nel giugno 2024 dopo tre anni di detenzione preventiva, per aver partecipato a sessioni di formazione sulla protesta non violenta. Chen Pinlin, che aveva girato un documentario sulle proteste dei fogli bianchi del 2022, ha ricevuto tre anni e mezzo nel gennaio 2025 per «atti di teppismo». Peng Lifa, il cui gesto simbolico su un cavalcavia di Pechino aveva ispirato quelle stesse proteste, è stato condannato nel luglio 2025 a nove anni di reclusione. Il luglio 2025 ha segnato anche il decennale della repressione del «709», il 9 luglio 2015 le autorità cinesi avviarono un’operazione coordinata che portò all’arresto o alla sparizione di oltre trecento avvocati e attivisti in tutta la Cina, e un decennio dopo Human Rights Watch ha documentato che quella repressione non si è mai conclusa.
Lo Xinjiang uiguro rimane il caso più grave e più documentato. L’OHCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Office of the High Commissioner for Human Rights) ha concluso che le violazioni nella regione «possono costituire crimini internazionali, in particolare crimini contro l’umanità». A tre anni da quella pubblicazione, Pechino nega ogni addebito e non ha adottato alcuna misura concreta in risposta. Ilham Tohti, economista uiguro insignito del Premio Sakharov del Parlamento europeo, è in carcere dal 2014, condannato all’ergastolo per «separatismo».
La Cina non esercita questo controllo solo entro i propri confini, e la portata geografica di quel controllo merita attenzione.
Carmen Lau è un’attivista pro-democrazia di Hong Kong che vive a Londra. Nel dicembre 2024 le autorità di Hong Kong l’hanno dichiarata latitante, hanno revocato il suo passaporto e hanno offerto una taglia di circa 130.000 dollari per informazioni utili alla sua cattura. Fin qui si potrebbe pensare alla prassi di un regime che perseguita i dissidenti all’estero. Il seguito, però, è di natura diversa: i vicini di casa di Carmen Lau a Londra hanno ricevuto volantini che li sollecitavano a fornire informazioni per il suo arresto, contenenti il suo indirizzo preciso. Lei aveva sempre curato con attenzione la propria sicurezza digitale e non sapeva come quella informazione fosse stata ottenuta. Nel marzo 2025 un video generato da intelligenza artificiale che la imitava, diffondendo dichiarazioni false per screditarla, veniva largamente distribuito sui social media.
Il rapporto annuale delle Nazioni Unite sulle ritorsioni contro chi collabora con gli organi ONU per i diritti umani, pubblicato nell’ottobre 2025, dedica spazio significativo alla Cina, concludendo che «le rappresaglie transnazionali appaiono crescere per scala e sofisticazione». L’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists, Consorzio internazionale di giornalismo investigativo) ha documentato, attraverso 105 interviste in 23 paesi, come Pechino utilizzi istituzioni internazionali, incluse Interpol e organi ONU, per colpire i dissidenti all’estero. Postazioni di polizia cinesi operative in modo non autorizzato sono state scoperte in vari paesi europei e negli Stati Uniti, inclusa New York, nel 2023. Il termine tecnico per l’insieme di queste pratiche è repressione transnazionale: una politica deliberata, con strumenti specifici e obiettivi identificati per nome, che opera dentro i confini degli stati democratici che la Cina si propone come partner.
La delegazione dell’Unione europea in Cina ha rilasciato una dichiarazione ufficiale il 10 dicembre 2025, in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Il documento ha il tono controllato e misurato che ci si attende da una fonte istituzionale, il che lo rende, se possibile, ancora più eloquente. Ricorda che nel giugno 2025 si è tenuto il quarantesimo Dialogo UE-Cina sui diritti umani; che al venticinquesimo Vertice UE-Cina, tenutosi a luglio, l’Europa ha sollevato le proprie preoccupazioni; che in sede multilaterale l’UE ha continuato a prendere posizione. Dopodiché, con una chiarezza insolita per il registro diplomatico, conclude: «nonostante questi impegni, la situazione complessiva dei diritti umani in Cina non ha mostrato alcun segno sostanziale di miglioramento».
La dichiarazione nomina Xinjiang, Tibet, Mongolia Interna, Hong Kong. Chiede la liberazione di decine di persone per nome, tra cui Gui Minhai, editore svedese-cinese detenuto in Cina dal 2015 e tuttora privato dell’accesso consolare. Chiede l’abolizione della RSDL (Sorveglianza residenziale in luogo designato), la forma di detenzione extragiudiziale che le procedure speciali delle Nazioni Unite hanno definito equivalente a una sparizione forzata. Chiede informazioni su Gedhun Choekyi Nyima, l’undicesimo Panchen Lama tibetano scomparso nel 1995 all’età di sei anni, mai più riapparso in pubblico da allora.
L’Europa conosce la situazione nel dettaglio. La monitora, la documenta, la solleva nelle sedi appropriate da quarant’anni, e la risposta ufficiale di Bruxelles è che non vi è stato «alcun segno sostanziale di miglioramento». Vale la pena tenere a mente questa frase quando si discute di che tipo di partner sia la Cina.
Perché, allora, la tentazione cinese?
La risposta onesta è che quella tentazione non nasce da un’illusione sulla Cina, ma da una disillusione sull’America. La disillusione ha basi reali: non è irrazionale che un continente il quale ha costruito la propria sicurezza su un’alleanza decennale si ritrovi disorientato quando quella stessa alleanza diventa fonte di minacce. Il problema sta nel salto logico che trasforma la disillusione verso Washington in attrazione verso Pechino, come se i due movimenti fossero simmetrici e automaticamente connessi.
Steven Everts, analista dell’EUISS (Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza, EU Institute for Security Studies), ha dato a questo salto logico un nome preciso: «l’opzione Cina», smontandone le premesse con metodica precisione. Il ragionamento dei fautori è apparentemente lineare: Trump tratta l’Europa da avversaria, la Cina si propone come partner potenziale, quindi avvicinarsi a Pechino è nell’interesse europeo. «Sembra logico», scrive Everts, «ma è sbagliato.» L’analisi è corretta, e se qualcosa pecca di eccessiva cautela: il problema non è soltanto che l’opzione Cina sia strategicamente sbagliata, ma che poggi su una categoria di errore più profonda, quella di scambiare la mancanza di aggressività esplicita per affidabilità strutturale.
Il punto centrale è che l’aumento della distanza relativa tra America ed Europa sotto Trump non comporta automaticamente una riduzione della distanza assoluta tra Europa e Cina. I problemi con Pechino non sono scomparsi perché a Washington siede un presidente ostile: il supporto cinese alla Russia nella guerra contro l’Ucraina, la sovraccapacità industriale che inonda i mercati europei, il deficit commerciale che nel 2024 ha superato i 300 miliardi di euro, le restrizioni strategiche sulle esportazioni di materie prime critiche, l’aggressività dell’intelligence cinese sul territorio europeo. Il ritiro americano dall’Ucraina rende il supporto cinese a Mosca più pericoloso di prima. È l’AIVD (il servizio di intelligence e sicurezza olandese, Algemene Inlichtingen- en Veiligheidsdienst) a identificare la Cina come la maggiore minaccia alla sicurezza economica del paese, non un’organizzazione di advocacy, ma il servizio segreto di uno stato fondatore dell’Unione europea.
Il sondaggio ECFR citato in apertura contiene un’altra voce che merita attenzione. In Cina, il 46 per cento degli intervistati considera l’Unione europea un «partner» e solo il 19 per cento la vede come una minaccia. Questo viene spesso letto come un indicatore incoraggiante, come se Pechino preferisse la collaborazione al confronto. Una lettura alternativa, più sobria, suggerisce che la Cina veda nell’Europa non un avversario da neutralizzare, quello è il ruolo riservato agli Stati Uniti nel suo schema strategico, ma un interlocutore potenzialmente separabile dall’alleanza atlantica, disponibile a fare affari senza fare domande troppo scomode. Il sorriso del drago non è un atto di rispetto: è il segnale che l’interlocutore è ritenuto maneggevole.
Alicia García-Herrero, ricercatrice senior del centro studi Bruegel di Bruxelles, ha analizzato i dati economici della relazione UE-Cina con il disincanto di chi non ha motivo di essere ottimista. Le esportazioni europee in Cina sono in calo strutturale: Pechino sostituisce progressivamente con produzione domestica ciò che importava dall’Europa in settori chiave come l’automotive, la meccanica di precisione, la chimica. Le aziende europee operative in Cina registrano il pessimismo sui profitti ai massimi storici e i piani di espansione ai minimi. «L’offensiva di seduzione cinese», conclude García-Herrero, «dovrebbe essere ignorata. La Cina non può aiutare l’UE a proteggersi dalle politiche di Trump, e i benefici di un rafforzamento delle relazioni UE-Cina non sono evidenti.»
Il vertice UE-Cina del luglio 2025 ha fornito la conferma pratica di queste valutazioni. Era stato presentato come il momento del disgelo, il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, l’occasione per inaugurare una nuova stagione: Xi Jinping aveva rifiutato l’invito a venire a Bruxelles, il vertice era stato ridotto da due giorni a uno, e non vi era stata alcuna dichiarazione congiunta. La Cina aveva vietato gli acquisti governativi di dispositivi medici europei in ritorsione per norme UE sull’accesso al mercato, e sulle materie prime critiche aveva rifiutato di revocare le restrizioni alle aziende europee pur concedendo una tregua agli Stati Uniti. Nel frattempo, alle aziende europee che chiedevano il permesso di acquistare gallio e altri materiali strategici venivano posti interrogatori sistematici su destinazioni d’uso, clienti, scorte. Raccolta di intelligence industriale a scala strutturale, condotta nell’ambito di un negoziato che l’Europa continua a definire diplomatico.
C’è un argomento che chi sostiene l’avvicinamento alla Cina usa spesso, e che merita di essere affrontato senza schivarlo.
L’argomento è che la Cina, pur avendo gravi problemi interni, in politica estera si comporta in modo più calcolato e meno destabilizzante degli Stati Uniti di Trump: non minaccia i propri interlocutori con dazi a sorpresa, non ritira il sostegno militare dall’oggi al domani, non insulta i propri alleati in pubblico. È un attore prevedibile, e in un mondo in cui la prevedibilità è diventata merce rara, questo conta.
L’argomento ha una sua logica apparente, ma scivola su un equivoco fondamentale: confonde la stabilità esterna con l’affidabilità sistemica. La Cina si comporta in modo «misurato» in politica estera esattamente perché è un regime che non risponde a nessun elettorato, non è vincolato da nessun contrappeso istituzionale interno, e può quindi permettersi una coerenza strategica di lungo periodo che le democrazie faticano a mantenere. La stabilità che proietta verso l’esterno è il prodotto diretto del controllo totale che esercita verso l’interno, e i due aspetti non sono separabili: sono le due facce della medesima scelta politica. Fidarsi della Cina come partner affidabile perché Xi non cambia opinione ogni mattina significa fidarsi del fatto che un regime autoritario manterrà i propri impegni fin quando gli converrà farlo, il che è una scommessa con orizzonti temporali molto diversi da quelli di qualsiasi accordo commerciale. I partner che hanno scoperto cosa significhi dipendere dalle forniture cinesi di terre rare, o dalla catena di approvvigionamento farmaceutico durante il Covid, o dalle forniture di pannelli solari prodotti con lavoro forzato nello Xinjiang, hanno già una risposta a questa domanda.
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Come si esce da questo vicolo? La strada non è né l’ostilità ideologica sistematica verso Pechino né la capitolazione a un’offensiva di seduzione che non offre nulla di sostanziale in cambio. La Cina ha oggi buoni motivi per volere un’Europa almeno neutrale: la sua economia rallenta, i debiti crescono, le tensioni demografiche mordono, e lo scenario di un «Nixon al contrario», Trump che separa la Russia dalla Cina per preparare un confronto diretto con Pechino, è abbastanza temuto da Xi da lasciare margini di manovra diplomatica che non esistevano tre anni fa. L’Europa ha la possibilità di usare questi margini non per abbracciare la Cina, ma per ottenere concessioni reali: sul commercio, sulle materie prime critiche, sul comportamento in Ucraina, sul rispetto minimo degli impegni formalmente assunti in tema di diritti umani.
Quello che non torna, in questa equazione, è trattare i diritti umani come variabile negoziabile in cambio di qualche accordo commerciale. Non per ingenuo idealismo: i quarant’anni di dialogo istituzionale citati nella dichiarazione EEAS di dicembre dimostrano che la sola enunciazione dei principi non basta. Il punto è che accettare la narrativa cinese, quella per cui la stabilità interna giustifica qualsiasi strumento, inclusa la detenzione extragiudiziale, la condanna all’ergastolo di un economista, la collocazione di bambini piccoli in ospedali psichiatrici, significa erodere lo standard stesso a cui ci si vuole appellare altrove. Non si può chiedere conto a Washington di ciò che si è già smesso di chiedere a Pechino.
Questo è innegabile, e tuttavia la risposta europea a ciò che accade negli Stati Uniti non può essere abbassare il proprio livello fino a quello di chi ha uno standard più basso. Può essere soltanto difendere quel livello con più coerenza di quanta ne mostri il paese che a quel livello aveva contribuito a dare forma.
L’anaconda è ancora nel lampadario. Ha solo imparato a fare conversazione.
Fonti
Amnesty International, The State of the World’s Human Rights: China 2024, aprile 2025
Alicia García-Herrero, Regardless of Trump, Europe should not be seduced by China’s charm offensive, Bruegel, maggio 2025
Steven Everts, Getting closer to China because of Trump? Sounds logical but it’s wrong, EUISS, aprile 2025
Timothy Garton Ash, Ivan Krastev, Mark Leonard, How Trump is making China great again — and what it means for Europe, ECFR, gennaio 2026
Antonia Zimmermann, Koen Verhelst, EU-China ties buckle under Trump’s trade pressure, Politico Europe, luglio 2025
Freedom House, China: Freedom on the Net 2025 Country Report, 2025
Freedom House, China: Freedom in the World 2025 Country Report, 2025
Human Rights Measurement Initiative (HRMI), China, rightstracker.org, 2025
UK Home Office, Country Policy and Information Note: Opposition to the State, China, gennaio 2026
Human Rights Watch, World Report 2026: China, gennaio 2026
Delegazione dell’Unione europea in Cina, Statement on the International Human Rights Day 2025, EEAS, 10 dicembre 2025
Sam Ellefson, New UN report highlights China’s alleged targeting of human rights activists, ICIJ, ottobre 2025
Alina Polyakova, Christopher Walker, China’s Censorship Is the Most Pressing Threat to Freedom of Expression, The Diplomat, marzo 2026
Kyli Hedrick, Rohan Borschmann, Children’s health and rights are being violated in US immigration detention, The BMJ, aprile 2026
José Olivares, Human rights groups decry US plan for Guantánamo camp for Cuban migrants, The Guardian, aprile 2026
Human Rights Watch, More than 200 Organizations and Experts Call for an End to Trump’s Threats of War Crimes, aprile 2026
Amnesty International, Americas: States intensify offensive against civil society, marzo 2026




Il tema “cinese” mi interessa molto, per ragioni personali. Premesso che concordo su tutto ciò che hai scritto, vorrei fare un piccolo approfondimento, da non intendere come ‘correttivo’, perché la realtà cinese è esattamente quella brutale che tu hai descritto, e anche molto peggio.
Vorrei però cercare una spiegazione a questo autoritarismo elitario perché - scusa, sono un vecchio storicista - se non capiamo come sono diventati così, non comprendiamo fino in fondo questo Pese, l’unico al mondo che può vantare una continuità storica di 5.000 anni. Il punto da considerare è la filosofia orientale, che nei secoli è percolata dalle élite alle masse. In un semplice commento non ho spazio e modo per spiegare come i cinesi, nella stragrande maggioranza, “vedano il mondo”: il senso della vita, il suo scopo; i valori, e cosa sia importante e perché lo sia; le relazioni sociali, l’educazione… Tutto, in Cina, sia pure ormai inquinato dalla globalizzazione, dall’americanizzazione, dalla digitalizzazione etc., è permeato da un ‘senso’ molto ma molto diverso da quello occidentale. Se mi permetti un’enorme semplificazione a beneficio della brevità: l’Occidente è permeato dal senso di colpa cristiano, dal conseguente dovere di essere buoni e caritatevoli, dal riconoscimento della sofferenza dell’Altro come testimonianza di Cristo che dobbiamo accogliere. Tutta la storia dei “diritti umani” nasce qui: non voglio che il povero soffra perché è mio fratello; non voglio che i gazawi siano colpiti perché sono miei fratelli. Eccetera. In Cina questi sentimenti non sono mai esistiti. La storia millenaria cinese è informata da due pilastri etici derivati dal buddismo e dal confucianesimo: il primo (mi scusino i buddisti e i cultori della filosofia orientale per la semplificazione) stabilisce l’ineluttabilità del tuo destino nel mondo (a differenza del cristianesimo) e il secondo sancisce la necessità e il dovere della gerarchia, da intendersi come consapevole servizio a beneficio della collettività. Senza approfondire: questa cultura antichissima si è ovviamente trasfigurata e anche imbastardita nelle vicende storiche di quel popolo senza però perdere mai la sua impronta fondativa. Per esempio, nell’età imperiale, i poveri e bastonati contadini avevano - in un certo qual modo - il diritto di ribellarsi all’Imperatore e rovesciarlo, perché a differenza del Giappone l’Imperatore non è sacro, emanazione del divino, ma è al servizio del suo popolo; l’idea di un potere centrale, ristretto ed elitario, che governa le masse, è sempre stato considerato necessario per un Paese così sterminato e affollato: non l’ha inventato Xi. Consiglio vivamente agli amici lettori del Komandante il bellissimo libro “Cigni selvatici, Tre figlie della Cina”, di Jung Chan, che racconta la storie di nonna (ai tempi dell’impero), madre (ai tempi dell’invasione giapponese) e dell’autrice (ai tempi della rivoluzione culturale maoista): un libro tremendo per capire quella Nazione, col popolo sempre bastonato. Se Mao avesse avuto l’apparato di controllo sofisticato disponibile oggigiorno, avrebbe fatto assai peggio di Xi.
La mia parente cinese ha deciso di vivere in Italia e di far crescere il figlio come italiano. Ha un nipote (figlio del fratello che vive in Cina) coevo del proprio figlio: famiglia della borghesia cinese medio-alta, con gli agganci giusti, buon reddito e così via; i suoi racconti sulla vita scolastica e quotidiana del ragazzino sono agghiaccianti, e la mia parente li paragona anche a quelli patiti da lei in gioventù. Non si ha idea di cosa viva la gioventù cinese; eppure per loro è “normale”, e non solo perché gli fanno quotidianamente il lavaggio del cervello, ma perché quelle impronte filosofico-culturali accennate prima rendono quella situazione accettabile, necessaria, doverosa. Se qui da noi assistiamo a una ridicola superfetazione dei diritti, in Cina vediamo quella dei doveri. Questa è una delle ragioni potenti della superiorità oggettiva della Cina (non sto ammirandoli; non sto facendo loro un complimento).
Arrivo alla conclusione mostrando - in coerenza a quanto ho appena scritto - una piccola differenza da te nelle conclusioni. Quando tu scrivi “Quello che non torna, in questa equazione, è trattare i diritti umani come variabile negoziabile in cambio di qualche accordo commerciale,” implichi un giudizio morale da occidentale. È ovvio e giusto; tu sei un Occidentale, io pure lo sono, e siamo inorriditi per la violazione sistematica dei diritti in Cina (come altrove, e scendiamo in piazza per Gaza, per l’Ucraina etc.). Ma dal loro punto di vista il problema non sussiste; non è come in Russia dove un regime spregevole finge che vada tutto bene; in Cina ritengono - per la maggior parte - che effettivamente vada tutto bene. Tu citi alcuni casi di dissidenti, e il discorso sarebbe lungo, ma sono pochi, pochissimi, e non solo perché il regime li silenzia rapidamente. La Cina se ne infischia delle nostre paturnie morali perché la loro morale è diversa dalla nostra. I linguaggi sono diversi e, in parte almeno, incomunicanti.
Poiché non voglio essere equivocato: io non vivrei mai e poi mai in Cina; viva i valori Occidentali, viva i diritti umani e civili, viva il diritto alla parola, abbasso il controllo capillare dei cittadini. Ma dobbiamo capire la Cina se vogliamo usare, con loro, argomenti che possono stare sul tavolo.
Come sempre, grazie.
La Cina è lì da millenni, praticamente immutata nella sostanza.
Come accade in oriente, la società non riconosce l'individuo e i suoi diritti. Questo la rende sostanzialmente resiliente al cambiamento come lo intendiamo noi occidentali, molto attenti (salvo eccezioni recenti dovute al pedofilo biondino) alla persona.
Ho recentemente incontrato alcuni funzionari di una grande azienda cinese, e ne ho tratto la sensazione che gentilezza e sorrisi abbiano a che fare con una esigenza rappresentativa della cultura cinese, ovvero fare affari e erodere le nostre fette di mercato.
Preoccupante, ma a noi l'anaconda piace così, garbato, sorridente e disponibile alla conversazione, ma solo su argomenti a lui graditi.