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May 3Modificato

Il tema “cinese” mi interessa molto, per ragioni personali. Premesso che concordo su tutto ciò che hai scritto, vorrei fare un piccolo approfondimento, da non intendere come ‘correttivo’, perché la realtà cinese è esattamente quella brutale che tu hai descritto, e anche molto peggio.

Vorrei però cercare una spiegazione a questo autoritarismo elitario perché - scusa, sono un vecchio storicista - se non capiamo come sono diventati così, non comprendiamo fino in fondo questo Pese, l’unico al mondo che può vantare una continuità storica di 5.000 anni. Il punto da considerare è la filosofia orientale, che nei secoli è percolata dalle élite alle masse. In un semplice commento non ho spazio e modo per spiegare come i cinesi, nella stragrande maggioranza, “vedano il mondo”: il senso della vita, il suo scopo; i valori, e cosa sia importante e perché lo sia; le relazioni sociali, l’educazione… Tutto, in Cina, sia pure ormai inquinato dalla globalizzazione, dall’americanizzazione, dalla digitalizzazione etc., è permeato da un ‘senso’ molto ma molto diverso da quello occidentale. Se mi permetti un’enorme semplificazione a beneficio della brevità: l’Occidente è permeato dal senso di colpa cristiano, dal conseguente dovere di essere buoni e caritatevoli, dal riconoscimento della sofferenza dell’Altro come testimonianza di Cristo che dobbiamo accogliere. Tutta la storia dei “diritti umani” nasce qui: non voglio che il povero soffra perché è mio fratello; non voglio che i gazawi siano colpiti perché sono miei fratelli. Eccetera. In Cina questi sentimenti non sono mai esistiti. La storia millenaria cinese è informata da due pilastri etici derivati dal buddismo e dal confucianesimo: il primo (mi scusino i buddisti e i cultori della filosofia orientale per la semplificazione) stabilisce l’ineluttabilità del tuo destino nel mondo (a differenza del cristianesimo) e il secondo sancisce la necessità e il dovere della gerarchia, da intendersi come consapevole servizio a beneficio della collettività. Senza approfondire: questa cultura antichissima si è ovviamente trasfigurata e anche imbastardita nelle vicende storiche di quel popolo senza però perdere mai la sua impronta fondativa. Per esempio, nell’età imperiale, i poveri e bastonati contadini avevano - in un certo qual modo - il diritto di ribellarsi all’Imperatore e rovesciarlo, perché a differenza del Giappone l’Imperatore non è sacro, emanazione del divino, ma è al servizio del suo popolo; l’idea di un potere centrale, ristretto ed elitario, che governa le masse, è sempre stato considerato necessario per un Paese così sterminato e affollato: non l’ha inventato Xi. Consiglio vivamente agli amici lettori del Komandante il bellissimo libro “Cigni selvatici, Tre figlie della Cina”, di Jung Chan, che racconta la storie di nonna (ai tempi dell’impero), madre (ai tempi dell’invasione giapponese) e dell’autrice (ai tempi della rivoluzione culturale maoista): un libro tremendo per capire quella Nazione, col popolo sempre bastonato. Se Mao avesse avuto l’apparato di controllo sofisticato disponibile oggigiorno, avrebbe fatto assai peggio di Xi.

La mia parente cinese ha deciso di vivere in Italia e di far crescere il figlio come italiano. Ha un nipote (figlio del fratello che vive in Cina) coevo del proprio figlio: famiglia della borghesia cinese medio-alta, con gli agganci giusti, buon reddito e così via; i suoi racconti sulla vita scolastica e quotidiana del ragazzino sono agghiaccianti, e la mia parente li paragona anche a quelli patiti da lei in gioventù. Non si ha idea di cosa viva la gioventù cinese; eppure per loro è “normale”, e non solo perché gli fanno quotidianamente il lavaggio del cervello, ma perché quelle impronte filosofico-culturali accennate prima rendono quella situazione accettabile, necessaria, doverosa. Se qui da noi assistiamo a una ridicola superfetazione dei diritti, in Cina vediamo quella dei doveri. Questa è una delle ragioni potenti della superiorità oggettiva della Cina (non sto ammirandoli; non sto facendo loro un complimento).

Arrivo alla conclusione mostrando - in coerenza a quanto ho appena scritto - una piccola differenza da te nelle conclusioni. Quando tu scrivi “Quello che non torna, in questa equazione, è trattare i diritti umani come variabile negoziabile in cambio di qualche accordo commerciale,” implichi un giudizio morale da occidentale. È ovvio e giusto; tu sei un Occidentale, io pure lo sono, e siamo inorriditi per la violazione sistematica dei diritti in Cina (come altrove, e scendiamo in piazza per Gaza, per l’Ucraina etc.). Ma dal loro punto di vista il problema non sussiste; non è come in Russia dove un regime spregevole finge che vada tutto bene; in Cina ritengono - per la maggior parte - che effettivamente vada tutto bene. Tu citi alcuni casi di dissidenti, e il discorso sarebbe lungo, ma sono pochi, pochissimi, e non solo perché il regime li silenzia rapidamente. La Cina se ne infischia delle nostre paturnie morali perché la loro morale è diversa dalla nostra. I linguaggi sono diversi e, in parte almeno, incomunicanti.

Poiché non voglio essere equivocato: io non vivrei mai e poi mai in Cina; viva i valori Occidentali, viva i diritti umani e civili, viva il diritto alla parola, abbasso il controllo capillare dei cittadini. Ma dobbiamo capire la Cina se vogliamo usare, con loro, argomenti che possono stare sul tavolo.

Avatar di Paolo Zebelloni

Come sempre, grazie.

La Cina è lì da millenni, praticamente immutata nella sostanza.

Come accade in oriente, la società non riconosce l'individuo e i suoi diritti. Questo la rende sostanzialmente resiliente al cambiamento come lo intendiamo noi occidentali, molto attenti (salvo eccezioni recenti dovute al pedofilo biondino) alla persona.

Ho recentemente incontrato alcuni funzionari di una grande azienda cinese, e ne ho tratto la sensazione che gentilezza e sorrisi abbiano a che fare con una esigenza rappresentativa della cultura cinese, ovvero fare affari e erodere le nostre fette di mercato.

Preoccupante, ma a noi l'anaconda piace così, garbato, sorridente e disponibile alla conversazione, ma solo su argomenti a lui graditi.

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