Pasqua di guerra
Cronaca impietosa di un disastro che avremmo potuto evitare.
Alla vigilia della Pasqua 2026, l’Operazione Epic Fury entra nella sua sesta settimana con un bilancio che non corrisponde a nessuno degli scenari che l’amministrazione Trump aveva comunicato pubblicamente. Un F-15E Strike Eagle è stato abbattuto sopra il territorio iraniano — primo aereo da combattimento americano perso in territorio nemico dall’inizio del conflitto — e uno dei due membri dell’equipaggio è ancora disperso in territorio ostile mentre questo articolo viene scritto. Hormuz rimane chiuso. I negoziati di cessate il fuoco hanno raggiunto un vicolo cieco. L’Europa si prepara al razionamento dei carburanti. La NATO attraversa la sua crisi più profonda dalla fondazione. Questo articolo è un bilancio di stato: non ciò che l’amministrazione americana ha dichiarato, ma ciò che le fonti verificate documentano.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto nella giornata del 4 aprile 2026, a conflitto in corso e con situazione operativa ancora in evoluzione. La vicenda del membro dell’equipaggio del F-15E disperso in territorio iraniano è aperta al momento della stesura: le informazioni riportate riflettono quanto confermato da fonti ufficiali americane e israeliane fino alle prime ore del mattino del 4 aprile. L’analisi si basa su fonti verificate: Reuters, Washington Post, Financial Times, CBS News, CNN, Times of Israel, Jerusalem Post, Iran International, The War Zone, ISW/CTP, CSIS, Council on Foreign Relations, Foreign Affairs, Corriere della Sera, Euronews. Le dichiarazioni di esponenti dell’amministrazione americana sono riportate nella traduzione italiana di citazioni originali pubblicate dalle fonti primarie indicate.
Il 1° aprile 2026, in un discorso televisivo in prima serata, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di aver “battuto e completamente decimato l’Iran” e che l’operazione era destinata a concludersi “molto presto”. Due giorni dopo, il 3 aprile, un F-15E Strike Eagle della 494ª Squadriglia da Caccia — unità di stanza a RAF Lakenheath, in Inghilterra, dispiegata nel teatro CENTCOM per l’Operazione Epic Fury — è stato abbattuto sopra la provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nell’Iran sud-occidentale. È il primo aereo da combattimento americano perso in territorio nemico dall’avvio del conflitto, il 28 febbraio. Uno dei due membri dell’equipaggio è stato recuperato da un’operazione di ricerca e soccorso in combattimento condotta in territorio ostile. Il secondo era ancora disperso nelle prime ore del 4 aprile, con le forze iraniane che perlustravano la stessa area nel tentativo di catturarlo. L’Iran ha offerto una ricompensa per la consegna di aviatori americani vivi. La televisione di Stato iraniana ha inizialmente invitato i residenti locali a “sparare agli americani appena li vedono”. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — i Pasdaran, il braccio militare d’élite del regime — ha chiuso l’area operativa e avviato una propria caccia all’uomo. Due elicotteri Black Hawk americani impegnati nel recupero sono stati colpiti dal fuoco iraniano: i membri degli equipaggi sono rimasti feriti ma i velivoli sono rientrati alla base. Nelle stesse ore, un A-10 Thunderbolt II — il cosiddetto Warthog, l’aereo d’attacco al suolo corazzato da cui dipendono le operazioni di supporto ravvicinato — è stato colpito dal fuoco iraniano nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, ha raggiunto lo spazio aereo del Kuwait prima che il pilota si eiettasse, ed è stato recuperato. L’Aeronautica Militare israeliana ha sospeso i propri attacchi nell’area per non compromettere l’operazione di recupero americana.
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Trump, che nella stessa giornata ha pubblicato due post sul suo social network Truth Social esprimendo l’intenzione di “prendere il petrolio” dell’Iran, non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica sull’abbattimento dell’F-15E. Alla breve domanda di un giornalista NBC se gli eventi avrebbero influito sui negoziati, ha risposto: “No, per niente. No, è la guerra. Siamo in guerra.” Interrogato da un’altra testata su cosa avrebbe fatto se il membro dell’equipaggio disperso fosse stato catturato o ferito, ha risposto: “Speriamo che non accada.” Nulla di più. Il Pentagono e il Comando Centrale americano non hanno risposto alle richieste di commento.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha sintetizzato la giornata con una formula che merita di essere riportata nella sua interezza, perché il suo cinismo è anche una valutazione strategica precisa: la guerra, ha scritto su X, era stata “declassata da regime change a caccia di piloti”.
Per comprendere come si sia arrivati a questo punto occorre tornare all’architettura originaria della campagna, o più precisamente all’assenza di tale architettura. Come si è documentato in questa serie fin dall’articolo L’”8 ottobre” di Israele e gli obiettivi a giorni alterni di Trump, il deficit più grave dell’Operazione Epic Fury non risiede in ciò che ha fatto, ma in ciò che non ha previsto.
La domanda è semplice nella formulazione e devastante nelle implicazioni: perché lo Stretto non era stato messo in sicurezza prima dell’avvio delle operazioni offensive? Le dinamiche asimmetriche di Hormuz — la capacità di un regime in disfacimento di mantenerlo chiuso con mezzi minimi, indipendentemente dalle perdite subite in campo convenzionale — erano state analizzate da questa newsletter con settimane di anticipo. Non erano un’incognita, specialmente per le forze armate americane. Il Washington Institute for Near East Policy aveva stimato già nel 2012 che liberare lo Stretto dalle mine avrebbe richiesto fino a sedici unità MCM — navi specializzate nella guerra contro le mine. Al momento dell’avvio dell’Operazione Epic Fury, la Marina statunitense ne disponeva nella regione di tre, e due delle unità precedentemente dislocate a Bahrein erano in porto in Malaysia. Non è una lacuna emersa con la crisi: era una debolezza strutturale nota, documentata, deliberatamente ignorata nella pianificazione.
Le fonti di intelligence americana, nelle ultime ore, hanno reso ancora più esplicita la dimensione del problema. Tre fonti familiari con le valutazioni delle agenzie, interpellate da Reuters, hanno confermato che i rapporti di intelligence più recenti avvertono che è improbabile che l’Iran apra lo Stretto di Hormuz in qualsiasi momento prossimo, perché la presa su quella via d’acqua rappresenta la sua unica leva reale nei confronti di Washington. Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group, ha sintetizzato il paradosso con una formula che vale più di qualsiasi analisi tecnica: “Nel tentativo di impedire all’Iran di sviluppare un’arma di distruzione di massa, gli Stati Uniti hanno consegnato all’Iran un’arma di distruzione di massa.” Teheran, ha aggiunto Vaez, comprende che la propria capacità di influenzare i mercati energetici mondiali attraverso il controllo dello Stretto “è molto più potente persino di un’arma nucleare.” Bill Burns, già direttore della CIA, ha precisato in un podcast di Foreign Affairs che l’Iran cercherà di utilizzare la propria capacità di strangolare il transito marittimo per ottenere “deterrenza a lungo termine, garanzie di sicurezza” e “benefici materiali diretti”, inclusa la possibilità di imporre pedaggi sulle navi commerciali come fonte di finanziamento per la ricostruzione post-bellica. “Questo”, ha concluso Burns, “configura una trattativa molto difficile.”
Le dichiarazioni di supremazia aerea di Trump e del Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno costruito nel corso delle settimane una narrativa che i fatti del 3 aprile hanno smentito in modo difficilmente contestabile. Il 4 marzo Hegseth aveva definito i cieli iraniani “spazio aereo senza opposizione” e aveva assicurato che l’Iran “non potrà fare nulla al riguardo.” Il 1° aprile, quarantotto ore prima dell’abbattimento del F-15E, Trump aveva dichiarato: “Non hanno equipaggiamento antiaereo. I loro radar sono annientati al cento percento. Siamo una forza militare inarrestabile.” L’abbattimento del 3 aprile non è il primo segnale che questa narrativa era falsa: a marzo un F-35A aveva dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza dopo essere stato colpito, tre F-15E erano stati persi in un incidente di fuoco amico con forze kuwaitiane, un E-3 Sentry — aereo da sorveglianza e controllo aereo avanzato, di cui la USAF disponeva di soli sedici esemplari operativi — era stato distrutto a terra durante l’attacco iraniano alla base di Prince Sultan in Arabia Saudita. Ma l’abbattimento in territorio nemico è di un’altra categoria: è la smentita in campo aperto, documentata dalle immagini del relitto pubblicate dalla televisione di Stato iraniana.
A questo si aggiunge un elemento rimasto sotto traccia nella comunicazione ufficiale: l’attacco di droni iraniani all’ambasciata americana a Riyad, avvenuto a marzo, è risultato considerevolmente più grave di quanto le autorità saudite avessero comunicato. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e confermato da funzionari americani in carica e in pensione, due droni hanno colpito l’ambasciata in sequenza deliberata: il primo ha sfondato le difese perimetrali, il secondo ha sfruttato il varco aperto per penetrare nell’area protetta. Tre piani dell’edificio sono stati dichiarati irrecuperabili. Tra le aree colpite figurava la stazione della CIA. L’incendio è durato mezza giornata. Bernard Hudson, già responsabile dell’antiterrorismo CIA con decenni di esperienza nel Golfo, ha commentato: “C’è stato un blackout completo sulla quantità reale di danni subiti da questi luoghi.” Ha aggiunto che l’Iran “è stato in grado di produrre un’arma costruita autonomamente, lanciarla attraverso centinaia di chilometri e colpire l’ambasciata del suo principale avversario, il che indica che avrebbe potuto colpire qualsiasi obiettivo in città.”
Kelly Grieco, ricercatrice senior allo Stimson Center di Washington, ha fornito la valutazione militare più precisa sull’abbattimento del F-15E: “Dal punto di vista militare, l’idea che la capacità antiaerea dell’Iran fosse stata eliminata non aveva senso. Sono certa che abbiamo inflitto danni notevoli ai radar, ai missili a lungo raggio e ai sistemi missilistici superficie-aria fissi, ma qualcosa come un MANPAD — un sistema portatile antiaereo, sparato da una spalla — è davvero difficile da trovare. Come abbiamo visto oggi, se voli abbastanza basso, l’artiglieria antiaerea e i MANPAD rappresentano una minaccia significativa.” L’F-15E opera tipicamente a quote medie e alte nelle missioni di attacco; in un’operazione di ricerca e soccorso in combattimento, i velivoli scendono a quote basse, esponendosi esattamente alla categoria di sistemi che nessuna campagna di soppressione delle difese aeree può eliminare completamente.
L’Istituto per lo Studio della Guerra — ISW — nel suo rapporto speciale del 3 aprile fornisce la valutazione più rigorosa disponibile sullo stato reale del programma missilistico iraniano, e contraddice direttamente la narrativa dell’amministrazione. Il punto centrale è metodologico: qualsiasi valutazione della degradazione che ignori gli elementi di supporto — istituti di ricerca, strutture di sviluppo, base industriale — è per definizione incompleta. Sul piano operativo, circa il cinquanta percento dei lanciatori risulta ancora “intatto” secondo l’intelligence americana, ma la cifra include lanciatori danneggiati o intrappolati in tunnel il cui settantasette percento degli ingressi è stato colpito: sono temporaneamente inattivi, non distrutti. Il tasso di fuoco missilistico a medio raggio — quello usato per colpire Israele — si è ridotto del novanta percento; i missili a corto raggio, impiegati contro le basi americane e le infrastrutture del Golfo, continuano a essere lanciati a cadenza regolare. L’Iran mantiene inoltre circa il cinquanta percento delle proprie capacità con i droni. “Inattivo operativamente” è uno stato temporaneo.
Questo quadro è coerente con la valutazione di Daniel Byman del CSIS, che ha sintetizzato la dinamica con la formula che Kissinger aveva usato per il Vietnam nel 1969 e che Michael Froman del Council on Foreign Relations ha ripreso questa settimana applicandola all’Iran: “L’Iran vince se non perde; gli Stati Uniti perdono se non vincono.” L’Iran non è e non era una grande potenza militare prima del conflitto; è ora molto più debole. Ma la sopravvivenza del regime — con la sua narrazione del martirio, con l’IRGC ancora operativo, con il know-how nucleare disperso tra migliaia di tecnici non tracciabili — costituisce di per sé una forma di vittoria politica che nessuna campagna aerea può negare.
È qui che l’analisi deve affrontare la questione centrale che il corpus di fonti disponibili documenta con convergenza sufficiente da rendere ogni altra lettura insostenibile: le lacune dell’Operazione Epic Fury non sono errori militari. Sono decisioni politiche. E la distinzione non è accademica.
I militari pianificano entro i vincoli che il livello politico fissa. Quei vincoli, nel caso dell’Operazione Epic Fury, erano i seguenti: nessuna componente terrestre, perché la base elettorale che aveva riportato Trump alla Casa Bianca era stata mobilitata anche sulla promessa di non trascinare l’America in nuove guerre lontane e il costo politico interno di ammetterne la necessità era considerato inaccettabile; nessuna concertazione preventiva con gli alleati, perché la visione della politica estera come strumento unilaterale esclude per definizione la consultazione che avrebbe potuto imporre correzioni al piano; nessuna struttura di governance transitoria, perché costruirla avrebbe richiesto di rispondere pubblicamente alla domanda “chi governa dopo” — e quella domanda non aveva una risposta che l’amministrazione fosse disposta a dare prima dell’avvio. La USS Tripoli era nel Mar delle Filippine il 28 febbraio non per una svista del CENTCOM: era lì perché i suoi 2.500 marines e la sua capacità anfibia erano stati esclusi dal piano operativo approvato al livello politico. I tre soli MCM disponibili in teatro non erano lì per insufficienza di dottrina militare: erano lì perché mettere in sicurezza Hormuz prima dell’attacco avrebbe segnalato le intenzioni, allungato i tempi, complicato la sorpresa — e perché nessuno al livello politico aveva imposto quella priorità come condizione di avvio. Il risultato è che le forze armate americane hanno eseguito con efficacia tecnica notevole un piano concepito con ambizioni strategiche che quel piano non aveva gli strumenti per realizzare.
La confessione involontaria più precisa di questa sequenza rimane quella che Trump ha prodotto nell’intervista al Financial Times del 15 marzo, chiedendo agli alleati di inviare dragamine d’urgenza: “Ho detto loro: avevamo bisogno di quelle navi prima di vincere, non dopo aver vinto.” Non è la formula di chi ha gestito una fase imprevista di un piano complesso. È la formula di chi ha riconosciuto, ad alta voce e senza avvertirne la portata, che quella fase non era stata pianificata.
Il danno geopolitico e strategico prodotto da queste decisioni è ancora ampiamente sottostimato nel dibattito pubblico, che continua a misurarsi sul piano delle perdite militari e dei prezzi della benzina. Ma le conseguenze di lungo periodo si stanno già materializzando su tre assi che si alimentano reciprocamente.
Il primo è la NATO. Reuters ha riportato questa settimana che Trump ha dichiarato apertamente di considerare il ritiro dall’Alleanza Atlantica: “Non lo fareste, se foste al mio posto?” ha chiesto ai giornalisti Reuters in un’intervista. Max Bergmann, ex funzionario del Dipartimento di Stato e ora direttore del programma Europa, Russia ed Eurasia al CSIS, ha dichiarato: “Questo è il momento peggiore in cui la NATO si sia trovata dalla sua fondazione. È davvero difficile pensare a qualcosa che si avvicini anche lontanamente.” Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, aveva definito “un pensiero sciocco” l’idea di un’Europa che si difende senza gli Stati Uniti ancora a febbraio. Oggi, secondo decine di funzionari e diplomatici europei interpellati da Reuters, quella eventualità è diventata l’aspettativa di riferimento. Il generale François Lecointre, già capo di stato maggiore delle forze armate francesi, ha dichiarato: “Dobbiamo essere capaci di pensare alla NATO senza gli americani. Se debba ancora chiamarsi NATO — Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico — è una domanda legittima.” L’elemento più perturbante di questa crisi è che si è innescata non su un conflitto in Europa ma su una guerra in Medio Oriente che nessun governo europeo ha scelto, su cui nessun alleato era stato consultato, e per la cui gestione l’amministrazione americana ha chiesto contributi solo dopo aver constatato che non disponeva degli strumenti operativi necessari. A questo si aggiunge un elemento che l’amministrazione ha lasciato senza risposta: secondo fonti citate da Reuters, la Russia avrebbe fornito dati di targeting all’Iran per colpire asset americani in Medio Oriente. Il silenzio di Washington su questo punto è, per gli alleati europei, altrettanto rivelatore della crisi esplicita.
Il secondo asse è quello nucleare, che rimane irrisolto nonostante costituisca la giustificazione originaria dichiarata della campagna. Trump nel discorso del 1° aprile ha citato il nucleare più di venti volte. Ma le analisi di CSIS — a firma di Heather Williams e Joseph Rodgers, tra i massimi esperti del settore — documentano che la dichiarazione di Hegseth secondo cui “le ambizioni nucleari dell’Iran sono state obliterate” appare un’esagerazione significativa. Il vero stato del programma è il seguente, per quanto ricostruibile dalle fonti disponibili: le centrifughe nei siti principali sono state danneggiate o distrutte, ma le scorte di uranio arricchito al sessanta percento — una purezza prossima al livello bellico, che richiederebbe ulteriori raffinamenti tecnici ma non un processo radicalmente diverso per diventare materiale fissile da arma — sono ancora in territorio iraniano, verosimilmente in due siti sotterranei distinti a Isfahan e Natanz. Il direttore generale dell’AIEA — l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’organismo ONU preposto alla verifica dei programmi nucleari — Rafael Grossi, ha confermato il 9 marzo che le scorte si trovano in due siti distinti. Nessuno sa con certezza dove. Qualsiasi accordo di uscita dal conflitto deve necessariamente prevedere una soluzione nucleare verificabile, ma la profonda diffidenza reciproca — l’Iran non si fida di Washington dopo il ritiro dal JCPOA nel 2018, Washington e Israele non si fidano di Teheran su qualsiasi forma di arricchimento domestico — rende questa soluzione straordinariamente difficile da costruire.
Il terzo asse è energetico, e produce effetti che non si misureranno in settimane ma in anni. La crisi energetica europea è passata, in meno di cinque settimane, da emergenza contingente a potenziale condizione strutturale. Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, in un’intervista al Financial Times del 2 aprile, ha dichiarato che “questa sarà una crisi lunga” e che “i prezzi dell’energia rimarranno alti per molto tempo.” L’UE ha già effettuato, l’11 marzo, il più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio nella storia — 400 milioni di barili coordinati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, di cui 92 milioni contribuiti da venti paesi europei. Secondo gli analisti di Kpler, quelle riserve vengono consumate al ritmo di circa 2,5 milioni di barili al giorno e dureranno circa 160 giorni dall’avvio del rilascio. Oxford Economics stima che, in uno scenario di guerra prolungata, il deficit di approvvigionamento raggiungerà i tredici milioni di barili al giorno entro il sesto mese. Il gas naturale europeo è salito del settanta percento rispetto all’inizio dell’anno. Il cherosene per l’aviazione — il carburante degli aerei di linea — è il prodotto più criticamente esposto: l’ultimo carico atteso in Europa è stato identificato al 9 aprile. Jørgensen ha confermato che il razionamento di carburanti specifici è un’opzione all’esame, precisando con la formula asciutta del tecnico: “Meglio essere preparati che pentirsi.” La Slovenia è già il primo paese europeo ad aver introdotto tetti al consumo: cinquanta litri al giorno per i privati, duecento per le imprese. Cinque ministri delle Finanze — Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria — hanno scritto alla Commissione europea il 3 aprile chiedendo l’introduzione urgente di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, sul modello di quanto introdotto nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il governo italiano, intanto, persegue una propria via: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha effettuato una visita lampo nel Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar — organizzata in quattro giorni, in riservatezza, preparata da sola e senza informare i ministri, con il solo Sergio Mattarella al corrente. L’intelligence italiana aveva “fortemente sconsigliato” la missione. Il Kuwait aveva opposto “ragioni di sicurezza”. Il viaggio aveva un duplice obiettivo: la sicurezza energetica italiana e una presa di distanza esplicita da Washington, sintetizzata da Meloni al TG1 con una formula che segna un cambiamento di postura rispetto alle settimane precedenti: “Siamo alleati degli Stati Uniti, ma diciamo loro quando non siamo d’accordo. E questa volta non siamo d’accordo.”
La conferma indiretta che la frammentazione europea è già in atto arriva da un dettaglio che vale più di qualsiasi dichiarazione ufficiale: il Financial Times e il Corriere della Sera hanno entrambi riportato che l’Iran ha fatto transitare da Hormuz una nave cisterna francese e tre petroliere omanite. Il segnale è inequivocabile — Parigi ha già negoziato bilateralmente con Teheran. Ogni paese tiene la propria famiglia. L’Europa unita che avrebbe dovuto rispondere alla crisi non esiste.
Sul piano diplomatico, la settimana che precede la Pasqua 2026 porta una sola notizia certa: i tentativi di mediazione regionale hanno raggiunto un vicolo cieco. Il Wall Street Journal ha riportato che l’Iran ha comunicato formalmente ai mediatori di non essere disponibile a incontrare funzionari americani a Islamabad nei prossimi giorni e che considera le condizioni americane inaccettabili. Il Pakistan — che guidava lo sforzo di mediazione — ha di fatto ammesso il fallimento del proprio tentativo. La Turchia e l’Egitto cercano siti alternativi: Qatar o Istanbul. Ma il Qatar — che ospita la più grande base militare americana nel Golfo e che è stato tra i paesi colpiti dagli attacchi iraniani — ha comunicato agli Stati Uniti di non essere disponibile a fare da mediatore in questa fase. Israele, secondo quanto riferito dall’emittente pubblica israeliana Kan, si prepara ad altre due settimane di guerra minimo, con piani operativi che si estendono fino alle celebrazioni nazionali di maggio.
Il margine di sovrapposizione tra la posizione americana e quella iraniana ha, al momento, dimensioni minime. Washington chiede: smantellamento totale del programma nucleare, fine del programma missilistico balistico, cessazione del sostegno alle forze proxy, apertura di Hormuz come precondizione al cessate il fuoco. Teheran chiede: rimozione di tutte le sanzioni, garanzie internazionali contro attacchi futuri da parte di USA e Israele, garanzie sulla propria sovranità e sui propri diritti nello Stretto di Hormuz. Trump ha aggiunto nell’ultima settimana la minaccia esplicita di colpire ponti e centrali elettriche — il ponte B1 vicino a Teheran è già stato distrutto il 3 aprile con pubblicazione presidenziale di immagini su Truth Social — e ha dichiarato in un post: “Le nostre forze armate non hanno ancora nemmeno cominciato a distruggere ciò che resta in Iran.” Le minacce alle infrastrutture civili, incluse le centrali elettriche, si collocano in un’area di diritto internazionale umanitario che chi scrive non è nella posizione di valutare giuridicamente, ma che costituisce un’ulteriore variabile di escalation con conseguenze dirette sulla popolazione civile iraniana — che paga il prezzo più alto di una guerra che non ha scelto.
Su questo sfondo diplomatico bloccato, la voce più significativa della settimana non viene dall’amministrazione americana né da quella israeliana. Viene da Mohammad Javad Zarif — già ministro degli Esteri iraniano, già capo negoziatore del JCPOA del 2015, oggi professore di studi globali all’Università di Teheran — che ha pubblicato il 3 aprile su Foreign Affairs un articolo intitolato “Come l’Iran dovrebbe concludere la guerra”. Zarif sostiene che l’Iran ha raggiunto una posizione di vantaggio sufficiente da permettersi di dichiarare vittoria e negoziare. La proposta è concreta: limitazioni al programma nucleare e riapertura di Hormuz in cambio della rimozione di tutte le sanzioni, un patto di non aggressione reciproca tra USA e Iran, e garanzie di sovranità. Zarif riconosce la pressione delle piazze iraniane — le grandi folle che si raccolgono ogni sera per scandire “nessuna capitolazione, nessun compromesso, guerra all’America” — ma avverte che continuare a combattere condurrà solo alla “ulteriore distruzione di vite civili e infrastrutture.” Trump, aggiunge Zarif, potrebbe accettare ora quello che aveva rifiutato prima: il suo “madornale errore di calcolo” potrebbe trasformarsi in un’opportunità di rivendicare “una vittoria duratura per la pace.”
Zarif non è un accademico qualunque. È l’architetto del JCPOA. Un articolo del suo nome su Foreign Affairs, con quella proposta, in questo momento, non è un articolo d’opinione: è un documento politicamente significativo che segnala un canale. Se lo sia effettivamente — e se qualcuno a Washington lo stia leggendo come tale — è la domanda che determinerà la forma che assumerà questa guerra nelle prossime settimane.
La minaccia degli Houthi, intanto, è rimasta fino a questo momento sullo sfondo, ma costituisce la variabile di escalation più pericolosa e meno discussa nell’analisi pubblica. Will Todman del CSIS ha documentato questa settimana che gli Houthi — il movimento armato yemenita allineato con l’Iran che aveva già paralizzato il traffico commerciale nel Mar Rosso nel 2023-2024 — sono entrati nel conflitto lanciando missili verso Israele ma non hanno ancora attaccato Bab al-Mandab, il secondo stretto strategico della regione. Bab al-Mandab separa lo Yemen da Gibuti e connette il Mar Rosso all’Oceano Indiano; è largo diciotto miglia nel punto di minima. Prima del 2023, attraverso di esso transitavano circa nove milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita ha usato il proprio oleodotto Est-Ovest — capacità di sette milioni di barili al giorno, già al limite massimo — per bypassare Hormuz e mantenere le proprie esportazioni. Un attacco Houthi coordinato su Bab al-Mandab vanificherebbe questa strategia alternativa e colpirebbe direttamente le esportazioni saudite verso l’Asia, che costituiscono il settantacinque percento dell’output del regno. Perché gli Houthi non lo abbiano ancora fatto è oggetto di speculazione: debolezza residua dopo i bombardamenti del 2025, calcolo strategico, pressioni saudite. Ma la possibilità rimane aperta, e la sua materializzazione produrrebbe uno shock energetico di proporzioni superiori a quanto l’Europa e l’Asia abbiano già subito.
Agli effetti immediati sull’energia si aggiungono quelli sui semiconduttori, che il mercato non ha ancora pienamente scontato. Il Qatar produce circa il trenta percento dell’elio mondiale — gas utilizzato come raffreddante inerte nei processi di produzione dei chip, senza sostituti nelle applicazioni più critiche. Gli impianti di produzione del Qatar sono fermi. Le scorte costiere sono bloccate. Goldman Sachs stima che lo shock energetico della guerra sottragga circa lo zero virgola quattro percento alla crescita del PIL mondiale nel suo scenario di base, con effetti sull’economia americana comparabili a quelli su quella cinese. Ma l’impatto sui semiconduttori — e di conseguenza sull’intelligenza artificiale, sulla competizione tecnologica e sui data center americani — è una variabile che le proiezioni macroeconomiche attuali non catturano ancora pienamente.
Vale la pena fermarsi su ciò che sarebbe stato possibile fare diversamente, non per esercizio accademico, ma perché ogni alternativa omessa produce direttamente una delle conseguenze che stiamo osservando — e perché la sequenza causale dice qualcosa di preciso sulle scelte che sono state fatte e sulle ragioni per cui sono state fatte.
Il primo nodo è diplomatico. I negoziati di Ginevra, come documentato nell’articolo L’Iran al Bivio, si erano arenati su posizioni distanti ma non ancora dichiaratamente incompatibili. Una strategia che avesse inteso l’azione militare come extrema ratio — e non come prima opzione — avrebbe spinto quei negoziati fino alla rottura irrevocabile e verificabile, lasciando a Teheran la responsabilità pubblica del fallimento. Questo non era nell’interesse dell’amministrazione: una rottura verificabile avrebbe richiesto tempo, avrebbe imposto trasparenza sulle proprie condizioni, avrebbe dato agli alleati europei la possibilità di ricostituire le scorte energetiche e di allinearsi politicamente su basi condivise invece di essere posti davanti al fatto compiuto. Coordinare preventivamente gli alleati — non informarli a posteriori — avrebbe significato accettare che la pianificazione fosse condivisa, che il calendario fosse negoziato, che il consenso fosse costruito. Tutto questo avrebbe rallentato. E il rallentamento era inaccettabile per ragioni che non erano strategiche.
Il secondo nodo è militare in senso stretto. Un dispiegamento preventivo di capacità MCM — dragamine e assetti per la neutralizzazione di mine navali — nelle adiacenze dell’area operativa, completato prima dell’avvio delle operazioni offensive, avrebbe ridotto drasticamente la capacità iraniana di consolidare il blocco dello Stretto nelle ore e nei giorni successivi ai primi attacchi. Non avrebbe impedito la posa di mine, ma avrebbe compresso i tempi di risposta da settimane a giorni. Questo richiedeva visibilità: navi specializzate in movimento sono rilevabili, e la loro presenza anticipata avrebbe segnalato le intenzioni. Anche in questo caso, il problema non era operativo. Era di comunicazione politica: la sorpresa aveva un valore che l’amministrazione riteneva superiore alla sicurezza delle rotte energetiche globali. Con quale fondamento, è ora una domanda che non ammette risposta soddisfacente.
Il terzo nodo riguarda il materiale fissile. Come documentato da CSIS, le scorte di uranio arricchito al sessanta percento si trovano ancora in territorio iraniano, in siti sotterranei la cui localizzazione esatta rimane incerta. Un piano serio per il disarmo nucleare dell’Iran non poteva prescindere da un’opzione terrestre per il recupero e la messa in sicurezza di quel materiale — non necessariamente un’invasione, ma una capacità di forza speciale con accesso al territorio, sostenuta da intelligence di precisione e da una cornice diplomatica che ne legittimasse l’operazione. Nulla di tutto questo è stato predisposto. Il programma nucleare iraniano, dichiarata giustificazione primaria della campagna, rimane irrisolto nel suo elemento più critico: il materiale fissile non si bombarda e nessuna campagna aerea può sostituire il controllo fisico di ciò che si vuole neutralizzare.
Il quarto nodo è politico interno, ed è il più rivelatore. Qualsiasi conflitto militare di questa portata comporta perdite umane e di materiale. Accettarlo politicamente prima dell’avvio — comunicarlo all’opinione pubblica, costruire il consenso necessario ad assorbire le inevitabili immagini di aerei abbattuti e di aviatori dispersi in territorio nemico — è una condizione preliminare di qualsiasi strategia sostenibile. L’amministrazione Trump ha fatto l’opposto: ha costruito una narrativa di invulnerabilità totale che non aveva alcun fondamento nella realtà operativa e che l’abbattimento del F-15E del 3 aprile ha demolito in modo irrecuperabile. Il risultato è che ogni perdita — ogni aereo, ogni soldato ferito, ogni aviatore disperso — diventa non il costo accettabile di un’operazione pianificata ma la smentita di una promessa presidenziale, con conseguenze politiche sproporzionate rispetto al significato militare dell’evento.
La convergenza di queste quattro omissioni produce una domanda che l’analisi non può eludere, e che le evidenze disponibili rendono legittima anche in assenza di documenti interni che la confermino in modo diretto: le tempistiche e le modalità dell’Operazione Epic Fury erano compatibili con una strategia militare seria, o erano ottimizzate per un orizzonte temporale diverso? I sondaggi Reuters/Ipsos del 27-29 marzo documentano che la guerra è già impopolare: più di tre americani su quattro si oppongono all’invio di truppe di terra, la maggioranza prevede conseguenze negative per le proprie finanze personali, il prezzo della benzina alla pompa si avvia verso i 4,45 dollari al gallone. Le elezioni di medio termine sono in novembre. La finestra tra l’avvio del conflitto e la data in cui un’operazione “di quattro o cinque settimane” avrebbe dovuto concludersi con una vittoria dichiarabile corrispondeva con notevole precisione al ciclo ottimale per un effetto di consenso aggregato intorno al presidente: abbastanza vicino alle elezioni da essere ancora presente nell’agenda pubblica, abbastanza lontano da non essere già logorato da una guerra lunga. Questa lettura non è documentata in modo diretto dalle fonti disponibili, e va trattata come tale. Ma è coerente con ogni singolo elemento della pianificazione — le tempistiche compresse, l’assenza di concertazione con gli alleati, il rifiuto di qualsiasi componente terrestre, la narrativa di invulnerabilità costruita su dichiarazioni che non resistevano alla verifica — e nessuna delle spiegazioni alternative disponibili regge alla prova dell’insieme.
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Se questa lettura è corretta, siamo di fronte a qualcosa che supera la categoria dell’errore strategico: a una guerra avviata con obiettivi dichiarati che non erano quelli reali, con risorse deliberatamente insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati, con la popolazione civile iraniana — e i militari americani impiegati — trattati come variabili di una funzione il cui valore da ottimizzare era il consenso elettorale di novembre. Chi scrive questa newsletter ha tentato fin dall’inizio di mantenere il registro dell’analisi fredda, della valutazione senza aggettivi, della separazione rigorosa tra i fatti e le inferenze. Ma esiste un punto oltre il quale quella freddezza diventa essa stessa una forma di disonestà intellettuale. Se le evidenze disponibili convergono verso la conclusione che migliaia di morti — iraniani, americani, civili del Golfo — siano stati il prezzo di una campagna elettorale anticipata, allora dirlo con il distacco del perito balistico non è rigore: è complicità per omissione. Ora lo dico.
Alla vigilia della Pasqua 2026, il conflitto che l’amministrazione Trump aveva descritto come concludibile in “quattro o cinque settimane” entra nella sua sesta settimana senza un accordo diplomatico in vista, con uno dei suoi aviatori disperso in territorio nemico, con lo Stretto di Hormuz chiuso e con l’intelligence americana che avverte che resterà chiuso ancora a lungo. Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di “prendere il petrolio” e colpire le centrali elettriche. L’Iran ha abbattuto il primo aereo da combattimento americano in territorio iraniano dall’inizio della guerra e ha dichiarato di voler continuare a colpire. La NATO è alla sua crisi più profonda dalla fondazione. L’Europa si prepara al razionamento.
La domanda che la storia porrà a chi ha preso le decisioni non sarà se l’azione fosse giustificabile — il dossier nucleare iraniano aveva una sua logica che questa serie ha riconosciuto fin dall’articolo Il sintomo e la malattia — ma perché sia stata intrapresa senza le condizioni minime per trasformare il successo militare in un esito strategico definibile. Hormuz aperto era il prerequisito di qualsiasi vittoria che non fosse puramente retorica. La sua chiusura ha consegnato all’Iran la leva che Bill Burns descrive come il cuore di “una trattativa molto difficile.” Michael Froman del CFR ha richiamato questa settimana la regola di Colin Powell sull’Iraq del 2003: lo rompi, è tuo. Lo Stretto era aperto il 27 febbraio. Ora non lo è. E le intelligence americane avvertono che resterà chiuso finché Teheran lo riterrà utile — cioè finché non avrà ottenuto qualcosa in cambio. Zarif, dalla sua cattedra di Teheran, ha già scritto a cosa pensa.
Fonti principali
The War Zone, Tyler Rogoway, F-15E Down In Iran, Rescue Operation Ongoing, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: identificazione dell’aereo come F-15E della 494ª Fighter Squadron di RAF Lakenheath, analisi delle immagini del relitto, precedenti storici di perdite aeree USA, cronologia degli incidenti aerei nel conflitto.
CBS News, live updates, U.S. still searching for missing crew member after fighter jet shot down by Iran, 3-4 aprile 2026. Fonte primaria per: conferma ufficiale USA dell’abbattimento, dati sui feriti (365 militari dall’inizio del conflitto), 13 morti, dichiarazioni di Trump a NBC, operazioni CSAR, dichiarazione Fed Chicago (Goolsbee) sul rischio inflazione.
Reuters, Phil Stewart e Enas Alashray, Downed planes spell new peril for Trump as Tehran hunts missing US pilot, 4 aprile 2026. Fonte primaria per: A-10 abbattuto in Kuwait airspace, due Black Hawk colpiti durante CSAR, dichiarazione Qalibaf, attacchi iraniani negli Emirati e in Kuwait, allerta ambasciata USA a Beirut.
Washington Post, Tara Copp e Alex Horton, Two U.S. warplanes shot down, search ongoing in Iran for 1 missing crew member, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: conferma abbattimento da tre fonti ufficiali USA, dichiarazione gen. Slife (ex AFSOC), dichiarazione Kelly Grieco (Stimson Center) sui MANPAD, video C-130 cisterna a bassa quota in Iran.
Financial Times, US fighter jet shot down over Iran, 3-4 aprile 2026. Fonte primaria per: conferma del primo aereo da combattimento USA abbattuto in territorio iraniano, transito di nave cisterna francese e petroliere omanite attraverso Hormuz, dichiarazione Trump a NBC.
Times of Israel, Regional effort to broker ceasefire between US and Iran reportedly hits dead end, 4 aprile 2026. Fonte primaria per: stallo della mediazione Pakistan/Qatar/Turchia/Egitto, rifiuto iraniano di recarsi a Islamabad, resistenza del Qatar al ruolo di mediatore, valutazione israeliana di altre due settimane di guerra, valutazione intelligence USA su Hormuz (tre fonti anonime Reuters).
Reuters (esclusiva), Jonathan Landay, Erin Banco e Phil Stewart, US intelligence warns Iran unlikely to ease Hormuz Strait chokehold soon, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: valutazione intelligence USA su Hormuz, dichiarazione Ali Vaez (ICG), dichiarazione Bill Burns (ex direttore CIA) sul podcast Foreign Affairs.
Reuters, Gram Slattery et al., Trump’s anger over Iran thrusts NATO into fresh crisis, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni Trump sul possibile ritiro dalla NATO, dichiarazione Max Bergmann (CSIS), dichiarazione gen. Lecointre, posizione Mark Rutte, tensione Rubio-Kallas al G7, silenzio USA su targeting data russo a Iran.
CNN Politics, Aaron Blake, Downed jets puncture Trump’s and Hegseth’s claims of air invulnerability, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: cronologia dichiarazioni Hegseth (4 marzo) e Trump (24 marzo, 1° aprile) sulla supremazia aerea; documentazione delle esagerazioni comunicative dell’amministrazione.
Jerusalem Post, Shoshana Baker, Iran drone attack on US embassy in Riyadh more destructive than first reported, 4 aprile 2026. Fonte primaria per: dettagli attacco all’ambasciata USA a Riyad (due droni in sequenza, CIA station colpita, tre piani irrecuperabili), dichiarazione Bernard Hudson (ex CIA).
ISW/CTP, Iran Update Special Report, April 3, 2026. Fonte primaria per: analisi stato programma missilistico iraniano, distinzione combat elements/support elements, dati sui lanciatori (50% intatti ma molti inaccessibili), 77% ingressi tunnel colpiti, 50% capacità droni residua, conferma abbattimento F-15E come “primo aereo da combattimento USA perso in territorio iraniano.”
CSIS, Daniel Byman, Who Is Winning the Iran War?, 2 aprile 2026. Fonte primaria per: analisi comparata degli obiettivi e delle strategie dei contendenti, formula Kissinger sul Vietnam applicata all’Iran, impatto sull’erosione delle scorte di munizioni di precisione.
CSIS, Heather Williams e Joseph Rodgers, Options for the United States to Resolve the Iran Nuclear Challenge, 2 aprile 2026. Fonte primaria per: stato del programma nucleare iraniano, valutazione delle dichiarazioni di Hegseth, problema delle scorte di uranio arricchito al 60%, sfida della fiducia reciproca in qualsiasi accordo.
CSIS, Will Todman, The Houthi Threat: Is Trump Underestimating One of Iran’s Key Remaining Cards?, 2 aprile 2026. Fonte primaria per: stato degli Houthi, rischio Bab al-Mandab, oleodotto Est-Ovest saudita, conseguenze per Egitto e Canale di Suez.
Council on Foreign Relations, Michael Froman, Taking Stock of the War in Iran, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: formula Kissinger, 970 libbre di uranio arricchito in loco, dati su distribuzione geografica del greggio di Hormuz (USA 2%, Asia 80-85%, Europa 3-5%), Goldman Sachs -0,4% PIL globale, impatto elio del Qatar sui semiconduttori, “regola del negozio di ceramiche.”
Foreign Affairs, M. Javad Zarif, How Iran Should End the War, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: proposta iraniana di accordo (limitazioni nucleari + apertura Hormuz vs rimozione sanzioni + patto di non aggressione), valutazione della posizione di forza iraniana, analisi della pressione delle piazze.
Reuters/Ipsos, sondaggio 27-29 marzo 2026 (1.021 adulti). Fonte primaria per: pessimismo americano sulla guerra, più di 3 su 4 contrari all’invio di truppe di terra, previsioni benzina $4.25-$4.45/gallone.
Energy Connects, Europe’s top energy official warns the EU could face an enduring energy shock, 3 aprile 2026; Financial Times (citato da Energy Connects e Corriere della Sera), intervista a Dan Jørgensen, 2 aprile 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni Jørgensen su crisi “di lunga durata”, razionamento carburanti, riserve strategiche.
Euronews, Marta Pacheco, How long can the EU’s oil reserves last?, 3 aprile 2026. Fonte primaria per: dati IEA (400 milioni barili rilasciati, 92 milioni UE), ritmo di consumo (2,5 mln b/g, 160 giorni), Oxford Economics (gap 13 mln b/g al sesto mese), dati Kpler sullo storage europeo.
Reuters, Andreas Rinke, Exclusive: Five EU finance ministers call for tax on energy companies’ windfall profits, 4 aprile 2026. Fonte primaria per: lettera dei cinque ministri delle Finanze (Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Austria) alla Commissione europea.
Corriere della Sera, Fausta Chiesa, Allarme UE: il razionamento dei carburanti va messo in conto, 3-4 aprile 2026. Fonte primaria per: Slovenia (50 litri/giorno), situazione italiana (raffinerie come asset, scorte gasolio per un mese), analisi Gianni Murano (Unem), cherosene con ultimo carico al 9 aprile.
Corriere della Sera, Francesco Verderami, Choc energia, ecco perché Meloni è volata nel Golfo, 4 aprile 2026. Fonte primaria per: blitz di Meloni nel Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Qatar), organizzazione in quattro giorni, intelligence sconsigliava la missione, Kuwait oppone ragioni di sicurezza, solo Mattarella informato, presa di distanza da Trump, accordo con Descalzi/ENI, transito nave francese da Hormuz.
Wall Street Journal, Iran tells mediators it won’t meet US officials in Islamabad, 3-4 aprile 2026. Fonte primaria per: comunicazione iraniana ai mediatori del rifiuto di recarsi a Islamabad, resistenza del Qatar al ruolo di mediatore, ricerca di siti alternativi da parte di Turchia ed Egitto.




Grazie come sempre comandante, ribadisco un pensiero che avevo già espresso, per tutto ciò che lei scrive e che considero una delle analisi più lucide del panorama italiano, la presidenza Trump è la sciagura più grande che sia capitata a questo pianeta in questo secolo. Aver permesso a questo obbrobrio di uomo di essere il decisore finale di una controversia che si trascina da anni e che nessuno dei suoi predecessori ha mai considerato fattibile per le ragioni che lei elenca, tra l’altro affiancati da migliaia di esperti in tutti i settori che contavano, ci restituisce un quadro prospettico dí difficilissima soluzione, non nel breve ma anche nel medio periodo. Ora non sappiamo che cosa pensano i leader dei restanti stati canaglia ma sono certa che tra loro cominci a serpeggiare l’idea che attaccare i proxy americani sia al momento più conveniente di attaccare l’America stessa, perché é giusto cominciare a ribadirlo che gli usa non sono in grado di affrontare nessuno adesso, né per volontà né tantomeno se anche lo volessero. Ci aspettano anni molto difficili e non so se ci sarà restituita una società che sia ancora in grado di offrire ai nostri figli quello che abbiamo avuto noi per ottant’anni. Mi spiace essere così cinica ma io non vedo l’ora che questo ammasso di cialtronaggine scompaia dalla faccia della terra con tutto il suo seguito di nani e ballerine
È solo leggendo articoli come i suoi che si può tentare di capire qualcosa. Grazie!