Nessuna pace, nessuna guerra
Come si normalizza una guerra che nessuno ha vinto e nessuno ha perso
Al novantaseiesimo giorno dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, il conflitto tra Stati Uniti e Iran non si è concluso. Non è nemmeno in fase di chiusura. Si è stabilizzato in una condizione che le parti descrivono come transitoria e che ha tutte le caratteristiche strutturali di un equilibrio permanente. Questo articolo espone una tesi predittiva: il cessate il fuoco dell’8 aprile 2026 non è un accordo incompleto in attesa di essere perfezionato, ma è già il risultato finale del conflitto, camuffato da provvisorio perché nessuno dei due contendenti ha interesse a dichiararlo tale. Questa tesi è falsificabile: se nelle prossime settimane venisse firmato un memorandum d’intesa con clausole verificabili e vincolanti sul programma nucleare iraniano, la tesi cadrebbe. Il valore dell’analisi si misura proprio su questo: non sulla descrizione di ciò che è accaduto, ma sulla capacità di identificare in anticipo dove la traiettoria porta, prima che i decisori si trovino a gestire conseguenze che non avevano anticipato.
Alle prime ore del 3 giugno 2026, un drone iraniano colpisce il terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait: un morto, sessantatré feriti, il tetto squarciato visibile dalle immagini satellitari, i voli sospesi nel giorno di chiusura dell’Eid al-Adha. Il Centcom, il Comando centrale delle forze armate americane, risponde con attacchi sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. L’Iran definisce i propri attacchi “autodifesa”. Washington definisce i propri “autodifesa”. È il cinquantasettesimo giorno di un cessate il fuoco che entrambe le parti dichiarano formalmente in vigore dall’8 aprile. Quella contraddizione non è un fatto contingente ma la proiezione esterna di una struttura negoziale che ha raggiunto il proprio punto di equilibrio senza che nessuno dei due contendenti voglia o possa riconoscerlo.
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Il cessate il fuoco dell’8 aprile 2026, mediato dal Pakistan, ha interrotto una fase di combattimento convenzionale durata trentanove giorni. Le sue condizioni dichiarate erano due: riapertura dello Stretto di Hormuz e avvio di negoziati per un accordo più duraturo. Nessuna delle due è stata soddisfatta. Hormuz resta largamente chiuso, con il traffico commerciale ridotto a una frazione dei volumi prebellici. I colloqui di Islamabad dell’11 e 12 aprile, unico contatto diretto ad alto livello tra Washington e Teheran dalla Rivoluzione del 1979, si sono arenati sugli stessi due nodi che avevano già bloccato, alla fine di febbraio, il terzo round negoziale di Ginevra: il programma nucleare e le condizioni economiche preliminari all’accordo. Dal 13 aprile gli Stati Uniti hanno aggiunto il blocco navale dei porti iraniani, che Teheran ha definito “pirateria” e a cui stime di mercato attribuiscono costi pari a circa cinquecento milioni di dollari al giorno per l’economia iraniana.
Ora il quadro è quello di una tregua nominale violata quotidianamente da entrambe le parti, che si definiscono reciprocamente in “autodifesa”, di un blocco navale che comprime le esportazioni iraniane, di schermaglie periodiche di intensità crescente e di negoziati che producono bozze non firmate accompagnate da dichiarazioni presidenziali oscillanti tra l’ottimismo dichiarato (”potrebbe accadere nel fine settimana”) e l’indifferenza ostentata (”onestamente non mi importa se i negoziati sono finiti”). Rubio ha detto al Congresso che Washington cercherà un accordo di non-arricchimento della durata di vent’anni, ammettendo implicitamente che una clausola di scadenza è sul tavolo. Trump, interrogato sullo stesso punto, ha affermato che l’Iran “ha accettato” di non sviluppare armi nucleari, poi ha precisato “se firmano l’accordo”, poi ha concluso che “in teoria sono abbastanza vicini alla firma.” La tesi di questo articolo è che questa struttura non è transitoria, e che per capire perché occorre analizzare gli incentivi che spingono entrambi i contendenti a mantenerla.
Sul versante americano, il tetto politico è raggiunto. Due sondaggi indipendenti di metà maggio 2026, uno condotto da NYT-Siena College e uno da Fox News, convergono sul fatto che tra il 60 e il 64% degli elettori registrati ritiene Trump abbia commesso un errore avviando la guerra. Il 3 giugno la Camera ha approvato 215 a 208 una risoluzione che ordina il ritiro delle forze americane dalle ostilità con l’Iran, con quattro repubblicani che hanno votato con i democratici, incluso Thomas Massie del Kentucky, sconfitto alle primarie da un candidato appoggiato da Trump proprio per la sua opposizione alla guerra. Che un deputato già condannato politicamente dall’apparato presidenziale voti comunque contro il proprio presidente su una questione militare in corso è il segnale più preciso della disgregazione del consenso: il calcolo elettorale in vista dei midterm di novembre ha già cominciato a pesare più della lealtà partitica, soprattutto in quei distretti competitivi dove il prezzo della benzina a cinque dollari al gallone è un argomento più immediato della deterrenza nucleare.
Riprendere una campagna militare di grande scala per ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano è quindi politicamente non praticabile per questa amministrazione, e il comportamento della Casa Bianca lo conferma: invece di tornare ai bombardamenti che aveva minacciato, l’amministrazione continua a invocare un accordo imminente che non arriva. L’unico scenario in cui il presidente ha dichiarato, in via riservata secondo funzionari citati dal Wall Street Journal, di essere disposto a porre fine alla tregua è la morte di militari americani. La morte di un lavoratore indiano all’aeroporto del Kuwait non rientra in quella categoria, come non vi rientrano i missili iraniani intercettati prima dell’impatto sulle basi del Bahrein. Il confine operativo di Trump corre attorno alle vittime americane in divisa, non attorno agli obiettivi dichiarati della campagna.
Sul versante iraniano, la logica è speculare. Teheran non può cedere sul nucleare perché il nucleare è l’unica garanzia che un eventuale accordo regga nel tempo: l’amministrazione Trump ha già ritirato il JCPOA, il Piano d’azione globale congiunto sul programma nucleare iraniano, nel primo mandato, e i negoziatori di Teheran ad Islamabad lo hanno detto esplicitamente al vicepresidente Vance, con una formula che non era una posizione tattica ma la descrizione di un vincolo reale: non si fidano dell’altra parte. Qualsiasi accordo firmato con questa amministrazione può essere revocato dalla prossima, o dalla stessa tra sei mesi, e in assenza di garanzie vincolanti e verificabili cedere sul nucleare sarebbe più pericoloso per il regime che resistere con l’economia compressa. L’inflazione iraniana ha toccato il 77% annuo in maggio, con il 114% per i beni di consumo, livelli che un istituto di ricerca di Teheran citato dall’Economist definisce i più alti dalla Seconda guerra mondiale, e un milione di persone ha perso il lavoro dall’avvio del conflitto. Il regime regge perché la leva di Hormuz e la narrazione della sopravvivenza continuano a funzionare come strumenti di legittimazione interna a prescindere dal deterioramento economico.
Sul nodo finanziario, fonti interne ai negoziati citate dal Jerusalem Post del 4 giugno confermano che Teheran condiziona qualsiasi accordo allo sblocco preventivo di attivi congelati, prima di qualsiasi concessione verificabile sul programma nucleare. Washington rifiuta perché uno sblocco anticipato eliminerebbe la principale leva negoziale senza garanzie in cambio, rendendo di fatto impossibile un accordo che preveda prima le concessioni iraniane e poi lo sblocco delle risorse. Il divario riflette l’impossibilità strutturale per entrambe le parti di offrire all’altra quello di cui ha bisogno per reggere sul piano interno.
La struttura degli incentivi converge quindi verso il mantenimento dello stallo, non verso la sua risoluzione. Washington può sostenere di aver conseguito gli obiettivi della campagna, degradazione delle capacità militari convenzionali iraniane (reale) e danno al programma nucleare (reale ma reversibile), senza riaprire un conflitto che il 64% degli americani considera un errore. Teheran ottiene la sopravvivenza del regime, la narrazione del martirio, il mantenimento dell’architettura nucleare e la leva di Hormuz come strumento di pressione permanente. I danni economici sono ingenti ma gestibili finché le esenzioni alle esportazioni petrolifere, già proposte da Washington nella bozza di accordo come alternativa al trasferimento di contanti politicamente insostenibile, consentono un flusso minimo di entrate. Il risultato è che nessuno dei due ha abbastanza da guadagnare chiudendo l’accordo da compensare ciò che cederebbe per farlo, e questa simmetria di calcolo è esattamente il meccanismo che produce gli stalli che si protraggono indefinitamente invece di risolversi.
A questo punto sorge un’obiezione ovvia: se nessuna delle due parti ha interesse a chiudere, perché i negoziati continuano? La risposta è che il tavolo negoziale, in questi casi, non serve a produrre un accordo ma a gestire l’assenza di uno. Finché i canali restano aperti, entrambe le parti possono rinviare il momento in cui dovrebbero accettare concessioni incompatibili con i propri vincoli interni, scaricare sulla controparte la responsabilità pubblica dello stallo e mantenere la finzione diplomatica che un esito sia ancora possibile. I negoziati che continuano senza concludersi non contraddicono la tesi: la confermano.
L’Economist ha proposto il paragone con il cessate il fuoco di ottobre 2025 tra Israele e Hamas: un accordo incompleto diventato punto di arrivo invece che primo passo. Il parallelo regge nella struttura ma sottostima la posta, perché un programma nucleare iraniano irrisolto, con circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% ancora esistenti secondo le stime disponibili, pone problemi qualitativamente diversi da Hamas che riorganizza le proprie milizie a Gaza. Anche assumendo che una parte significativa delle infrastrutture di arricchimento sia stata distrutta, resta il problema della dispersione del know-how tecnico accumulato in decenni di programma nucleare, un patrimonio di competenze che non si bombarda e non si traccia. Condoleezza Rice ha sostenuto sul Wall Street Journal del 3 giugno che ci vorrà molto tempo prima che l’Iran possa costruire un’arma nucleare funzionante, affidandosi alla distruzione degli impianti di centrifugazione: una valutazione verosimile nel breve periodo ma che non tiene sufficientemente conto degli orizzonti temporali che un accordo incompleto consegna. Foreign Policy ha argomentato la funzione positiva delle tregue parziali come impalcature verso accordi più duraturi, e l’argomento regge in astratto, ma presuppone che le parti abbiano un interesse strutturale alla de-escalation definitiva, interesse che in questo caso non sussiste per nessuno dei due.
Il costo di questo equilibrio ricade in misura sproporzionata sui soggetti che non lo hanno scelto: i paesi del Golfo, esposti a migliaia di attacchi iraniani e impossibilitati a pianificare il futuro economico finché Hormuz resta uno scenario di rischio; i mercati energetici globali, con il Brent in rialzo del 30% dall’avvio del conflitto e le previsioni OCSE che segnalano una crescita mondiale sotto il 3% nel 2026 anche nello scenario più favorevole; l’Europa, le cui catene di approvvigionamento restano ostaggio di una partita che non controlla. Per ciascuno di questi attori lo stallo prolungato è peggio della guerra e peggio della pace: è la combinazione del rischio di entrambe senza la certezza di nessuna delle due.
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Se la logica negoziale osservata nelle ultime settimane dovesse proseguire, la soluzione più plausibile è un memorandum d’intesa a sessanta giorni che congeli lo status quo, riapra parzialmente Hormuz, preveda un impegno iraniano generico sul nucleare senza scadenze vincolanti né meccanismi di verifica efficaci, e consenta all’Iran di esportare abbastanza petrolio da stabilizzare l’economia. Rubio ha già segnalato al Congresso la disponibilità a negoziare una clausola di scadenza ventennale sul non-arricchimento, versione migliorata del JCPOA che Trump stesso aveva demolito. Il cerchio si chiuderebbe: il risultato di trentanove giorni di guerra intensa, quaranta giorni di blocco navale e un numero imprecisato di vittime, sarebbe un accordo strutturalmente simile a quello che esisteva prima, con Iran militarmente più debole ma nucleare intatto, e con una finestra di vent’anni invece di quindici.
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Se verrà firmato un accordo interlocutorio nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, esso avrà probabilmente caratteristiche molto vicine allo status quo già esistente. Trump lo narrerà come vittoria, Teheran come sopravvivenza: entrambe le narrazioni saranno parzialmente vere e nessuna delle due corrisponderà agli obiettivi dichiarati all’avvio del conflitto. Il programma nucleare resterà irrisolto, distribuito, non verificabile. L’accordo avrà una vita media di alcuni anni, fino alla prossima crisi, esattamente come il JCPOA, con la differenza che il costo pagato questa volta per arrivare al medesimo risultato è stato incomparabilmente più alto: in vite, in arsenali consumati, in credibilità della deterrenza americana e in quella progressiva erosione del rapporto tra Casa Bianca e Congresso di cui il voto del 3 giugno è il segnale più recente. Suzanne Maloney, vicepresidente per gli studi di politica estera della Brookings Institution, ha definito la guerra in Iran il primo pasticcio prodotto dalla predilezione dell’amministrazione per le scommesse ad alto rischio dalle quali il presidente non riesce né a sfilarsi né a trarre un esito netto. La parola “primo” merita attenzione. Un presidente che ha dimostrato di poter avviare un conflitto di grande scala senza autorizzazione congressuale, che ha superato il limite legale dei sessanta giorni imposto dalla legge sui poteri di guerra del 1973 senza conseguenze, che ha ridefinito “cessate il fuoco” come una condizione in cui si continua a sparare “in modo più moderato”, e che ha comunque raggiunto un accordo di compromesso che nessuno dichiarerà tale, ha acquisito un precedente operativo. Il risultato più duraturo di questa guerra potrebbe non essere l’accordo che produrrà, ma la dimostrazione che un conflitto può essere dichiarato concluso senza essere realmente finito: una pace che nessuno firma e una guerra che nessuno chiude.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto il 4 giugno 2026, a conflitto in corso. Le fonti primarie utilizzate sono: Wall Street Journal (Ward, Norman, Gramer, 3 giugno 2026; Rice, 3 giugno 2026), New York Times (live updates 3 giugno 2026), Washington Post (Meyer, Alfaro, 3 giugno 2026), Reuters (Elimam, Alaaeldin, 3 giugno 2026), The Economist (3 giugno 2026), Foreign Policy (Ben-Sasson-Gordis, Pratt, 3 giugno 2026), Jerusalem Post (Stein, 4 giugno 2026), Times of Israel (3-4 giugno 2026), Politico (O’Brien, Shane, 3 giugno 2026), Axios (Ravid, 3 giugno 2026). I dati economici sull’inflazione iraniana sono attribuiti a un istituto di ricerca di Teheran citato dall’Economist, non verificati indipendentemente. Le cifre sui sondaggi di opinione pubblica americana sono tratte da Fox News (maggio 2026) e NYT-Siena College (metà maggio 2026). Il dato sulle vittime militari americane è citato da Trump in un’intervista al New York Times del 3 giugno e non è confermato da fonte militare ufficiale. Le citazioni da fonti anglofone sono tradotte dall’autore.
Fonti principali
Wall Street Journal, Alexander Ward, Laurence Norman, Robbie Gramer, Trump Tells Aides He Won’t Resume All-Out War With Iran Unless U.S. Troops Are Killed, 3 giugno 2026.
Wall Street Journal, Condoleezza Rice, What the U.S. Has Accomplished in Iran, 3 giugno 2026.
Wall Street Journal, Terell Wright, Lindsay Wise, Olivia Beavers, GOP-Led House Votes to Limit Trump’s Iran War Powers, 3 giugno 2026.
New York Times, live updates War in the Middle East, 3 giugno 2026.
New York Times, Katie Rogers, Republicans Begin to Test the Limits of Trump’s Power by Flexing Their Own, 3 giugno 2026.
New York Times, Robert Jimison, Megan Mineiro, House Votes to Rein In Trump on Iran War, in a Bipartisan Rebuke, 3 giugno 2026.
Washington Post, Theodoric Meyer, Mariana Alfaro, In a first, House votes to block Trump from ordering more strikes on Iran, 3 giugno 2026.
Reuters, Ahmed Elimam, Menna Alaaeldin, Israel, Lebanon agree to implement ceasefire, boosting hopes for Iran deal, 3 giugno 2026.
The Economist, Even if America and Iran find an accord, don’t expect it to last, 3 giugno 2026.
Foreign Policy, Avishay Ben-Sasson-Gordis, Simon Frankel Pratt, Middle East Cease-Fires Matter Even When They’re Broken, 3 giugno 2026.
Jerusalem Post, Amichai Stein, Iran demands frozen assets be released in initial phase of deal with US, leading to stalemate, 4 giugno 2026.
Politico, Connor O’Brien, Leo Shane III, Iran vote caps Trump’s congressional losing streak, 3 giugno 2026.
Axios, Barak Ravid, Israel and Lebanon agree to full ceasefire, conditioned on steps by Hezbollah, 3 giugno 2026.
Al Jazeera, US and Iran fail to reach a deal after marathon talks in Pakistan, 12 aprile 2026.
Time, Why the Iran-U.S. Peace Talks Failed, 13 aprile 2026.




Una questione poco dibattuta è quella dei fertilizzanti senza i quali si rischia una carestia per molti paesi.
Grazie Comandante!
Questa della fragile tregua, a bassa intensità mi raccomando, che dura secoli mi sembra una delle più geniali trovate del nostro.
Infatti rispetto all'accordo fatto da Obama e rotto da Trump, adesso Trump potrà continuare a dire che il prossimo accordo sarà mooolto migliore e nessuno potrà smentirlo.
Un'arma di distrazione di massa perenne.
E tutto il mondo che guarda basito e sconsolato con un quinto di petrolio, gas e fertilizzanti in meno in attesa eterna di un accordo mooolto migliore.
Pazzesco!
Mi sa però che non è vero niente, troppo assurdo, ed è tutto frutto della mia demenza incipiente.