L’accordo sospeso
Se decidi di infilarti in una palude, poi ti tocca sporcarti di fango.
Giovedì 28 maggio alle 16:28 ora di Washington, Scott Bessent si è presentato ai microfoni della Casa Bianca e ha detto: “Forse abbiamo i presupposti di un accordo.” La scelta del condizionale è rivelatrice quanto il contenuto: non era l’annuncio di una firma ma la comunicazione che una firma era teoricamente possibile, a condizione che Trump, assente dalla stanza, decidesse di darla. Nelle stesse ore Vance si diceva “abbastanza fiducioso” ma non poteva garantire nulla. Tasnim, l’agenzia semi-ufficiale iraniana vicina ai Pasdaran, smentiva che il testo fosse definitivo.
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Tre giorni prima, il 25 maggio, questo articolo descriveva un memorandum d’intesa che nessuno aveva ancora visto, su cui le due parti avevano versioni incompatibili. Da allora la situazione ha preso una piega specifica: il testo esiste: negoziatori americani e iraniani lo hanno costruito attraverso settimane di colloqui mediati dal Pakistan e dal Qatar. Gli iraniani hanno siglato il documento e comunicato attraverso i mediatori di avere le approvazioni necessarie per firmare. Trump ha risposto che voleva “un paio di giorni per pensarci.” Quel paio di giorni è passato, ma la firma non è arrivata.
Secondo Axios, che ha riportato per primo i dettagli del meccanismo decisionale americano, Trump ha due ragioni per attendere. La prima è tattica: vuole assicurarsi che gli iraniani firmino davvero e non si ritirino all’ultimo momento come è già accaduto in precedenti cicli negoziali. La seconda è politica: vuole osservare come si sviluppa il dibattito interno americano prima di impegnare la propria firma su un documento che la destra oltranzista (hawkish) del suo partito ha già attaccato come insufficiente. Lindsey Graham, Roger Wicker e Ted Cruz hanno esortato Trump a non cedere. Jason Brodsky, direttore politico di United Against Nuclear Iran, ha scritto: “La Repubblica islamica sembra ottenere più di quanto dà. Una promessa di ulteriori colloqui nucleari? Siate cauti.” Michael Makovsky del Jewish Institute for National Security of America ha chiesto la ripresa degli attacchi.
Questa è la pressione interna americana. Sul versante iraniano la situazione è analoga ma per ragioni diverse. Mojtaba Khamenei è in una posizione segreta, comunica attraverso una rete di messaggeri, e la sua posizione effettiva sui termini dell’accordo non è verificabile in tempo reale dai negoziatori. La catena di approvazione iraniana è opaca per ragioni strutturali: i colloqui sono avvenuti attraverso intermediari pakistani e qatariani, il che significa che non è mai del tutto chiaro se americani e iraniani stiano lavorando sulla stessa versione del testo. Ali Bagheri Kani, vice segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha dichiarato a RIA Novosti che “le risorse iraniane devono essere restituite all’Iran integralmente e senza condizioni”. Una posizione che, se presa alla lettera, è incompatibile con la struttura graduata di rilascio dei fondi che i negoziatori americani hanno descritto.
Nel mezzo di questo stallo le forze dei due paesi continuano a confrontarsi. Lunedì 26 maggio le forze americane hanno colpito siti di lancio missilistici iraniani e imbarcazioni che posavano mine nello Stretto. Mercoledì notte il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha abbattuto cinque droni kamikaze e colpito una stazione di controllo a Bandar Abbas, impedendo il lancio di un sesto. Giovedì mattina il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha risposto con un missile balistico verso una base americana in Kuwait, intercettato dalle forze kuwaitiane. CENTCOM ha definito i propri attacchi “misurati, puramente difensivi e intesi a mantenere il cessate il fuoco.” L’IRGC ha risposto che la risposta futura sarebbe stata “più decisiva.”
Questa è la struttura operativa del cessate il fuoco: si spara mentre si negozia, si negozia mentre si spara, e ciascun round di scontri riduce la credibilità del documento che i negoziatori stanno cercando di far firmare. Il paradosso operativo è che ogni incidente militare aumenta la pressione a chiudere l’accordo per evitare l’escalation, e simultaneamente riduce la fiducia delle parti nella tenuta dell’accordo stesso. Laura Blumenfeld di Johns Hopkins ha sintetizzato la trappola con una formula che vale come analisi: “Le oscillazioni retoriche e le brusche inversioni di rotta della settimana scorsa suggeriscono un presidente che cerca di parcheggiare una guerra grande in uno spazio stretto.”
Trump ha risposto alle pressioni nel modo che gli è caratteristico: ha dichiarato di non avere fretta, ha invocato Vietnam e Corea come precedenti di conflitti ben più lunghi, ha minacciato di “far saltare in aria” l’Oman se questo avesse aiutato l’Iran a riscuotere pedaggi nello Stretto, salvo poi aggiungere che probabilmente non sarebbe accaduto. Il Tesoro americano ha nel frattempo annunciato nuove sanzioni contro l’entità iraniana che gestisce il controllo del transito e battezzato la campagna di pressione economica “Economic Fury”, parallelo deliberato all’Operazione Epic Fury. Alterman del Center for Strategic and International Studies ha identificato il meccanismo perverso: “Il presidente dà ogni segnale di voler chiudere presto. Questo fa irrigidire gli iraniani.”
Il documento prevede sessanta giorni di cessate il fuoco esteso, durante i quali lo Stretto verrebbe riaperto senza pedaggi e l’Iran si impegnerebbe a rimuovere le mine. Il blocco navale americano si allenterebbe in modo graduato proporzionale al ripristino dei flussi. I sessanta giorni sarebbero dedicati a negoziare nucleare, missili, gruppi armati finanziati da Tehran, sanzioni strutturali e fondi congelati. Al termine, senza accordo definitivo, si ricomincerebbe da capo o si tornerebbe alla guerra.
Il dossier nucleare è rinviato alla seconda fase. Il testo impegna le parti a negoziarne la disposizione, non a risolverla. La scorta da smaltire include circa 440-460 chili di uranio arricchito al 60% più dieci tonnellate di materiale arricchito a livelli inferiori. Questi ultimi i negoziatori americani vogliono anch’essi smaltiti, a differenza di quanto comunicato pubblicamente. Trump ha escluso sia Russia sia Cina come destinatari del materiale, restringendo ulteriormente le opzioni per un trasferimento a paese terzo.
I missili non figurano nel testo né nell’agenda negoziale. Kavanagh e Kelanic su Foreign Affairs, citando stime dell’intelligence americana, indicano che circa il 70% delle scorte missilistiche e dei lanciatori iraniani è sopravvissuto alla campagna aerea. Se il dato è accurato, e la sua provenienza da fonti di intelligence americana lo rende plausibile, sebbene non confermato indipendentemente, uno degli obiettivi centrali della campagna, la degradazione dell’arsenale convenzionale iraniano, è stato conseguito in misura molto inferiore a quanto comunicato dall’amministrazione. Con il 70% dei lanciatori intatti e la capacità di ricostruzione rapida garantita dal supporto russo via Mar Caspio e cinese, la finestra di vulnerabilità strategica dell’Iran è più stretta di quanto i proclami di vittoria abbiano lasciato intendere.
Il fondo di investimento da 300 miliardi di dollari, aggiunta recente attribuita a Steve Witkoff e Jared Kushner, entrambi investitori immobiliari di professione, è lo strumento per aggirare il vincolo politico dei “sacchi di banconote” (”pallets of cash”) che ha perseguitato Obama: Trump non può firmare un documento che appaia come pagamento diretto all’Iran, ma può facilitare un fondo internazionale alimentato da Qatar, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo. Il risultato economico per Tehran sarebbe equivalente, la copertina politica per Washington sufficiente, ammesso che la destra hawkish americana non demolisca la copertura prima che l’accordo venga firmato, dato che 300 miliardi verso un paese definito sponsor del terrorismo è una cifra che nessuna architettura finanziaria può rendere invisibile. La stessa logica di compensazione interna spiega la proposta di estendere gli Accordi di Abramo, il sistema di normalizzazione diplomatica tra Israele e alcuni paesi arabi del Golfo stipulato nel 2020, come condizione dell’accordo con l’Iran, proposta accolta in tutto il Medio Oriente con quello che il New York Times ha descritto come “silenzio e disorientamento.” Guzansky dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv: “È semplicemente bizzarro. Qual è il nesso tra un accordo con l’Iran e questo? Sono onestamente perplesso.” L’Arabia Saudita ha ribadito che non si muoverà senza uno stato palestinese. Il Pakistan, paese mediatore del negoziato, ha risposto con un no secco: adesione agli Accordi di Abramo in conflitto con le “ideologie fondamentali” del paese. Che Trump si sia già dato una via di uscita scrivendo che “può essere” che alcuni paesi abbiano ragioni accettabili per non firmare conferma che la proposta non è una condizione negoziale reale: è un segnale verso la destra hawkish, destinato a compensare la percezione di un accordo insufficiente sul nucleare con l’ambizione di un risultato diplomatico regionale che nessuno ha chiesto e nessuno darà.
La finestra economica che rende l’accordo necessario ha una scadenza specifica. Kavanagh e Kelanic su Foreign Affairs, citando l’Agenzia Internazionale per l’Energia, avvertono che i mercati globali hanno già perso cumulativamente oltre un miliardo di barili di produzione del Golfo Persico, e che se Hormuz resta chiuso oltre giugno le scorte scenderanno a livelli critici tali da innescare una spirale di prezzi capace di destabilizzare l’economia globale. Non è una proiezione di lungo periodo: è una scadenza entro fine giugno. La pressione non si annulla con la firma, ADNOC stima che anche con accordo immediato i flussi tornerebbero all’80% dei livelli pre-guerra non prima di quattro mesi, e a livelli completi non prima del 2027, ma senza firma diventa strutturalmente ingestibile prima dell’estate. L’Iran, che ha già dimostrato di poter reggere sei settimane di blocco navale senza modificare la propria posizione negoziale, conosce questa asimmetria meglio di qualunque altro attore al tavolo. La trappola è precisa: più Trump appare ansioso di chiudere, e i sondaggi ai minimi e la benzina al 51% in più dal 28 febbraio rendono quell’ansia leggibile, più gli iraniani irrigidiscono, come ha notato Alterman del CSIS.
Lawrence Freedman, al King’s College di Londra, ha intitolato il proprio contributo su Foreign Affairs “Iran and the Forever War Trap: In Trying to Avoid a Quagmire, America Found a Dead End” (”La trappola della guerra infinita: cercando di evitare un pantano, l’America ha trovato un vicolo cieco”). Trump ha costruito la propria identità politica sulla critica alle “forever wars” dei predecessori. Novantuno giorni dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury si trova in un conflitto senza un esito finale credibile, con un accordo sospeso tra due approvazioni mancanti, scambi di fuoco sotto cessate il fuoco nominale, una scadenza energetica che si avvicina e un arsenale missilistico avversario intatto per il 70% secondo la propria intelligence.
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La contro-argomentazione merita il rispetto che il suo contenuto reale impone: la campagna aerea ha inflitto costi significativi all’Iran, ha degradato la catena di comando, ha ridotto nel breve periodo la capacità di proiezione delle forze armate proxy. Kavanagh e Kelanic riconoscono che anche l’opzione di dichiarare la vittoria e togliere il blocco sarebbe difendibile dal punto di vista degli interessi americani: un Iran nucleare non costituisce una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, che dispongono di un arsenale di deterrenza enormemente superiore. Ma quella opzione è politicamente non percorribile per un presidente che ha costruito la giustificazione della guerra proprio sulla proliferazione nucleare. Il memorandum rimane l’unica via d’uscita disponibile, per quanto imperfetta e contestata dall’interno.
Il problema che nessuna opzione disponibile risolve è il deficit di garanzie credibili identificato da Kavanagh e Kelanic: Tehran non ha ragioni sufficienti per credere che Washington rispetterà la propria parte di qualunque accordo, dopo che l’amministrazione ha attaccato durante i negoziati e usato retorica da resa incondizionata mentre trattava termini parziali. La soluzione proposta dalle due autrici, custodia dell’uranio arricchito all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica con clausola di restituzione in caso di attacco futuro, e rinuncia a qualsiasi limitazione sull’arsenale missilistico convenzionale, è esattamente ciò che la destra hawkish americana definirebbe resa. È anche, con ogni probabilità, il minimo necessario per ottenere una firma che regga.
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L’accordo sospeso tra la parafatura tecnica e la firma politica è il punto più fragile dell’intera traiettoria negoziale, non perché le posizioni siano cambiate rispetto a quattro giorni fa ma perché ogni ora senza firma rafforza simmetricamente gli argomenti di chi sostiene che non vada firmato: sull’ala hawkish americana il segnale è che Trump può strappare condizioni migliori resistendo; sul fronte iraniano più duro il segnale è che Trump non firmerà mai e che cedere su posizioni di forza è inutile. Entrambe le letture sono plausibili, entrambe autoalimentanti. Se Hormuz resta chiuso oltre giugno la pressione economica globale supera la soglia oltre la quale il costo di non avere un accordo supera il costo di firmarne uno imperfetto e Trump firmerà, ma con meno leva, perché il mercato avrà già prezzato la disperazione. Se invece il prossimo round di scontri produce un incidente che nessuno riesce a contenere come “misurato e difensivo”, la finestra si chiude dall’alto e il memorandum torna nel cassetto. In entrambi i casi peggiori, il documento che potrebbe essere firmato oggi sarà più difficile da ottenere domani.
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto nella giornata del 29 maggio 2026, con il memorandum d’intesa non ancora firmato e i negoziati formalmente aperti. Le fonti principali sono: Washington Post (Lamothe/Shih), New York Times (Solomon/Fassihi; Crowley/Schmitt; Nereim/Kershner/Peltier), Wall Street Journal (Ward/Norman/Said; editorial board), Reuters (Landay/Holland/Ehab; Spetalnick), Axios (Ravid), Foreign Affairs (Kavanagh/Kelanic; Freedman), Foreign Policy (Walt). I dati sul sopravvissuto arsenale missilistico iraniano (70%) provengono da fonti di intelligence americana citate da Kavanagh e Kelanic su Foreign Affairs — dato non confermato indipendentemente da fonti primarie dirette e trattato di conseguenza. Le cifre sui fondi congelati e sul fondo di investimento da 300 miliardi di dollari riflettono versioni diverse di fonti diverse e vengono segnalate con i margini di incertezza appropriati.
Fonti principali
Washington Post, Lamothe/Shih, U.S., Iran nearing deal to end war and reopen Strait of Hormuz, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: dichiarazioni Bessent, scambi di fuoco della settimana, missile iraniano verso Kuwait, minaccia Trump sull’Oman, dichiarazioni Trump al Consiglio dei ministri.
New York Times, Solomon/Fassihi, A Draft U.S.-Iran Plan Is Said to Be on the Table, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: fondo di investimento da 300 miliardi (Witkoff-Kushner), struttura uranio (970 pounds al 60% più dieci tonnellate a livelli inferiori), meccanismo fondi tramite paesi terzi, versioni divergenti del testo tra USA e Iran.
New York Times, Crowley/Schmitt, Bombs, Bargains and Bluster, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: 50.000 militari USA “in limbo” (funzionario Pentagono), Project Freedom abortito per opposizione saudita, dichiarazione Khatibzadeh in Turchia, dichiarazione Jeffrey.
New York Times, Nereim/Kershner/Peltier, The Mideast Is Baffled by Trump’s Call, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: reazioni regionali alla proposta Abraham Accords, dichiarazione Guzansky (INSS), posizione Pakistan, dichiarazione Alghashian (Gulf International Forum).
Wall Street Journal, Ward/Norman/Said, U.S. and Iran Have ‘Makings of a Deal’, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: dichiarazione Bessent “makings of a deal”, annuncio “Economic Fury”, sanzioni sull’entità di controllo del transito, struttura fase 1 del MOU.
Wall Street Journal, editorial board, Where the Iran Talks Stand Now, 28 maggio 2026. Fonte per: dettagli tecnici sull’arricchimento (3,67% = 70% dello sforzo verso weapons-grade), doppia violazione iraniana degli impegni su Hormuz, rischio che Iran usi i 60 giorni per diluire la leva americana.
Reuters, Landay/Holland/Ehab, Iran, US reach deal to extend ceasefire, pending Trump’s approval, 28 maggio 2026. Fonte per: calo dell’88% dei transiti dal 28 febbraio, dichiarazione Vance, smentita USA sull’aereo abbattuto a Bushehr.
Reuters, Spetalnick, Trump’s room to maneuver narrows, 29 maggio 2026. Fonte primaria per: Blumenfeld (Johns Hopkins), Alterman (CSIS), Brodsky (United Against Nuclear Iran), analisi della trappola negoziale americana.
Axios, Ravid, Vance says U.S. and Iran are “very close” to a deal, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: meccanismo decisionale Trump (paio di giorni per pensarci), iraniani pronti a firmare secondo mediatori, Trump incline a firmare al pomeriggio del 28 maggio, colloquio con emiro del Qatar.
Foreign Affairs, Kavanagh/Kelanic, Trump’s Least Bad Option in Iran, 28 maggio 2026. Fonte primaria per: 70% arsenale missilistico iraniano sopravvissuto (stima intelligence USA), IEA su oltre un miliardo di barili persi, scadenza critica giugno per scorte globali, analisi delle opzioni disponibili per Washington, proposta AIEA come custode dell’uranio.
Foreign Policy, Walt, Trump Should Just Admit He Screwed Up, 28 maggio 2026. Fonte per: valutazione complessiva del fallimento degli obiettivi dichiarati.




Il fango sarebbe il minimo, poveri noi. Qui siamo, e fuor di metafora, ‘stuck in the quicksand’.
grazie sempre delle analisi/aggiornamenti.
Ho provato una mind map con questo testo:
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